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Proclamati e voluti dalla gente prima ancora che dalle Congregazioni vaticane

Nella lunga storia del papato ci sono curiosamente stagioni abbondantissime e stagioni poverissime di papi fatti santi. Da San Pietro fino al VI secolo tutti i papi sono stati canonizzati. Si trattava di vicari di Cristo la cui santità era visibile. All’inizio furono tutti martiri. Poi furono confessori, cioè uomini che, anche quando la morte per la fede non li santificava automaticamente, cercavano di avvicinarsi al martirio con il loro stile di vita e le più severe penitenze corporali. Poi i papi saliti alla gloria degli altari diventano più rari.

Proclamati e voluti dalla gente prima ancora che dalle Congregazioni vaticane

Nella seconda metà del primo millennio ci sono solo 27 papi santi su ottantotto. E infine il grande vuoto. Nei primi otto secoli del secondo millennio ci sono solo due o tre papi dichiarati santi di cui uno (San Celestino) aveva addirittura rinunciato al papato. È come se, per una misterioso disegno della Provvidenza, il potere temporale del papa avesse ostruito o comunque oscurato anche agli occhi della Chiesa la dimensione spirituale del successore di San Pietro. Quasi che il papato fosse stato inevitabilmente macchiato e incatenato dalla sua funzione politica che aveva velato il suo primitivo ruolo di testimonianza. Non a caso nel Medioevo il santo per eccellenza è il monaco, per non dire l’eremita, colui cioè che per la sua scelta è in di fatto l’opposto del papa re o del papa che addirittura dovrebbe comandare ai re della Terra e sporcarsi nella gestione degli affari del mondo.

Poi il processo di canonizzazione riprende lentamente. Si fa generale con gli ultimi quattro papi defunti e ora diventa rapidamente definitivo con Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II. Se per il passato qualcuno può meravigliarsi dell’assenza di papi santi ora qualcuno può meravigliarsi al contrario della loro frequenza senza intervalli e quasi senza eccezioni. E fra questi ultimi c’ è non solo qualche laico o qualche fedele meravigliato che sta nella ultima panca della chiesa. Secondo una confessione fatta a Luigi Accattoli e pubblicata postuma sul Corriere della sera del 9 aprile scorso anche il cardinale Carlo Maria Martini avrebbe espresso riserve su questa canonizzazione generale compresa quella di Giovanni Paolo II che pure appare la più indiscutibile di tutti. Ci sono tuttavia molte ragioni che possono rendere meno sorprendente questa serie di canonizzazioni.

Nella seconda meta del secolo scorso i papi hanno cessato di essere solamente i pastori gelosi ed esclusivi del gregge cattolico.

L'ultimo papa che è rimasto fedele a questo ruolo pagandone in fondo uno scotto pesante è stato Pio XII. Ma poi, soprattutto con Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II, i papi si sono proposti o comunque sono stati visti come padri apprensivi e guide morali per tutti gli uomini. I successori di Pietro  sono usciti metaforicamente o realmente dalle stanze vaticane e dalla chiesa di San Pietro per essere, come qualcuno ha ricordato «spettacolo al mondo» secondo l’espressione della lettera ai Corinzi. La loro vita e anche la loro morte è stata un avvenimento vissuto universalmente.

E non è un caso se, per esempio, intorno a questi due papi che diventeranno santi fra pochi giorni è riapparsa in sostanza la prassi medievale dei santi proclamati e voluti tali dalla gente prima che dalla Congregazione per le cause dei Santi. Giovanni XXII fu acclamato santo già fra i padri del Concilio immediatamente all’indomani della sua morte. Il grido «Santo subito» fu ripetuto dalla folla in piazza San Pietro durante la veglia funebre per Giovanni Paolo II.

E nel frattempo non solo per i papi, ma per tutti anche la santità è diventata più universale. Come ha ricordato il cardinale  Josè Saraiva Martins, prefetto della Congregazione per le cause dei Santi, è stato il Concilio con la proclamazione della vocazione universale della santità contenuto nella Lumen gentium a dirci che il Paradiso è più ampio di quanto non si creda.

Da allora i santi non ci appaiono più come quella figure solenni e strane che emergono a fatica dal fondo nero dei quadri sugli altari laterali delle chiese, quasi ombre che provengono dall’ombra più che dalla vita reale. Lo stesso Giovanni Paolo II, creando un numero di beati e di santi superiore a quello creato da tutti i suoi predecessori, fra cui un papua, un pellerossa e uno zingaro, ha reso molto più grande e democratizzata nei fatti la comunione ufficiale dei Santi. Benedetto XVI è stato ancora più esplicito fino a correre il rischio di sembrare un evangelico. Ci ha detto addirittura che il santo più comune è quello che non fa notizia e che non sarà mai proclamato ufficialmente tale e che il numero infinito dei santi non potrà mai dircelo neanche la Chiesa perché la stragrande maggioranza di loro entra solo nella mente di Dio: «Mi piacciono i santi semplici – ha detto il nostro papa emerito – cioè le persone buone che vedo nella mia vita e che non saranno mai canonizzate».

Era quello che a suo tempo aveva detto con il suo linguaggio colto Georges Bernanos: «I santi non sono personaggi di Plutarco». Si sa che ci sono stati dei teologi che hanno sostenuto addirittura che l’Inferno è vuoto o comunque poco abitato. Se così fosse in Cielo ci sarebbero non i trecento santi del calendario ma forse miliardi di uomini che ci hanno preceduto. I papi non hanno mai detto che la salvezza sarà così universale. Ma papa Francesco all’Angelus di Ognissanti dell’anno scorso ha concesso già molto in fatto di speranza. Ci ha ricordato che non a caso la Chiesa ha messo la festa dei defunti accanto alla festa di Tutti i Santi perché spera appunto che tutti i nostri morti siano santi.

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