Papa Leone XIV

Leone XIV cambia le regole per i patriarchi

Il motu proprio "Mutua concordia" modifica il Codice dei canoni delle Chiese orientali e introduce una procedura per la rimozione del patriarca da parte del Sinodo, con voto segreto dei due terzi e successivo assenso del Papa

I Sinodi dei vescovi delle Chiese orientali cattoliche patriarcali e arcivescovili maggiori potranno rimuovere dall’ufficio il proprio patriarca in presenza di una causa grave, con il successivo assenso del Romano Pontefice. È la novità introdotta da Papa Leone XIV con la lettera apostolica in forma di motu proprio Mutua concordia, pubblicata oggi ed entrata immediatamente in vigore.

Il documento modifica i canoni 106 e 126 del Codice dei canoni delle Chiese orientali e introduce per la prima volta una procedura ordinata per affrontare l’eventuale rimozione di un patriarca da parte del Sinodo. «Non essendo presente nel Codex Canonum Ecclesiarum Orientalium una disposizione che indichi come intervenire in tali casi – spiega Leone XIV – ho ritenuto necessario stabilire un procedimento ordinato per la rimozione dall’ufficio di un Patriarca da parte del Sinodo dei Vescovi».

La procedura prevede innanzitutto che il Sinodo chieda al patriarca di rinunciare al proprio incarico. Qualora il patriarca rifiuti, il vescovo più anziano per ordinazione episcopale provvede all’elezione di un nuovo presidente del Sinodo. Sarà quindi l’assemblea a sottoporre la proposta di rimozione a un voto segreto, che dovrà ottenere almeno i due terzi dei consensi dei membri del Sinodo con diritto di voto. Al patriarca deve essere garantita la possibilità di difendersi davanti alla stessa assise.

Il ruolo del Papa, in questo procedimento, resta quello di concedere o meno l’assenso alla decisione assunta dal Sinodo. Una scelta che, sottolinea Leone XIV, mira a garantire «la piena libertà dei Padri nell’esprimere la propria scelta, al riparo da qualsiasi possibile indebita pressione interna o esterna».

Alla base della riforma c’è una precisa visione del rapporto tra il patriarca e il Sinodo. «Pur essendo costitutivamente Primo e non mero Presidente dell’Assise dei Vescovi, il Patriarca non può essere infatti considerato indipendentemente da essa», afferma il Pontefice. La «mutua concordia» tra il Pater et Caput e gli altri vescovi rappresenta, secondo Leone XIV, «l’anima della comunione della Gerarchia ecclesiastica orientale».

Da qui la decisione di riconoscere e ampliare le competenze dei Sinodi, anche alla luce dei rapporti interconfessionali e, in particolare, della sensibilità teologica e della prassi delle Chiese ortodosse. Il Papa osserva infatti che, qualora il legame tra il patriarca e gli altri vescovi venga «irreparabilmente compromesso», si determinerebbe «una grave ferita» alla quale occorre porre rimedio. Una necessità, ricorda il documento, sollecitata anche da numerosi presuli orientali.

Il nuovo assetto riguarda anche la rinuncia volontaria di un patriarca. Il nuovo testo del canone 126 stabilisce che essa sarà accettata dal Sinodo dei vescovi della Chiesa patriarcale dopo aver consultato il Romano Pontefice, salvo il caso in cui il patriarca si sia rivolto direttamente al Papa.

Il motu proprio interviene inoltre sulle modalità di convocazione del Sinodo. Se il patriarca non adempie agli obblighi previsti, il Sinodo potrà essere legittimamente convocato dal vescovo più anziano per ordinazione episcopale tra quelli aventi diritto di voto. Nel caso in cui anche quest’ultimo non proceda alla convocazione, la facoltà passerà ai successivi vescovi più anziani secondo l’ordine di ordinazione.

Al Sinodo spetterà inoltre valutare l’applicazione del canone 62 nei confronti del patriarca rimosso.

La riforma è stata adottata da Leone XIV dopo aver ascoltato il parere del Dicastero per i Testi legislativi e del Dicastero per le Chiese orientali. Il documento è stato promulgato con la pubblicazione su L’Osservatore Romano e sarà inserito negli Acta Apostolicae Sedis.

Con Mutua concordia, dunque, Leone XIV interviene sull’equilibrio tra autorità patriarcale e dimensione sinodale nelle Chiese orientali cattoliche, rafforzando la responsabilità dell’assemblea dei vescovi e definendo un percorso preciso per affrontare anche le situazioni più gravi. L’obiettivo indicato dal Pontefice è preservare la comunione della gerarchia orientale, perché – con le parole di sant’Ignazio di Antiochia richiamate nel documento – «nell’armonia dello stesso accordo, prendendo nell’unità il tono di Dio, si canti a una sola voce».