Cultura & Società

Il battaglione di San Patrizio

DI FRANCO CARDINI

Una delle ragioni – forse non la più importante: ma nemmeno fra le più trascurabili – dell’insoddisfacente funzionamento dell’Unione Europea sta senza dubbio nella disaffezione della gente nei confronti dell’idea d’Europa, attorno alla quale non siamo riusciti a coagulare un «patriottismo europeo», un senso civico comunitario. E se ciò non è avvenuto, la cosa dipende in qualche misura dal fatto che, nelle scuole, non si è mai provato a impartire un serio insegnamento di storia continentale europea.

Nemmeno nel mondo cattolico si è mai avvertita un’esigenza del genere. Ed è stato senza dubbio un male: se le cose fossero andate altrimenti, ad esempio, avremmo imparato a meglio apprezzare i rapporti e le analogie esistenti nella storia di quei paesi per la storia nazionale dei quali il cattolicesimo e la Chiesa di Roma hanno costituito un costante punto di riferimento.

Vi sono in effetti paesi ne quali la storia dell’unità nazionale e quella della Chiesa cattolica si sono trovate talvolta in rotta di collisione: ciò è accaduto soprattutto in Italia, ma anche ad esempio in Francia e in Spagna. Ne esistono invece altri nei quali processo di unificazione e coscienza cattolica sono cresciuti si può dire insieme e nei quali identità nazionale e identità cattolica si sono rafforzate a vicenda. Ciò è accaduto ad esempio in Polonia, in Irlanda e, fuori d’Europa (almeno fino alla metà del XIX secolo) in Messico.

L’esempio polacco è eloquente. La Polonia-Lituania cattolica, accerchiata dai tedeschi e dagli svedesi luterani o calvinisti da nord-ovest, dai russi ortodossi ad est e dei turchi e dai tartari musulmani a sud, sviluppò tra XVI e XVIII secolo una forte coscienza identitaria catto-nazionale, nella quale i due termini della questione, il religioso e l’etnolinguistico, s’identificavano profondamente (per quanto poi, all’interno, una certa rivalità si stabilisse tra slavi polacchi e balti lituani).

Drammatica, poi, la storia irlandese. I fieri popoli celti dell’isola d’Ibernia, insediati fra IV e II secolo a.C., si erano tenuti al riparo dall’occupazione romana. Fu però nel V secolo d.C. che un  missionario venuto dalla Britannia romanizzata, san Patrizio, introdusse il cristianesimo, che non si affermò se non faticosamente, contendendo palmo a palmo il suo territorio con le tradizioni pagane di cui erano depositari le corporazioni dei cantori, i «bardi». Il cristianesimo irlandese generò una sua profonda e originale cultura, che seppe espandersi anche nell’Europa continentale. Il cristianesimo «celto-ibernico» aveva suoi riti, sua gerarchia, suo patrimonio teologico e culturale.

Come avevano tenacemente difeso i loro costumi pagani contro la cristianizzazione britanno-romana, gli irlandesi sostennero con grande, coraggioso eroismo la loro libertà religiosa celtoibernica contro la conquista inglese, che però nel XII secolo impose la riforma liturgica e disciplinare cattolica.

Quando poi nel Cinquecento ancora una volta la corona inglese pretese che gli orgogliosi irlandesi mutassero ancora una volta di culto accettando la Riforma protestante, il popolo reagì in modo corale: anglicanesimo e più tardi presbiterianesimo penetrarono un po’ nello Ulster, ma niente di più. Il dominio britannico in cambio fu come dovrebb’essere noto durissimo (il fatto che non si studino queste cose ha provocato l’illusione ottica d’un liberismo protestante estremamente aperto e tollerante: la repressione fu invece quanto mai feroce, e rimase tale fino al XX secolo inoltrato). La resistenza irlandese si trasformò pertanto fin dal Cinquecento in ribellione e in guerriglia. I cattolici ottennero un’emancipazione parziale e in parte solo formale appena nel 1829, ma le condizioni della gente rimasero pessime in quanto il paese era nelle mani di proprietari terrieri inglesi e protestanti che attuavano una spietata politica di sfruttamento delle risorse. La crisi divenne intollerabile in seguito all’ondata di cattivi raccolti di patate del quadriennio 1845-49: i tuberi erano praticamente l’unico tipo di sostentamento sicuro dei contadini. Alle decimazioni causate dalla repressione inglese e alle morti di stenti si andò aggiungendo un’altra piaga, l’emigrazione: e gli irlandesi in patria scesero sotto i quattro milioni.

Molti irlandesi immigrarono negli Stati Uniti. Qui, essi insieme con altri emigrati di fresco da varie contrade europee vennero coinvolti nelle vicende belliche, in quanto fino dal 1836 gli USA erano in guerra contro il Messico guidato dal generale Antonio López de Santa Ana e originato dall’aggressione statunitense contro i confini messicani del Texas.

Ma la trovata di spedire gli immigrati al fronte, per giunta in condizioni pessime per le discriminazioni subite, non si rivelò felice. Il reclutatore fu il generale Zachary Taylors, che fece loro molte promesse non mantenute. Molti cominciarono a passare alle truppe messicane, pare anche perché quello era l’unico modo di poter partecipare alla liturgia cattolica. In tal modo, tra 1846 e 1848, si andò organizzando un vero e proprio battaglione di più di 175 immigrati, per lo più irlandesi, che disertati dall’esercito statunitense rifluirono in quello messicano. Si formò così un battaglione, il Saint Patrick Bataillon, passato nella leggenda e nel folklore messicano come Batallón San Patricio, devotissimo alla Madonna di Guadalupe e che che si servì di una bandiera di guerra verde fregiata dell’arpa d’oro, tradizionale simbolo irlandese (ma vennero usate anche altre insegne). Nelle sue file combatterono anche altri immigrati: tedeschi cattolici, francesi, italiani, polacchi, spagnoli, svizzeri, inglesi cattolici, scozzesi e anche alcuni americani tanto bianchi quanto neri fuggiti dalle piantagioni del sud comandate da un ufficiale irlandese, John O’Reilly, conosciuto anche col nome analizzato di John Riley. Nonostante si trattasse di combattenti fuggiti da differenti reparti, il battaglione riuscì a costituirsi come buona e coerente unità di artiglieria leggera a cavallo; e combatté con eroismo e abnegazione. Considerati «traditori» dagli statunitensi che li avevano accolti male e costretti a lavorare a condizioni infami prima di spedirli a combattere una guerra che non li riguardava, scelsero di difendere la causa di un popolo di loro correligionari ch’era stato oltretutto ingiustamente aggredito. Quelli di loro che caddero prigionieri furono trattati con inaudita crudeltà.

Per i messicani, il Batallón San Patricio è rimasto nella memoria epica: la gente, colpita dal colorito roseo acceso dei volti e dai capelli rossi degli irlandesi, li chiamava los colorados. La loro vicenda ha ispirato il film della MGM One man’s hero, prodotto nel 1999. Di recente un gruppo musicale famoso, The Chieftains, ha prodotto insieme con Ry Cooder un Cd di buona qualità filologica, che riproduce la musica del battaglione e che si distingue per l’uso di strumenti tradizionali irlandesi all’interno di temi folklorici tipicamente messicani.