Toscana

Settimana sociale, da quel «popolo» una speranza per il futuro

di Nicola Sangiacomo

«Una nuova generazione di cattolici, persone interiormente rinnovate che si impegnino nell’attività politica senza complessi d’inferiorità». È questo l’appello che Papa Benedetto XVI ha rinnovato alla Settimana Sociale e sul quale si è sviluppato l’importante evento ecclesiale di Reggio Calabria. Quattro giorni di riflessione, dibattiti e preghiere per arrivare a proporre ai cattolici italiani un’agenda di speranza per il futuro del paese.

Si sono dati appuntamento in 1200, provenienti dalle diocesi di tutta Italia, e, alla fine, sono stati definiti il popolo di Reggio Calabria; tra di loro certamente c’era un’avanguardia di quella nuova generazione di politici cattolici su cui la Chiesa italiana ha scommesso per il futuro.

Lo si era capito fin dal primo giorno che qualcosa di nuovo stava nascendo: prima il messaggio del Papa, molto articolato ed impegnativo, poi la prolusione del cardinale Bagnasco avevano dato solennità ed autorevolezza sorprendenti a questo evento; infine le parole appassionate e pungenti di Luca Diotallevi avevano fatto capire che non si trattava di qualcosa di già visto. Ad ascoltare un’assemblea attenta, partecipe e formata anche da tanti giovani che gremiva il teatro comunale di Reggio Calabria tanto da farlo sembrare troppo piccolo per questo evento.

Il terreno su cui costruire l’unità politica dei cattolici, al di là degli schieramenti partitici di appartenenza, l’aveva indicato il presidente della Cei quando aveva parlato di valori non negoziabili individuandoli nella vita, nel matrimonio, nella famiglia e nella libertà educativa e religiosa. Lo stesso cardinale Bagnasco nella Messa che ha aperto la seconda giornata ha richiamato i cristiani ad essere più contemplativi per diventare anche più efficaci nell’impegno nel mondo. «I più grandi riformatori della storia – ha detto riferendosi a Santa Teresa d’Avila, di cui ricorreva la memoria –  sono stati i mistici».

Tra gli interventi successivi ha destato interesse quello di Ettore Gotti Tedeschi, presidente dello Ior, che ha lanciato un messaggio molto chiaro: la crisi economico-finanziaria di questi anni ha avuto origine quando nel mondo occidentale si è smesso di fare figli, a partire dagli anni settanta. Una società che non fa figli è destinata a ridurre il suo benessere. Una tesi semplice che l’assemblea apprezza soprattutto perché era stata espressa da uno dei protagonisti della finanza italiana.

I delegati presenti in terra calabra hanno cominciato a sentirsi coinvolti da protagonisti partecipando alle assemblee tematiche sui punti dell’agenda stilata nel percorso di preparazione: lavoro, educazione, integrazione culturale, mobilità sociale e istituzioni. Dell’importanza del momento se ne sono accorti anche i politici di oggi che erano presenti numerosi a Reggio Calabria, non solo per fare passerella. Hanno seguito attenti il dibattito e sembravano aver  fiutato che qui si stava muovendo qualcosa di nuovo. Lo ha detto anche il professor Ornaghi, rettore della Cattolica, «è finito il tempo dei discorsi, c’è una richiesta di rappresentanza politica dei cattolici, il problema attuale dei cattolici in politica è contare, non contarsi». E a proposito di proposte concrete era arrivata anche quella di Gotti Tedeschi che ha presentato la sua idea per un nuovo sviluppo del Paese: «un grande investimento che incentivi la formazione di nuove famiglie in cui possano nascere ed essere educati figli». Generazione ed educazione dei figli, un’idea semplice, direi antica, ma che, secondo l’autorevole economista, può servire a far ripartire l’Italia.

Il metodo seguito nelle assemblee tematiche è stato rigido perché serviva per far esprimere in modo puntuale gruppi molto numerosi; la parola d’ordine era attenersi al tema. Un lavoro capillare che ha consentito al comitato organizzatore di «tastare il polso» del Paese sull’agenda di speranza. Un lavoro unico in Italia, dove forse non esistono altri luoghi simili in cui si realizza un ascolto così diffuso di rappresentanti di ogni città e territorio del Paese. Un bel segnale che la Chiesa italiana ha lanciato a un’Italia che, alla vigilia delle celebrazioni dei centocinquant’anni dell’unità nazionale, vive un tempo di pericolose lacerazioni.

Quando si è tornati in plenaria, una «standing ovation», insolita per un’assemblea ecclesiale, ha salutato la conclusione dell’intervento appassionato di Giuseppe Savagnone. Aveva preparato una relazione classica sul tema «Per un Paese solidale. Chiesa italiana e Mezzogiorno», il testo era stato anche consegnato ai giornalisti, ma il professore palermitano ha colto tutti di sorpresa e ha parlato quasi sempre a braccio con una passione e una vivacità inaspettata. Non ha esitato ad affrontare in modo critico la riflessione di questi giorni: «non basta fare figli per far crescere il Mezzogiorno, occorrono i posti di lavoro»; «il problema del Mezzogiorno non è solo economico, ma prima di tutto culturale»; «la Chiesa al Sud è molto rispettata ma soffre la mancanza di coerenza tra la frequenza ai riti religiosi e la testimonianza nel mondo»; «siamo tutti soddisfatti da quello che esprimiamo in questi grandi eventi ecclesiali, ma, purtroppo, abbiamo ormai capito che questi rimangono al piano nobile e non cambiano il quadro del piano terra, la realtà del territorio la può cambiare la pastorale ordinaria e questa, spesso, non è toccata dalla rilevanza di questi grandi eventi».

Quando si è arrivati all’ultimo giorno monsignor Miglio, vescovo di Ivrea e presidente del comitato organizzatore, ha sintetizzato efficacemente il momento con l’espressione «Ripartiamo da Reggio con in mano un’Agenda della speranza per il Paese e con il Vangelo nel cuore».Giovani e meno giovani sono così tornati da Reggio Calabria investiti di una responsabilità nuova, ricca di futuro. La Chiesa italiana scommette su di loro, sulla loro voglia di concretezza, sulla loro fedeltà al magistero unita alla fantasia di provare anche il nuovo nell’impegno quotidiano. Il Papa li ha salutati alla conclusione dei lavori indicando a tutti la bussola per il loro operare: «La ricerca del bene comune sia sempre il riferimento sicuro per l’azione dei cattolici nell’azione sociale e politica».

In questi giorni si è scritta la prima pagina di quel grande progetto educativo che i Vescovi italiani intendono realizzare nel prossimo decennio. Gli orientamenti pastorali saranno pubblicati nei prossimi giorni, ma il cammino è, di fatto, già cominciato a Reggio Calabria. Ora c’è da augurarsi che, insieme ai delegati, questa pagina ritorni in modo capillare in tutto il Paese. C’è bisogno dell’impegno personale di ognuno di loro perché – è stato notato – il messaggio della Settimana Sociale di questi giorni non è passato attraverso la grande stampa, impegnata in questioni di tutt’altro genere.  Ma con la testimonianza diretta di chi c’era forse l’efficacia potrebbe essere ancora maggiore. Settimane sociali, il «diario» di un delegato

Le impressioni dei delegati toscaniDa Prato sono partiti in tre: mons. Pierluigi Milesi, vicario episcopale per il laicato, l’ex presidente della Provincia Massimo Logli e l’architetto Filippo Boretti. Massimo Logli sottolinea soprattutto il metodo seguito, davvero «innovativo», con i delegati, tutti, che «hanno partecipato alle attività e alla stesura del documento». Ma ritiene che le novità ci siano anche sul piano dei contenuti: «Abbiamo di fatto aperto anche un’agenda politica alla luce di un mondo cattolico che esiste, che è vero e che è un punto di forza per l’Italia ma anche, in particolare, per Prato e la Toscana». Secondo Filippo Boretti,«È emersa la capacità di essere e di fare rete da parte di noi cattolici, di essere cioè protagonisti della vita pubblica prima ancora che nei partiti, un humus fertile per sapersi contare e non farsi più contare, divisi come risultiamo oggi. La Settimana sociale sottolinea una rinnovata unità culturale dei cattolici italiani fondata sui valori non negoziabili e che si sa declinare nell’impegno concreto a difesa dell’imprenditoria e del lavoro, dell’inclusione delle nuove presenze, della mobilità sociale, dell’educare per crescere, delle riforme istituzionali».

Unico delegato da Lucca, Franco Sarti, sindacalista Cisl e direttore dell’Ufficio diocesano per il Lavoro. Anche lui sottolinea «la diversa impostazione» rispetto a tre anni fa a Pisa e Pistoia, «con ampio tempo dedicato allo scambio e al confronto». Si è vista – prosegue – «una grande voglia di parlare, di ascoltare, di confrontarsi e se pur con idee o appartenenze diverse ma sempre rispettose». Sarti si è ritrovato nel sottogruppo sulla transizione politica dove «forte è stata la denuncia delle cose che non vanno al punto da non essere più sopportabili».

Nutrita la delegazione fiorentina, guidata dall’arcivescovo Giuseppe Betori e dall’ausiliare Claudio Maniago. Con loro il direttore dell’Ufficio diocesano di pastorale sociale, don Giovanni Momigli, Pietro De Marco (docente di sociologia della religione), Niccolò Manetti (imprenditore e project manager di «Florens 2010») e Andrea Bucelli, docente di Diritto alla Facoltà di economia. Presenti anche il responsabile della pastorale giovanile, don Alessandro Lombardi e due giovani: Mario Agostino e Sara Martini, presidente nazionale della Fuci. «È stata una settimana estremamente densa di contenuti che hanno un risvolto pratico, il che significa che ha avuto il coraggio della parzialità», ci dice don Giovanni Momigli. «Da questo emerge anche una modalità che a livello locale deve essere ripresa individuando e promuovendo degli ambiti in cui i laici possono confrontarsi sia con le problematiche emergenti che con i principi della dottrina sociale e declinare delle ipotesi operative sotto la loro propria responsabilità, in modo da favorire un approfondimento nella riflessione e lasciare alla gerarchia ciò che è proprio degli orientamenti e dei principi».

La delegazione di Pisa era composta da Marcello Albanese, imprenditore, Silvia Roggero, presidente della cooperativa «Impegno e futuro», Paola Batisti, consulente del Mlac e don Enrico Giovacchini, responsabile della pastorale sociale. La delegazione ha dato appuntamento per i prossimi giorni ai collaboratori della Pastorale sociale, per raccontare l’esperienza e progettare insieme il cammino a partire da Reggio Calabria. Con loro anche Andrea Tomasi, docente di Informatica e consulente della Cei. «Quello che più mi ha colpito – racconta – è stata la quantità e la qualità degli interventi nei laboratori. Per ogni assemblea tematica c’erano circa 200 persone e gli interventi sono stati una settantina, brevi, concreti, studiati… Nel laboratorio cui ho preso parte c’è stato un bel dibattito, anche acceso, ma mai polemico. Una sola nota di amarezza: la grande stampa laica si è tenuta “alla larga” da Reggio Calabria». Ai dibattiti hanno assistito anche diversi parlamentari, in una condizione di «parità» con i partecipanti, racconta Paola Batisti. Per il futuro, prosegue, occorre «dare una spinta alla formazione sul territorio –attraverso ad esempio la rete degli oratori – e ricucire i rapporti fra la “nostra” gente e la società».

Interessante l’iniziativa dei delegati di Pistoia Selma Ferrali, Marcello Suppressa e Franco Burchietti, che già lunedì 18 avevano messo in rete, sul sito della Diocesi le loro riflessioni sulla «Settimana».

C.T.

Vista dai giovaniSara Martini: «Parole forti e chiare. Ora inizia l’impegno»

Erano circa 300 i giovani presenti alla settimana sociale. Ai posti riservati per gli uffici di pastorale giovanile delle varie regioni ecclesiastiche si sono aggiunti circa altri 170 giovani delegati per le diocesi, che hanno permesso di arrivare fino al notevole numero sopracitato.  Per i giovani, intervenuti nel corso dei laboratori e motivati da una scelta senza precedenti da parte della Cei, il bilancio è certamente positivo: ascoltare le relazioni di cattolici impegnati nelle alte sfere della vita civile ed ecclesiale è stata un’occasione formativa di grande rilievo, all’interno della quale i giovani hanno potuto anche portare le istanze della loro generazione. Tra di loro anche la fiorentina Sara Martini, attualmente impegnata a Roma come presidente nazionale della Fuci, la federazione degli universitari cattolici. «Conclusa la Settimana sociale – afferma Sara – inizia l’impegno. Giovani e adulti, Vescovi, preti e laici. Insieme». In questi giorni, sottolinea, «ci siamo detti e abbiamo condiviso parole forti e chiare su questioni nevralgiche per l’oggi dell’Italia e non solo. Non solo i temi tradizionali (inizio/fine vita, ecc) ma nuovi importanti temi (come l’immigrazione…). Sono uscite proposte concrete, parole che non possono essere disattese. A noi, come laici e come associazionismo, il compito di diffondere quanto vissuto e, soprattutto, di declinare insieme le proposte». Sara sottolinea anche la preziosa occasione di poter pregare insieme: «È la preghiera che ha – per così dire – fasciato l’intera Settimana. Uomini e donne oranti, con le braccia alzate verso Dio, perché sia autentico e fecondo lo sporcarsi le mani nel mondo».

M. A.