Prato

Prato, il vescovo Nerbini ha guidato la Via Crucis intorno all’ospedale

Le stazioni lette dal personale sanitario e dalle associazioni che prestano servizio ai degenti dell’ospedale e ai malati

«Riflettere sulla croce di Gesù vuol dire riflettere sui mali dell’uomo e ci insegna ad essere aperti e sensibili verso coloro che sono portatori di una sofferenza. Guardare la croce non ci deve spaventare, perché ci richiama all’esperienza della resurrezione della domenica, che segue di poco il venerdì della sofferenza». Lo ha detto il vescovo di Prato Giovanni Nerbini al termine della Via Crucis del venerdì santo che anche quest’anno ha guidato intorno all’ospedale della città.

Iniziato durante il difficile periodo della pandemia, il tradizionale rito del triduo pasquale, quello che ricorda la passione e la morte di Cristo, è stato compiuto ancora una volta all’esterno del complesso ospedaliero di Prato come segno di condivisione e speranza.

L’iniziativa è promossa dall’Ufficio diocesano di pastorale sanitaria diretto da Stefania Cecchi in collaborazione con la direzione dell’ospedale Santo Stefano. Proprio il personale sanitario, rappresentato dalla direttrice Maria Teresa Mechi, dalla dottoressa Monica Chiti e dal dottor Dante Mondanelli, ha partecipato alla celebrazione leggendo una delle sette stazioni della Via Crucis. Le altre sono state affidate alle associazioni e ai gruppi che prestano servizio ai degenti in ospedale e ai malati: Medici cattolici, Fondazione Pitigliani, Acos (associazione operatori sanitari cattolici), Misericordia, Pubblica Assistenza, Croce d’Oro e Croce Rossa, associazione Figli in Cielo, Centro per i diritti del malato, Fondazione Ami e Unitalsi.

Hanno guidato la Via Crucis insieme al Vescovo padre Giacomo Mucia e padre Carmelo Fusco della cappellania ospedaliera.

La croce si è fermata in alcune zone «sensibili» dell’ospedale, come il pronto soccorso e il pronto soccorso pediatrico, dove i familiari dei pazienti in attesa di essere visitati si sono uniti alla preghiera quando la processione è passata vicino a loro. Un ulteriore segno di vicinanza che è stato molto apprezzato dai presenti. «La croce illumina con la sua speranza queste realtà – ha concluso monsignor Nerbini – e avvicina ogni uomo e ogni donna a coloro che soffrono, ci rende più sensibili alla solitudine, all’abbandono a cui tante persone si sentono relegate, e questo ci rende più umani. La medicina ha reso migliore ogni momento della nostra vita, anche quello che immediatamente precede la morte, ma essa, non dimentichiamolo, è parte integrante della vita. Tale consapevolezza ci aiutare a essere migliori, a ridimensionare tanti aspetti della vita dell’uomo che abbiamo arbitrariamente assolutizzato, ci aiuta a guardare la fragilità non come un grande limite, ma come una grande opportunità. Quante volte ciascuno di noi, trovandosi in un momento di sofferenza, ha saputo apprezzare nuovamente cose che altrimenti sarebbero considerate banali o inutili».