Dio abita nell’intimo di ogni uomo

In questa ultima tappa del cammino verso il Natale, il Vangelo racconta  di Maria, che già porta in grembo il suo bambino, la quale va dalla cugina Elisabetta. Maria non rivela  la sua gravidanza – che aveva taciuto anche di fronte a Giuseppe – eppure lo Spirito Santo fa «sussultare» di gioia il figlio che Elisabetta porta nel  grembo. Sussulta di gioia, perché benedetto da Colui che è avanti, e che l’ha  scelto come precursore.  

L’angelo Gabriele aveva detto a Maria: «Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia ha concepito anch’essa un figlio e questo è il sesto mese per lei, che era detta sterile» (Lc1,36). La notizia  era  implicitamente un invito e Maria affrontò il lungo viaggio di 150 chilometri verso la regione montuosa, verso una città di Giuda (Ain Karin – «la fontana generosa» – è il luogo indicato dalla tradizione). Dopo quattro giornate di cammino, il saluto di Maria, che risuona nella pace della casa di Zaccaria, colpisce e fa sobbalzare di gioia,  più ancora che l’anziana cugina, il bambino che ella porta nel grembo.

Sulle labbra di Elisabetta fiorisce una benedizione pronunciata «a gran voce». La formula superlativa «benedetta tu fra le donne» – cioè più di ogni altra donna – è una eco degli elogi rivolti alle due celebri eroine del popolo di Dio, Giaele (Giudici 5,24) e Giuditta (Giuditta 13,18), ma  qui assume un significato inedito perché viene unita alla benedizione del frutto del grembo.  Questa benedizione – la prima nel Vangelo – nel suo testo completo è unica in tutta la Bibbia ed è continuamente ripetuta dai credenti nella preghiera dell’Ave Maria.

La gioia di Elisabetta fiorisce nella fede e nell’umiltà: «A che devo che la madre del mio Signore venga da me?».

La Benedetta è per Elisabetta anche la Beata [«Beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto»]. C’è forse come una sottile malinconia nelle parole di Elisabetta, che elogia la fede della vergine proprio nella casa dove Zaccaria è ancora chiuso nel suo mutismo per non aver creduto alle parole dell’angelo sulla nascita del Battista (Lc 1,20).

Il Magnificat, appena introdotto dal brano evangelico, è un impeto di gioia che, sul filo di antichi testi biblici animati da spirito nuovo, canta la stupenda potenza e la gloria del Dio tre volte Santo, il quale ha sublimato l’umiltà della sua fedelissima Serva e Madre del Figlio suo.

Nei testi biblici, per esprimere la particolarissima vicinanza e l’intimità di Dio con l’uomo, si ripete più volte un’immagine molto particolare, talmente audace da essere quasi inaccettabile per le nostre strutture teologiche e mentali: l’immagine del grembo.

Dio tiene nel suo grembo l’umanità legata alla sorgente della sua misericordia, ma per la legge dell’intimità dell’amore è anche l’uomo che tiene nel suo grembo Dio il Signore. Non ha detto Gesù, parlando nella sinagoga di Cafarnao dopo la moltiplicazione dei pani: «Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui» (Gv 6,56)?

Noi abitiamo nel grembo di Dio. Dio ci contiene nella sua misericordia, ma al tempo stesso in ogni istante il Signore abita il nostro grembo in intimità totale e silenziosa. Colui che contiene tutti  si fa contenere da ciascuno. Si tratta dell’annuncio della più grandiosa e antica verità della vita: Dio abita nel più intimo dell’uomo, è più intimo a noi di noi stessi.

*Cardinale