Vita Chiesa

Pasqua: card. Betori, mistificazione del reale come strumento di presunta libertà

Oggi c’è “un modo di rapportarsi al reale per cui a definirlo è la scelta soggettiva e la volontà di potenza, al di là del bene e del male. Prolifera una cultura che fa della mistificazione del reale uno strumento di presunta libertà”. Lo ha detto oggi il cardinale Giuseppe Betori, arcivescovo di Firenze, nell’omelia proclamata in Cattedrale nel giorno di Pasqua. A causa di questa mistificazione, secondo Betori <<ne vanno di mezzo realtà come la famiglia, la generazione, l’essere padre, madre e figlio, la sfera della sessualità in tutti i suoi aspetti. Né è più onesto il modo con cui si riconosce, o meglio si misconosce, il lavoro e la sua dignità. O il modo con cui ci si pone di fronte al reo, disattendendo sistematicamente il suo recupero umano e sociale. Per non parlare del riconoscimento della dignità umana di uomini, donne e bambini in fuga da guerre, fame, situazioni sociali di estrema povertà, lasciati morire in viaggi della disperazione, senza che si tenti, da parte della comunità internazionale, di trovare un modello di cooperazione tra i popoli che sia in grado di coniugare le aspirazioni dei poveri e le capacità di accoglienza da parte di chi gode di maggiori risorse. E poi la guerra, tornata a essere strumento di dominio, per dare corpo con la violenza a progetti di egemonia e di potere>>.

Nell’omelia della veglia si Pasqua, sempre in cattedrale, Betori aveva sottolineato come oggi comunque <<c’è speranza per noi, anche oltre il buio delle nostre fragilità e della morte. C’è speranza per il mondo, anche oltre le tenebre delle ingiustizie e delle guerre. C’è Cristo, nostra speranza, da accogliere nella fede e da testimoniare nell’amore. Esulti il coro degli angeli, esulti l’assemblea celeste: un inno di gloria saluti il trionfo del Signore risorto. Gioisca la terra inondata da così grande splendore; la luce del Re eterno ha vinto le tenebre del mondo>>.

Di seguito l’omelia della veglia di Pasqua e quella del giorno

 

Omelia della Veglia

Nel preconio pasquale abbiamo udito un annuncio di gioia: «Questa è la notte in cui Cristo, spezzando i vincoli della morte, risorge vincitore dal sepolcro». Annuncio di gioia, perché ci comunica che il dramma che si è consumato negli ultimi tre giorni a Gerusalemme ha avuto un esito che va oltre ogni attesa e dà compimento alle speranze dell’umanità. Tre giorni in cui si riassume il senso del disegno di Dio sulla storia e ci viene offerto un fondamento di luce nel buio delle nostre esistenze. Il Figlio di Dio fatto uomo è morto, veramente morto, sulla croce del Golgota, e il suo corpo esanime è stato racchiuso in un sepolcro, sigillato da una pietra. Poi su tutto è piombato il silenzio, il grande vuoto del sabato, che poteva far pensare che tutto fosse finito, che la promessa di un mondo nuovo, quella promessa che la predicazione del Maestro aveva consegnato ai suoi discepoli, fosse sfiorita, svanita nel nulla, nel buio dell’Ade, dello Sheol, degli Inferi. Il respiro era rimasto sospeso nel nostro petto ed eravamo rimasti in attesa, finito il riposo sabbatico, di poter piangere su quella pietra dietro la quale giaceva sepolta, estinta, la nostra speranza.

Ma giunge finalmente questa notte, in cui, sul limite del nuovo giorno, accade ciò che umanamente non avremmo mai potuto non solo sperare, ma neanche pensare: «O notte veramente gloriosa, che ricongiunge la terra al cielo e l’uomo al suo creatore» (Preconio pasquale), abbiamo cantato. La morte non può trattenere nel suo nulla colui che ha dato vita a tutte le cose. L’amore con cui egli si è consegnato a noi, fino a morire per noi, diventa sorgente di una vita nuova, la vita del Risorto.

Nessuno è testimone di questo evento. Il fatto resta nel mistero di questa notte: «O notte beata, tu sola hai meritato di conoscere il tempo e l’ora in cui Cristo è risorto dagli inferi» (Preconio pasquale), è ancora la voce del preconio. A noi sono consegnati solo i segni di questo evento, che è la nostra salvezza. Anzitutto il segno del sepolcro vuoto. Nel vangelo di Matteo esso è accompagnato anche dal prodigio di un terremoto, che scuote il luogo della sepoltura, e dall’apparizione di un angelo, che rimuove la pietra del sepolcro, altrimenti inaccessibile alla donne, ma soprattutto a loro consegna una verità inaudita: «Voi non abbiate paura! So che cercate Gesù, il crocifisso. Non è qui. È risorto» (Mt 28,5-6a). Il mistero della notte viene svelato ed è consegnato come un annuncio da diffondere per illuminare la fede e dare coraggio ai cuori: «Presto, andate a dire ai suoi discepoli: “È risorto dai morti, ed ecco, vi precede in Galilea; là lo vedrete”» (Mt 28,7). Seguiranno poi le apparizioni del Risorto, per mostrare che la sua vita è davvero una novità di vita, una vita trasfigurata, in cui i discepoli esiteranno a riconoscerlo, ma alla fine dovranno constatare che è proprio lui, il loro Signore.

Così si compie il mistero della Pasqua che dalla persona di Gesù ora chiede di prendere posto nell’esistenza di ciascuno di noi e nelle vicende del mondo. Lo ha proclamato ancora il preconio pasquale: «Il santo mistero di questa notte sconfigge il male, lava le colpe, restituisce l’innocenza ai peccatori, la gioia agli afflitti. Dissipa l’odio, piega la durezza dei potenti, promuove la concordia e la pace». È il volto di una vita rigenerata, di una terra sanata fin nelle sue radici di male che la notte della Pasqua preannuncia come il dono consegnato a chi riconosce nel Risorto il potere di Dio di fare nuova la sua creazione, di vincere le tenebre del peccato, consacrando gli uomini nel suo amore. È quanto ci testimoniano i catecumeni che in questa notte ricevono i sacramenti dell’iniziazione cristiana, a cui si unisce una piccola bambina che viene battezzata. Li ringraziamo per il dono che fanno al Signore di unire a lui la loro vita e ne accogliamo con gioia la testimonianza.

C’è speranza per noi, anche oltre il buio delle nostre fragilità e della morte. C’è speranza per il mondo, anche oltre le tenebre delle ingiustizie e delle guerre. C’è Cristo, nostra speranza, da accogliere nella fede e da testimoniare nell’amore. «Esulti il coro degli angeli, esulti l’assemblea celeste: un inno di gloria saluti il trionfo del Signore risorto. Gioisca la terra inondata da così grande splendore; la luce del Re eterno ha vinto le tenebre del mondo» (Preconio pasquale).

Giuseppe card. Betori

 

Omelia del giorno di Pasqua

«Cristo è davvero risorto!», abbiamo proclamato nel canto prima del vangelo. Che questa sia la verità centrale della nostra fede lo si comprende ascoltando la predicazione di Pietro nella casa di Cornelio. Senza l’annuncio finale della risurrezione, quella vicenda, che l’apostolo presenta a casa di pagani, poteva essere assimilata al caso di un personaggio dotato di virtù prodigiose, ma che, come accade più volte nella storia, aveva chiuso la propria vita nell’incomprensione e aveva dovuto subire la morte. Solo l’annuncio che quella morte era stata vinta, che la vita era tornata a risplendere in modo nuovo, riscattava quella vicenda e ne faceva qualcosa di inedito, di unico nella storia umana.

Possiamo credere che un uomo sia risorto da morte? Pietro si offre come testimone, e testimone credibile, perché solo lui, e con lui il gruppo più ristretto dei discepoli, può dire di aver riconosciuto nel Risorto il volto del Maestro che avevano seguito lungo le strade della Palestina e che era stato crocifisso sul Golgota. Per tutti gli altri, inclusi noi, sono concessi, insieme a questa testimonianza, solo dei segni. La nostra situazione non è molto dissimile da quella di coloro che il vangelo ci dice presenti nel sepolcro la mattina del primo giorno della settimana. C’è un sepolcro vuoto, ci sono i teli che avevano avvolto il corpo di Gesù «posati là» e il sudario, che ne aveva coperto il volto, «avvolto in un luogo a parte» (Gv 20,6b.7b). Particolari di difficile interpretazione. Ne è consapevole l’evangelista, il quale annota che quanti erano lì non potevano capire, e il motivo è che «non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti» (Gv 20,9).

In quel luogo, però, c’è qualcuno che supera buio e interrogativi: è il discepolo «che Gesù amava» (Gv 20,2), il quale «vide e credette» (Gv 20,8). Egli, che ha accolto l’amore del Maestro e lo ha ricambiato, riesce a vedere quello che gli altri non vedono, perché non sono i segni a far nascere la fede nel Risorto, ma è la fede a darci gli occhi per riconoscere i segni di vita che egli dissemina nella storia come in quel sepolcro vuoto. La parola di Dio aiuta a creare lo sguardo della fede, mostrando dove cercare i segni di Gesù. E solo il cuore aperto e fiducioso in Gesù, solo chi ha fatto esperienza del suo amore, può riconoscerlo.

È così che l’uomo si accosta alla realtà: non sono i fatti a imporsi da soli, è lo sguardo che li coglie. Ci sono sguardi che escludono il cielo dal loro orizzonte e sguardi che invece si piegano sul mondo nella prospettiva del cielo. Educare i cuori a questo sguardo è il compito che si impone ai nostri giorni, per uscire dalla schiavitù di quanti cercano di dominare il pensiero diffuso e di plasmare le attese e orientare i consumi della gente nei confini di uno stretto materialismo.

Ma la liturgia della Pasqua ci consegna anche il breve testo paolino che abbiamo ascoltato come seconda lettura. La comunità cristiana di Corinto è caduta in una profonda incoerenza, tollerando che uno dei suoi membri si sia macchiato di immoralità, un peccato di incesto, poiché «convive con la moglie di suo padre» (1Cor 5,1). La tolleranza, con cui nella comunità si guarda a questa vergognosa situazione, non è dettata dalla sottovalutazione di quanto è accaduto, ma, al contrario, dall’esserne orgogliosi. «Non è bello che voi vi vantiate» (1Cor 5,6a), li rimprovera l’apostolo. Presumendo di aver raggiunto la perfezione cristiana, i Corinzi ritengono che l’aver acquisito una dimensione spirituale renda indifferenti di fronte alle dimensioni materiali della vita, inclusa la sessualità. Poiché si sentono di Dio, si ritengono al di là del bene e del male e osano affermare: «Tutto mi è lecito!» (1Cor 6,12).

Per far comprendere il pericolo, Paolo si affida all’immagine del pane, contrapponendo pane azzimo e pane lievitato. Nelle sue parole il lievito è sinonimo di corruzione, «di malizia e di perversità» (1Cor 5,8), e il pane azzimo è simbolo della novità della vita cristiana, così come il pane azzimo aveva segnato la libertà del popolo d’Israele dalla schiavitù d’Egitto. Guai a far entrare nella comunità ciò che diffonde il male. Occorre invece che la comunità sia guidata da «sincerità» e «verità» (1Cor 5,8). Vivere con sincerità e con verità, cioè con trasparenza e lealtà, coerenza e rettitudine. Atteggiamenti non molto facili oggi, in un mondo in cui nascondersi sembra un imperativo per affermarsi, dal nickname che fa da velo all’identità per non farsi responsabili di nulla, soprattutto nello spargere fake news e odio, fino alle scatole cinesi dentro cui si celano quanti manovrano le leve delle speculazioni finanziarie o si industriano per inquinare la vita economica, sociale e politica a proprio vantaggio. Pensiamo solo ai tanti problemi di chi, proprio in conseguenza di questi atteggiamenti, resta senza stipendio, con davanti un futuro incerto.

Il meccanismo che si era prodotto nella comunità cristiana di Corinto, facendo leva sulla spiritualità per ritenersi irresponsabili in ordine alla realtà materiale, viene oggi riproposto, spogliato della veste religiosa, in significative tendenze della cultura diffusa. Sta prevalendo infatti un modo di rapportarsi al reale per cui a definirlo è la scelta soggettiva e la volontà di potenza, al di là del bene e del male. Prolifera una cultura che fa della mistificazione del reale uno strumento di presunta libertà. Ne vanno di mezzo realtà come la famiglia, la generazione, l’essere padre, madre e figlio, la sfera della sessualità in tutti i suoi aspetti. Né è più onesto il modo con cui si riconosce, o meglio si misconosce, il lavoro e la sua dignità. O il modo con cui ci si pone di fronte al reo, disattendendo sistematicamente il suo recupero umano e sociale. Per non parlare del riconoscimento della dignità umana di uomini, donne e bambini in fuga da guerre, fame, situazioni sociali di estrema povertà, lasciati morire in viaggi della disperazione, senza che si tenti, da parte della comunità internazionale, di trovare un modello di cooperazione tra i popoli che sia in grado di coniugare le aspirazioni dei poveri e le capacità di accoglienza da parte di chi gode di maggiori risorse. E poi la guerra, tornata a essere strumento di dominio, per dare corpo con la violenza a progetti di egemonia e di potere. Come la comunità di Corinto rischiava di rovinare lasciandosi sedurre da un pensiero che negava di dover distinguere tra bene e male sulla base di un’oggettiva verità, così il nostro mondo rischia di distruggersi nel ribaltamento del rapporto tra verità e libertà.

Se il mondo fosse solo nelle nostre mani non avremmo scampo. Ma Cristo risorto mostra che perfino la morte può essere vinta: è stata vinta, in forza dell’amore di lui, il Figlio di Dio fatto uomo. Con l’apostolo Paolo anche noi proclamiamo: «Cristo, nostra Pasqua, è stato immolato!» (1Cor 5,7). Agnello della nostra redenzione, donando la propria vita, Cristo ha sconfitto la morte ed è diventato fonte di autentica libertà e di pienezza di vita. Partecipi di questa sorgente di verità e di libertà saremo in grado di portare speranza nel mondo e indirizzare la storia verso orizzonti di fraternità e di pace.

Questo è quanto si irradia dalla persona di Gesù, purché ci si lasci illuminare da lui. Simbolo di questa luce è stato il nostro carro anche quest’oggi, portando nel cielo di Firenze il fulgore e la forza di Cristo, della sua Pasqua. L’augurio è che non resti un simbolo, ma che tutti noi ci trasformiamo nella luce di una vita nuova, dono per gli altri.

Giuseppe card. Betori