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L’Europa dichiara la sua «guerra» alla tratta di migranti

Mentre segna un passo in avanti la «militarizzazione» delle iniziative contro i trafficanti di esseri umani, si registra una brusca frenata sul fronte delicatissimo della ripartizione dei profughi. Dopo il «no» di Regno Unito, Irlanda e Danimarca i dubbi e le indisponibilità di Francia e Spagna, che si aggiungono a quelli di Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca, Slovacchia e Repubbliche baltiche

Rendere «inutilizzabili gli strumenti di morte», «distruggere il modello di business dei trafficanti nel Mediterraneo», evitare che «le organizzazioni criminali riutilizzino» i barconi e il denaro «con cui si arricchiscono e fanno morire le persone»: Federica Mogherini, Alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza comune, ha spiegato ieri a Bruxelles gli intenti dell’operazione EuNavforMed, intervento navale europeo che, sotto l’egida dell’Onu, dovrebbe smantellare il «sistema» degli scafisti che attuano la tratta di esseri umani dalle coste libiche a quelle dell’Europa meridionale.

I prossimi passi ufficiali. Dal Consiglio dei ministri Ue degli Affari esteri e della Difesa è dunque giunto il via libera che risponde a quanto stabilito ad aprile dai 28 capi di Stato e di governo dell’Unione, attuando al contempo uno dei punti dell’Agenda per le migrazioni presentata la settimana scorsa dalla Commissione Juncker. Per agire in mare servono ancora un paio di passi ufficiali: il mandato del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite (cui sta lavorando la diplomazia britannica per ottenere l’ok di Russia e Cina) e un nuovo semaforo verde dai ministri Ue, nella riunione già fissata per il 22 giugno a Lussemburgo. Se non vi saranno intoppi, il 1° luglio EuNavforMed potrebbe essere operativa, sotto il comando dell’ammiraglio italiano Enrico Credendino, la cabina di regia a Roma, un bilancio iniziale di quasi 12 milioni di euro per i primi 12 mesi. Gli interventi si dispiegherebbero per fasi progressive: prima l’intercettazione in mare dei natanti e salvataggio dei profughi; quindi la messa fuori uso dei barconi; più avanti, se necessario, incursioni in acque territoriali libiche per contrastare in origine l’azione degli scafisti. Per questa azione marittima hanno già confermato la disponibilità di mezzi, oltre all’Italia (il Paese maggiormente coinvolto sul piano militare), Francia, Regno Unito, Spagna, Germania, Polonia, Slovenia, Irlanda.

Retromarcia sulle quote. Ma se la giornata di ieri ha fatto segnare un passo verso la «militarizzazione» delle iniziative contro la tratta, ha dovuto registrare subito una brusca frenata in un altro punto – forse il più innovativo e rilevante – della complessa strategia riguardante i flussi migratori che premono da Africa e Medio Oriente verso l’Ue. Era stato lo stesso Consiglio europeo straordinario di aprile a stabilire un impegno comune per «rafforzare la solidarietà e le responsabilità interne» nella gestione dei migranti; la Commissione europea ne aveva quindi preso atto, inserendo nell’Agenda del 13 maggio le quote di ripartizione dei migranti. Son bastati pochi giorni perché diversi Stati facessero dietrofront, venendo meno alla disponibilità promessa. Così, dopo il «no» di Regno Unito, Irlanda e Danimarca (che godono anche in questo ambito del diritto comunitario di una inspiegabile clausola «opt out«), sono affiorati i dubbi e le indisponibilità di Francia e Spagna, che si aggiungono a quelli di Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca, Slovacchia e Repubbliche baltiche. C’è chi contesta l’idea stessa delle quote, come Francia e Paesi dell’est, e chi non è convinto dei criteri di ripartizione (Spagna), che corrispondono a popolazione complessiva dei singoli Stati, Pil, presenza di profughi sul territorio nazionale. Come si diceva ieri a Bruxelles fra alcuni negoziatori, «ogni scusa è buona per non fare la propria parte», lasciando Italia, Grecia e Malta praticamente sole a gestire le pressioni migratorie, che solo nei primi quattro mesi di quest’anno hanno portato sulle sponde europee 40mila disperati giunti da Eritrea, Etiopia, Somalia, Gambia, Senegal, Costa d’Avorio, Libia, Egitto, Sudan, Siria, Irak e altri Stati martoriati da guerre, carestie, povertà, instabilità politica.

Argomento incandescente. La questione delle quote tornerà quindi in discussione al Consiglio europeo del 25 e 26 giugno, anche perché l’Agenda definita dalla Commissione comprende diversi capitoli, alcuni di competenza esclusiva dei governi (quindi del Consiglio), mentre altri chiamano in causa l’azione legislativa ordinaria, bussando alla porta dell’Europarlamento. Del resto secondo il piano dell’Esecutivo, la materia migratoria (che finora non è mai stata di competenza Ue) comprende il rafforzamento degli strumenti e delle operazioni Ue di controllo delle frontiere e salvataggio in mare (Frontex, Triton, Poseidon), il sostegno finanziario ai Paesi più esposti, le quote di «ricollocamento» e «reinsediamento», la collaborazione con i Paesi di origine e transito dei flussi, la cooperazione allo sviluppo per affrontare le cause remote delle migrazioni. L’argomento rimane comunque incandescente. Tanto che oggi a Strasburgo i gruppi politici dell’Europarlamento chiariranno le loro posizioni: Popolari, Socialisti e democratici, Liberaldemocratici si sono dichiarati a sostegno dell’Agenda della Commissione; perplessi Verdi e Sinistra; non mancano da destra posizioni propense a interventi muscolari di respingimento. Ma è evidente che la materia divide trasversalmente, oltre che gli Stati, i partiti politici europei. E domani, in emiciclo, è fissato un confronto sull’Agenda Ue per le migrazioni tra eurodeputati, Consiglio e Commissione.