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Dieci mesi fa il terremoto ad Arquata del Tronto: tra le macerie il tempo si è fermato

Dieci mesi fa il terremoto ha raso al suolo paesi interi arroccati sulle colline delle marche. Arquata e Pescara del Tronto del Tronto, dal 24 agosto 2016, non esistono più: 51 residenti morti e tutti gli altri trasferiti dai parenti nei paesi circostanti oppure negli hotel lungo la costa marchigiana. La visita alla zona rossa e le testimonianze sono state rese in esclusiva ai giornalisti accreditati al IV Meeting “Giornalisti cattolici e non”,  giunti in visita della cittadina marchigiana colpita dal terribile terremoto.

Percorsi: Terremoti
Parole chiave: pescara del tronto (1), arquata del tronto (1), ascoli (1)
Dieci mesi fa il terremoto ad Arquata del Tronto: tra le macerie il tempo si è fermato

I Vigili del Fuoco ci accompagnano nella “zona rossa”, presidiata dai militari e inaccessibile senza autorizzazione.  Il caschetto giallo sulla testa è obbligatorio. Facciamo pochi passi e purtroppo ci rendiamo conto che il tempo si è come fermato. C’è un silenzio assordante. Solo macerie a perdita d’occhio.  Le case – le più antiche, case di pietra, e le più recenti - sono venute tutte giù, qui sulla Salaria vecchia, che taglia il borgo. Tutt’attorno, il paese è scivolato verso la valle, la collina è smottata. Tutto è rimasto com’era quella notte. Tra le macerie un paio di pantaloni, degli sci, un giornalino di Topolino. “E’ come se la scossa fosse stata del 10° grado” sottolinea il capitano dei Vigili del Fuoco. E qui non si ricostruirà. Troppo pericoloso.

Il primo ad arrivare quella notte è stato il vescovo D’Ercole. Svegliato bruscamente dalle scosse di terremoto ad Ascoli si è messo subito in strada con la propria auto. Quando è arrivato quassù lo scenario era infernale. Polvere, fumo, urla di chi era sotto le macerie, disperazione. E si messo a scavare con le mani tra le pietre come tutti i volontari che sono arrivati successivamente. Tommaso, un bambino, deve la vita proprio al vescovo che lo ha tirato fuori dalla casa che era crollata. “Pochi giorni prima del terremoto, il 6 agosto, - racconta mons. D’Ercole - ero quassù per festeggiare un 25° di matrimonio. Un giorno di grande festa per quella famiglia. Il 24 agosto sono morti tutti”.

In fondo alla strada, l’unica aperta del paese, c’è un piccolo giardino. Due scivoli, una giostrina, un’altalena sotto due pini. Quella notte è diventato il luogo dove venivano ricomposti i corpi delle vittime. “Era l’unico posto sicuro” racconta il vescovo e “a fianco di ogni vittima e dei parenti abbiamo affiancato una persona che potesse assisterli durante quei momenti drammatici”.

Mons. D’Ercole il 24 agosto ha sfidato le indicazioni dei Vigili del Fuoco - “Eccellenza, non può andarci… eccellenza faccia attenzione” - quando si è avventurato assieme a un volontario per cercare di recuperare il santissimo tra le macerie della chiesa che è implosa su stessa. Non ci è riuscito ma ha recuperato il crocifisso. E proprio in quel momento, poco sopra,  avveniva un piccolo miracolo: il salvataggio della piccola Giulia recuperata dalle macerie, mentre rischiava di rimanere schiacciata dal peso della sorella che era già morta. “La morte e la vita si erano affrontate… e aveva vinto la vita”, ha concluso il Vescovo.

Conclusa la visita a Pescara del Tronto il rientro al campo base di Borgo d’Arquata. Li ci aspettano alcune testimonianze. Una figura di riferimento per questa terra è monsignor Giuseppe Petrocchi, orginario di Ascoli, parroco di Arquata del Tronto per molti anni e oggi vescovo dell’Aquila, ancora chiamato da tutti “don Pino”. Monsignor Petrocchi ha raccontato della testimonianza ricevuta alcuni anni dopo il terremoto dell’Aquila, dove una signora di una certa età durante il sisma del 2009 aveva pregato perché le scosse sismiche risparmiassero la figlia, il genero e i due nipoti che abitavano al piano di sotto. Dopo la violenta scossa la casa era crollata, ma lei e il marito erano ancora vivi. Allora ha pregato affinché si salvassero almeno i due bambini… “Alla fine sono morti tutti e quattro”, aveva concluso sconsolata la donna.

C’è chi, nella disgrazia del terremoto, non ha perso gli affetti e i familiari ma ha perso la sua attività commerciale. E’ Simona Brandi proprietaria di un bar al centro del paese. E ha vissuto la disperazione di non avere la possibilità di ripartire. Solo grazie all’interessamento e al contributo della Diocesi di Ascoli Piceno, ha potuto riaprire la sua attività commerciale. “Pensavo che avrei potuto farcela da sola ma non è stato così… – ha raccontato –. Mi è sembrato giusto dare un esempio positivo anche per gli altri”.

Gino Sabatini è il presidente della Camera di Commercio di Ascoli. Quella notte si è improvvissato soccorritore “ma dopo appena 4 ore mi sono fermato, non ce l’ho fatta a proseguire, sono scoppiato a piangere…”. Facendo eco alle parole di  Simona Brandi, Sabatini ha lamentato la burocrazia eccessivamente rigida che impedisce ai residenti di tornare al paese nei tempi sperati. “È giusto che ci sia legalità e trasparenza – ha lamentato – ma bisognerebbe fare tutto con cuore, cervello e passione”. E Roberto Paoletti, della Confcommercio di Ascoli, ha confermato l’impressione dei cittadini di Arquata di essere stati “abbandonati”.

Anche se un po’ di speranza sembra nascere tra le macerie. A breve dovrebbero essere consegnate le prime ventisei casette, che metterebbero fine all’anno più nero vissuto in questa località arroccata in mezzo alle foreste dell’appennino marchigiano. Lo ha annuciato il sindaco Petrucci sottolineando come i suoi concittadini siano montanari tenacissimiche non hanno minimamente voglia di piangersi addosso. Ma hanno bisogno di aiuto per tornare a sperare.

Infine il vescovo D’Ercole ha sottolineato una coincidenza che lo riguarda. Prima di arrivare ad Ascoli era stato nominato vescovo ausiliare dell’Aquila, sei mesi dopo il sisma nel capoluogo abruzzese. Poi ha visto abbattersi il terremoto nella sua nuova diocesi, un paio di anni dopo essere diventato vescovo di Ascoli. Come il fondatore della sua congregazione, il beato Luigi Orione, che prestò soccorso ai terremotati del Belice (1908) e della Marsica (1915).

“In questa coincidenza c’è una grazia di Dio – ha concluso monsignor D’Ercole – quella di diventare un vescovo dedito al terremoto. Aiutare questa gente non è solo doveroso, è un’esigenza del cuore. La cosa più importante è stare con la gente”.

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