Toscana

Quando muoversi diventa un privilegio

Non sempre ogni istituto scolastico è dotato di spazi dove praticare adeguatamente le ore di educazione fisica, ma il problema è anche culturale. Eppure i benefici sarebbero molteplici, a partire dalla formazione di cittadinanza attiva

Per molti studenti, in Italia come in Toscana, non avere a disposizione una palestra all’interno della propria scuola è una realtà familiare. Secondo un’indagine di Openpolis, che analizza i dati forniti dall’Istat a dicembre 2025, gli edifici scolastici con palestra o piscina in Italia sono il 38,8%, quindi 15.067 su un totale di 40mila. Dominano la classifica Liguria (53,7%), Puglia (49,2%) e Lombardia (49,9%); ultima posizione per la Calabria (21,8%). La Toscana si posiziona al quinto posto, con il 45,2% di scuole che possiedono una palestra o una piscina, ma con ampio divario interno: mentre le città più grandi dimostrano di avere percentuali anche sopra la media, i comuni di Pistoia e di Carrara, al contrario, mostrano lacune significative con rispettivamente il 29% e il 42%, e molti altri comuni oscillano tra il 20-40%. In concreto questo significa che in numerose aree della regione, spesso quelle interne, meno di 1 scuola su 3 possiede una palestra.

Eppure, mai come oggi con i successi sportivi degli atleti italiani, è chiaro a tutti come «lo sport è una dimensione importantissima di formazione della cittadinanza attiva» sottolinea Alessandro Artini, presidente regionale dell’Associazione nazionale presidi, il quale aggiunge che «quello sportivo è uno dei pochi ambienti meritocratici, dove l’impegno viene ripagato in quanto tale». Proprio di fronte a una dimensione educativa così importante, la carenza di spazi adeguati dove praticare attività motoria è ancor più problematica. Simone Cardullo, presidente regionale del Coni, suggerisce però che andrebbero valutate con più attenzione le palestre prese in esame dall’analisi Openpolis: «ci sono anche palestre che sono piccole, poco spaziose, dove si può fare un’attività molto limitata». «Forse i fondi del Pnrr potevano essere dedicati ad ambiti specifici, come quello sportivo – commenta Artini -. La costruzione di nuove palestre poteva essere meno trascurata. Non dico che tutte le scuole abbiano mancato di potenziare gli impianti sportivi, però probabilmente sarebbe stato bene concentrare i finanziamenti per delle strutture scolastiche, tra le quali le palestre».

Inoltre, in Italia le palestre delle scuole superiori appartengono alle amministrazioni provinciali, mentre per le scuole primarie gli edifici appartengono ai comuni: mentre all’estero sono le scuole stesse a disporre delle palestre, rispondendo a pieno titolo anche di possibili ristrutturazioni, qua le cose sono più complicate. Anche quando le palestre però ci sono, il problema di fondo rimane lo scarso peso che nel nostro Paese viene dato all’insegnamento dell’educazione fisica; un problema che per il presidente del Coni deriva anche dal lasciare la cultura dello sport solo nelle mani delle società sportive. «La scuola non ha ancora la forza e le competenze per capire che non deve fare attività agonistica – commenta Cardullo -, ma deve fare attività di formazione sportiva. L’agonismo lo fanno le federazioni. La scuola deve pensare a costruire». Anche Artini è concorde: «in molti casi i professori di scienze motorie servono per corroborare la media con un voto elevato, ma l’attività sportiva dovrebbe avere una piena dignità, la dignità che proviene dal mondo classico e che è la nostra, anche se sembriamo averlo dimenticato».

A farne le spese sono prevalentemente le ragazze e i giovanissimi di cittadinanza straniera; l’accettazione di sé e l’inclusione, per dirlo in altri termini. È di nuovo Alessandro Artini a dire come lo sport sia strategico per le ragazze, soprattutto in fase adolescenziale, che quotidianamente sui social o in tv si confrontano con ideali dove la bellezza è magrezza estrema. L’attività fisica, fatta e insegnata correttamente, potrebbe essere uno strumento potente per la riappropriazione del proprio corpo e della propria forza e funzionalità, andando anche oltre l’aspetto estetico. Quanto poi ai ragazzi di prima e seconda generazione di immigrazione, «essi sono generalmente penalizzati, anche perché in molti casi si trovano di fronte a un tipo di cultura, la nostra, che è molto diversa da quella dei paesi di provenienza. In molti casi l’immigrazione, secondo gli studiosi, implica un vero e proprio shock culturale» spiega il presidente dell’Associazione presidi.

Ma i benefici di un corretto svolgimento delle ore di educazione fisica si estenderebbero anche alla produttività e al rendimento scolastico tutto, in un tempo in cui la concentrazione dei ragazzi si è notevolmente ridotta e le lezioni frontali funzionano sempre meno. Un altro nodo riguarda la gestione delle strutture: lasciare le palestre inutilizzate rappresenta uno spreco, mentre una maggiore disponibilità permetterebbe alle associazioni sportive di svolgere attività utili anche sul piano sociale, sostenendone i costi senza gravare sulle scuole. Va comunque tenuto conto che le associazioni sportive svolgono un ruolo fondamentale, nonostante, come sostiene Cardullo, non debbano sostituirsi a scuola e professori.

Per Carlo Faraci, presidente regionale del Csi, è necessario un lavoro di sensibilizzazione, soprattutto nei confronti delle amministrazioni locali, che hanno competenza su molti edifici scolastici. L’obiettivo è «favorire una collaborazione più efficace, sostenere le società sportive e ampliare le opportunità per i giovani, pur nella consapevolezza che si tratta di un percorso che richiede tempo e impegno costante». Faraci spiega che nelle scuole dell’infanzia esistono già alcune esperienze positive, grazie a convenzioni attivate in passato, mentre nelle scuole medie e superiori si riscontra una minore apertura, spesso per mancanza di sensibilità o per questioni legate ai costi e al coinvolgimento degli insegnanti.