Toscana

Politiche sociali, amministratori a confronto

Aiutare i cattolici impegnati nelle amministrazioni locali, in particolare gli assessori alle politiche sociali, a confrontarsi sui temi concreti anziché sui massimi principi della dottrina sociale della Chiesa su cui, perlomeno a parole, tutti si dicono d’accordo. Sostenere comunque gli amministratori locali sul piano delle motivazioni valoriali. Tenere alto il confronto tra enti locali e risorse ecclesiali sul territorio. Favorire il confonto sull’attuazione delle politiche sociali in una prospettiva partecipativa e solidale. Pensare nuove proposte educativa alla carità, alla solidarietà, alla politica, soprattutto verso le giovani generazioni».

Lo spiega così, don Antonio Cecconi, direttore dell’Osservatorio girudico-legislativo della Conferenza episcopale toscana, il senso dell’incontro a Prato (venerdì 22 novembre) organizzato in collaborazione con la Commissione regionale problemi sociali, lavoro, giustizia e pace e alla Delegazione regionale Caritas. La relazione principale, presente il vescovo di Prato, Gastone Simoni, delegato per la pastorale sociale e il lavoro, è stata affidata a Domenico Rosati, ex senatore eletto in Toscana, attualmente collaboratore di Caritas italiana per le politiche sociali, al quale abbiamo rivolte alcune domande sull’argomento.

Allora, Rosati, quali sono le prospettive delle politiche sociali oggi in Italia?

«Per comprendere quale sia, realisticamente, il futuro delle politiche sociali in Italia può essere utile leggere, nella Finanziaria 2003, testo varato dalla Camera, la formula adottata per stabilire i criteri di definizione dei livelli essenziali di assistenza: “Nei limiti delle risorse ripartibili dal Fondo per le politiche sociali, tenendo conto delle risorse ordinarie destinate alla spesa sociale dalle regioni e dagli enti locali e nel rispetto delle compatibilità finanziarie definite per l’intero sistema dal Dpef… sono determinati i livelli essenziali delle prestazioni da garantire su tutto il territorio nazionale”».

Significa?

«Significa che siamo di fronte ad un percorso a slalom, al termine del quale viene spontaneo di chiedersi se i livelli di cui si parla saranno davvero essenziali o soltanto… eventuali. D’altra parte, la condizione delle finanze è tale da non consentire slanci avveniristici e da suggerire a chiunque abbia responsabilità di governo il massimo di prudenza nell’azione di oculata gestione delle spesa. Al riguardo, tuttavia, non basta rilevare, come si sottolinea con insistenza, che l’ammontare complessivo delle spesa sociale non è stato diminuito. La spesa sociale infatti non è fissa: varia necessariamente in relazione alle situazioni che si determinano. Se dunque si manifestano casi di emergenza e di crisi, che incidono pesantemente sulla condizione dei cittadini e dei lavoratori, l’invarianza della spesa corrisponde ad una minore efficacia della protezione. Ciò vale soprattutto in Italia dove, malgrado l’impegno contenuto nella legge di riforma dell’assistenza, si è ben lontani dalla realizzazione del reddito minimo d’inserimento, una misura di sostegno e di recupero per chi viene messo “fuori sistema”; e dunque non un mero sussidio di mantenimento nello stato di esclusione, ma un mezzo per favorire il massimo di reimmissioni nel ciclo produttivo e nell’ambiente sociale. La lacuna è particolarmente grave nel momento in cui si diffonde nel campo del lavoro una flessibilità che espone al rischio di povertà se non vengono approntati interventi per coprire ed abbreviare i periodi di forzato parcheggio che provocano, comunque, devastazioni nella vita personale e familiare».

Ai cattolici impegnati nelle amministrazioni locali cosa suggerisce in tema di politiche sociali?

«Due spunti di riflessione. Il primo è generale: se sia indispensabile mettersi alla ricerca di formule e progetti à la page mentre si lascia inesplorata quella grande miniera di risorse etico-politiche che è la Costituzione della Repubblica nella sua prima parte, tanto riverita quanto trascurata. È a quella fonte che bisogna comunque rifarsi, oggi, per realizzare quel governo solidale del federalismo che è indispensabile per impedire che l’Italia torni ad essere l’espressione geografica di risse e contese provinciali. L’altro spunto riguarda gli amministratori e si traduce in una sfida: riuscire a dimostrare che, malgrado difficoltà, ristrettezze e tagli, è possibile realizzare negli ambiti delle gestioni locali almeno una parte iniziale di quel sistema integrato degli interventi e servizi sociali di cui parla la legge, mediante la mobilitazione e l’impegno programmato di tutte le energie della solidarietà presenti sul territorio».A.F.