Cet Notizie

PIOVANELLI: Il miracolo di Karol

Il Papa Benedetto – «col suo primo anno di luminoso e sereno pontificato», come gli ha detto il neocardinale Levada, Prefetto della Congregazione per la Dottrina della fede – ci aiuta a custodire ed illuminare di fede il nostro affettuoso ricordo.  Egli, nella solenne celebrazione eucaristica dell’Annunciazione del Signore, ha voluto ricordare che il mosaico della Vergine Madre che dall’alto del Palazzo Apostolico domina Piazza San Pietro, è stato voluto da Giovanni Paolo II dopo l’attentato del 13 maggio 1981, «per accompagnare i momenti culminanti e la trama ordinaria del suo lungo pontificato, che – ha aggiunto – proprio un anno fa entrava nell’ultima fase, dolorosa e insieme trionfale, veramente pasquale». Giustamente Madre Anna Maria Canopi, Badessa del Monastero dell’Isola di San Giulio del Lago di Orta, ha scritto: «Dalla sua infanzia, con la perdita prematura delle persone care, alla sua missione come Papa, l’intera vita di Giovanni Paolo II potrebbe essere letta come una Via Crucis… Man mano che passava il tempo, non era più soltanto colui che si fermava accanto a tutte le croci dell’uomo di oggi, ma era lui stesso un uomo crocifisso». E come Gesù ha raggiunto sul Calvario il culmine della sua missione, così il Papa ha dato la sua più alta testimonianza nella sofferenza degli ultimi suoi giorni. È, questa, anche la mia profonda convinzione. Che il Signore ha voluto confermare con una confidenza che ho ricevuto lo scorso anno due mesi dopo la morte di Giovanni Paolo II. Una signora, che convenzionalmente chiamo Raffaella, allontanatasi dalla Chiesa cattolica a quindici anni «come succede a molti», dopo molte esperienze e ricerche anche nelle filosofie e religioni orientali, da ultimo, attraverso l’amicizia con una famiglia di Mormoni, è entrata in questa setta con il marito e il figlio. Ha avuto molte sofferenze, soprattutto per le difficoltà del suo matrimonio ed una gravissima malattia del figlio. Ma – dice – «la mia fede si rafforzava sempre più, perché i miei amici Mormoni mi dicevano che era Satana che mi colpiva perché avevo scelto la vera chiesa, e così mi impegnavo, convinta che fosse vero… Ero sempre più isolata, frequentavo ormai solo le persone della chiesa mormone».  «Poi – continua – è accaduta nella nostra vita una rivoluzione: la morte di Papa Wojtyla. Era la fine di marzo quando abbiamo cominciato a seguire in televisione le notizie sull’aggravarsi del Papa, una figura che sinceramente non mi aveva mai ispirato simpatia per il ruolo che rappresentava: il leader di uno degli Stati più potenti e ricchi del mondo mentre Gesù era nato in una stalla! Ero quindi molto prevenuta. Ma una volta accesa la tv, non sono più riuscita a staccarmi. Non so cosa sia successo… Tutta quella gente che pregava per lui, che affluiva da ogni dove a Roma, solo per pregare, per vegliare le ultime ore di quest’uomo. Mi sentivo in uno stato irreale, ero commossa, non facevo che piangere. Mentre lo guardavo sentivo come una mano invisibile entrarmi nel petto e toccarmi il cuore così profondamente che mi sono sentita sconvolta. Tutto questo accadeva anche a mio marito, nello stesso momento, anch’egli sentiva una forte commozione, la stessa mano toccare il suo cuore. Ma non ne parlavamo. Uno su un divano, uno su un altro, seguivamo le lunghe ore di agonia di Papa Wojtyla, con gli occhi gonfi di pianto».  «Davanti a noi – racconta ancora Raffaella – passavano le varie esperienze fatte in passato e ci sentivamo travolti, sconvolti da qualcosa di misterioso e più grande di noi. Cosa ci stava succedendo? Perché piangere e soffrire per una persona finora lontana, mai conosciuta, mai stimata, anzi spesso rifuggita e denigrata? Ci siamo dovuti arrendere. Accanto a noi e fra noi, c’era una presenza dolce, grande, piena di amore e di misericordia che ci stava sciogliendo e trasformando. Mentre seguivamo la vita e le opere di Papa Wojtyla ci chiedevamo: ma noi, dove siamo stati finora? Ma che cosa abbiamo cercato? Avevamo girato il mondo alla ricerca della verità, quando essa era così vicina e a portata di mano! Nel vedere quest’uomo curvo, appesantito sotto il carico degli anni e della malattia, continuare a portare innanzi la sua missione, a girare per predicare la parola, la pace, la fratellanza, i valori del Vangelo, senza risparmiarsi, senza arrendersi, con fede e forza fino all’ultimo respiro, la nostra anima si è risvegliata come da un lungo sonno. Noi abbiamo visto in quell’uomo sofferente Cristo in croce, che fermava il mondo e lo attirava a sé con amore e forza divini. Ci siamo inginocchiati con mio figlio e abbiamo pregato per lui. Sono stati giorni indimenticabili, lunghi e intensi. Mentre Papa Wojtyla moriva qualcosa di nuovo in noi nasceva. Lo sognavamo tutti e tre – io, mio marito e mio figlio–. Era come se ci seguisse costantemente con la sua presenza. In casa e fra noi c’era uno stato di grazia e di armonia. Improvvisamente senza sapere neppure il perché, ho cessato di frequentare la chiesa dei Mormoni. Non sono riuscita più a mettervi piede. Ero ovviamente scossa, turbata; non capivo: come potevo rinnegare da un giorno all’altro ciò in cui avevo tanto creduto e che ormai faceva parte di me? Era come se mi fossi risvegliata da un incantesimo, non riuscivo più a credere in quelle cose. Anzi, con grande imbarazzo e sbigottimento, mi sono come sentita liberata da qualcosa di negativo, e ho ricominciato a dialogare con mio marito e a comprenderlo. In pochi giorni, noi che eravamo ad un passo dalla separazione, abbiamo ritrovato la sintonia e l’intesa profonda dei vecchi tempi. Ce ne siamo andati qualche giorno da soli e abbiamo riscoperto l’amore e l’armonia. Era un dono inaspettato caduto dal cielo. Abbiamo parlato tanto, di tutto, ma specialmente di quello che ci stava accadendo a livello spirituale. Il punto culminante di questo processo è stato quando il Papa ha cercato di parlare per l’ultima volta in pubblico e non vi è riuscito a causa dell’intervento di tracheotomia che aveva subito. Quante cose ha detto in quel momento a tutta l’umanità! Quante parole senza suono sono uscite dalla sua bocca e sono arrivate a milioni di cuori, toccandoli con potenza non più limitata da forma, sintassi e vari idiomi. Sono sicura che in quel momento il Papa ha parlato in tutte le lingue e a tutti i popoli del mondo. In Piazza San Pietro c’erano musulmani, cristiani, ebrei, e perfino molti atei a vegliare sulle sue ultime ore e per giorni non abbiamo visto né un film, né una pubblicità, né una partita alla televisione, ma solo gente riunita in preghiera, in tutto il mondo. Questo è stato il più grande miracolo del Papa morente, ed io gioivo e mi sentivo parte di una grande chiesa piangente ma credente. I miei occhi hanno fissato a lungo una semplice bara sopra cui sventolavano le sacre pagine del Vangelo, mosse dal soffio dello Spirito. Quello Spirito che tutti toccava e risvegliava. Per la prima volta, insieme a milioni di altri fratelli, ho seguito l’emozione della nomina papale e fatta mia la frase esultante Habemus Papam!».  La signora mi ha anche raccontato e scritto della guarigione del figlio, che anch’io ho potuto vedere nello scorso settembre. Dicendomi che stava programmando un viaggio a Lourdes con la sua famiglia ha aggiunto: «Cosa strana, visto che i Mormoni considerano le apparizioni della Madonna come manifestazioni di Satana che astutamente cerca di farsi adorare. Mi sento adesso chiamata ad andare in quel luogo, come se avessi un appuntamento».  Le parole con cui questa donna chiude la sua testimonianza esprimono una verità che, dopo un anno dalla morte di Papa Giovanni Paolo II, appartiene alla esperienza di molte persone. «Io non so che cosa mi sia accaduto. So solo che qualcosa di grande ha cambiato la nostra vita, che qualcuno ci ha presi per mano e adesso ci sta dolcemente guidando».

*cardinale