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Informazione in Italia a rischio: pressioni politiche, oligopolio, minacce ai giornalisti, discorsi d’odio

Il panorama dei media in Italia è a “medio rischio” quanto a indipendenza politica, pluralismo, inclusività sociale e protezione dei giornalisti, situazione che il mercato digitale dell’informazione ha addirittura aggravato in modo “preoccupante” in questi ultimi anni per situazioni legate alla propaganda politica online e al discorso di odio. A dare questa valutazione è lo studio del Centro per il pluralismo e la libertà dei media, sostenuto dalla Commissione europea, che oltre a una valutazione di insieme sul panorama europeo ha approfondito la situazione nei singoli Paesi Ue. La valutazione si basa su 20 indicatori.

Mercato oligopolistico. Trasparenza della proprietà dei media, influenza commerciale e dei proprietari sui contenuti editoriali, concentrazione dei media sono gli elementi che segnano un alto rischio per il pluralismo dei media in Italia (caratteristica del panorama audiovisivo degli ultimi trent’anni). I “top4” (Rai, Fininvest, Sky e Cairo) realizzano il 90% delle entrate del mercato audiovisivo; quattro sono le società che hanno il 56% dei proventi del mercato radiofonico e quattro a spartirsi il 62% di quello dell’informazione stampata. E nonostante le iniziative dell’autorità di regolamentazione e dell’autorità garante della concorrenza di fronte alla sfida digitale, anche l’indicatore della concentrazione della piattaforma online e l’applicazione della concorrenza sono ad alto rischio.

Rai: influenze politiche. L’indipendenza politica dei media è a rischio in particolare per come funziona il finanziamento e la governance del servizio pubblico di informazione che “è stato catturato da interessi politici e questo indebolisce il suo ruolo, in quanto è un obiettivo facile nel dibattito politico e nel processo decisionale”.La riforma del 2015 sulle procedure di nomine in Rai non ha migliorato di fatto le cose e nomine e licenziamenti del managment e del consiglio di amministrazione della Rai di fatto non sono indipendenti dalle influenze politiche, come non lo sono nemmeno quelle dei direttori editoriali.Il “rischio medio” di indipendenza permane anche nel mercato privato dei media: solamente uno dei proprietari è “solo” editore, mentre gli altri hanno “attività spesso influenzate dalle decisioni dei governi”.

Media piccoli, pressioni esterne. Tra le criticità segnalate: continuano a mancare norme efficaci sul conflitto di interessi, che possono influire sull’indipendenza di tutti i media a tutti i livelli (locale e nazionale); la debolezza economica dei media più piccoli aumenta la loro esposizione a pressioni esterne. Sulle piattaforme on line durante le campagne elettorali resta fragile il beneficio della “legge par condicio” (legge 28/2000) che “non è pienamente efficace”, nonostante le indicazioni specifiche per la parità di accesso alle piattaforme online, trasparenza, verifica dei fatti e rispetto del silenzio elettorale online. A questo si aggiunge il terreno di gioco irregolare tra i partiti politici in termini di disponibilità di risorse economiche.

Giornalisti sotto scorta. Crescono le minacce contro i giornalisti (ne abbiamo 22 in Italia che devono vivere sotto scorta) e diminuisce “l’efficacia delle garanzie legali e regolamentari, in particolare per le condizioni di lavoro precarie”. Sono peggiorati anche i valori della protezione della libertà di espressione e protezione del diritto all’informazione.

Free lance e precariato. È calata la redditività dei media: sono calati i ricavi del mercato dei media e quindi il livello di occupazione giornalistica. “Le condizioni di lavoro dei giornalisti diventano sempre più precarie e quindi più vulnerabili alle pressioni economiche”.È l’Inpgi ad aver certificato un calo del 15% di giornalisti assunti e una crescita del 25% di free lance (con una disparità di reddito che vede la media attorno ai 59mila euro anni per i giornalisti assunti e di 11mila per i secondi).Un’altra fragilità italiana è il ricorso sempre più frequente alla “Slapp”, Strategic lawsuit against public participation, azioni legali di fatto usate per minacciare o intimidire giornalisti, cosa che compromette la libertà di espressione.

Donne penalizzate. Nell’area dell’inclusione sociale, a compromettere la possibilità di pluralismo è il divario di genere nella governance dei media (sia nei ruoli giornalistici che in quelli di alto livello) e nella “qualità della loro presenza nelle notizie”. Non ci sono donne tra i massimi dirigenti dei media audiovisivi, nei consigli di amministrazione (le donne sono il 33% nel Cda del servizio pubblico e il 13% nel settore privato), tra i direttori dei principali canali di informazione solo il 13% è donna. Sproporzionato è il coinvolgimento delle donne in qualità di esperte a commentare fatti politici o eventi.

Piattaforme digitali. Questa fotografia si applica anche al settore dell’informazione on line con alcune sottolineature e differenze. In particolare si legge nel rapporto che “non ci sono prove di violazioni sistematiche della libertà di espressione nella rimozione e nel filtraggio dei contenuti da parte delle piattaforme online, ma questa mancanza di dati è un rischio in sé, in quanto mancanza di trasparenza”. “Allarmante” il numero di minacce fisiche e legali a operatori dei media on line. Altra debolezza – oltre a quella della par condicio – è la mancanza di trasparenza e regole sulle spese elettorali sulle piattaforme digitali.

Politici che incitano all’odio. Un altro elemento di debolezza italiano è che non esiste “un quadro di norme contro i discorsi di odio efficacemente applicate e non esiste un monitoraggio trasparente e pubblico sulla rimozione di contenuti di incitamento all’odio online”. L’Italia ha firmato, ma non ratificato, il Protocollo aggiuntivo alla Convenzione sulla criminalità informatica; la crescita del fenomeno del discorso d’odio online pone problemi di efficacia all’applicazione della legge sulla libertà di espressione e la lentezza delle azioni legali comporta che passi molto tempo prima che il contenuto venga rimosso.Il rapporto si sofferma anche sul “crescente fenomeno di leader politici – in alcuni casi, anche con ruoli istituzionali – che pubblicano nei loro profili sui social media contenuti molto vicini all’odio o che originano un flusso di commenti di odio”.L’efficacia dei rimedi, in questi casi, è ancora meno probabile per diversi motivi: i media diffondono commenti discriminatori perché rappresentano di per sé una “notizia”, le piattaforme tendono a non intervenire, la repressione del discorso d’odio viene controbilanciata con la salvaguardia della libertà di parola degli attori politici.