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Scuola, un nuovo anno tra speranze e contraddizioni

Ci siamo. L’11 settembre, a norma di calendario dell’Ufficio scolastico regionale, il 9 per scelta della maggior parte dei Collegi dei docenti, inizia l’anno scolastico 2013-2104. Al suono della prima campanella, alunni e studenti si incammineranno verso le loro aule, dove troveranno un insegnante pronto ad accoglierli con, si spera, un sorriso caldo e sincero. Ognuno di questi ragazzi porta con sé il proprio mondo, che non è più esattamente quello di una società organica e armoniosa, quanto piuttosto in continua e confusa trasformazione.

Scuola, un nuovo anno tra speranze e contraddizioni

Basti pensare alle dinamiche sempre più complesse delle famiglie, normali o dimezzate o allargate che siano; al multiculturalismo di fatto, che la scuola chiama intercultura, e porta i nomi di Fatima, Dmitrij, Dervish, Iustina, Alejandro, con tutti i problemi linguistici e relazionali che facilmente si possono intuire; ai social network, che hanno cambiato lo stile dei nostri ragazzi di rapportarsi con il mondo, ma anche il loro modo di pensare e capire la realtà, alla faccia dei sillogismi di Aristotele.

Se, come dicono tutti i documenti, «lo studente è al centro dell’azione educativa in tutti i suoi aspetti» e la scuola ha per scopo il «successo formativo dello studente», non c’è dubbio che i poveri docenti avranno un bel da fare.

Pur tra mille contraddizioni, si sta andando infatti verso una personalizzazione dell’azione educativa scolastica. Si muove in questa direzione la circolare ministeriale n° 8/2013, quella dei bisogni educativi speciali (BES), secondo la quale è BES l’alunno o lo studente che si trova, anche temporaneamente, in situazione di «svantaggio sociale e culturale, disturbi specifici di apprendimento e/o disturbi evolutivi specifici, difficoltà derivanti dalla non conoscenza della cultura e della lingua italiana perché appartenenti a culture diverse». Un bel passo avanti rispetto alla scuola del primo Novecento, luogo della trasmissione della cultura, dove «se capivi, capivi». Naturalmente c’è il rovescio della medaglia: si accusa la scuola, e in particolare i docenti, di non insegnare più nulla: gli studenti giungerebbero alla maturità sempre più ignoranti, incapaci di mettere su una linea del tempo una semplice serie di fatti, oppure di dire dove si trova una certa nazione senza l’ausilio di google map. Stiamo crescendo una generazione di ignoranti? La scuola delle «competenze», come recitano le Indicazioni nazionali per il curricolo della scuola dell’infanzia e del primo ciclo d’istruzione, sia i vari Regolamenti dei licei, degli istituti tecnici e degli istituti professionali, non si sottrae al vecchio «leggere, scrivere e far di conto», ma rende il sapere, diciamo così, spendibile nella vita e operativo nella professione che ognuno svolgerà, sempre sperando che migliori la congiuntura economica.

Come insegnanti, ci troviamo tutti i giorni a fare i conti con la disaffezione degli studenti, le attese delle famiglie, le disposizioni amministrative e le contraddizioni politiche, che – ad esempio – hanno cambiato modello di reclutamento nel giro di quattro/cinque anni, dalle SSIS (scuole di specializzazione all’insegnamento secondario) ai TFA (tirocinio formativo attivo), per arrivare al concorsone che sta espletando in questi giorni i suoi ultimi riti con la pubblicazione delle graduatorie dei vincitori. Questi ultimi, comunque, non entreranno tutti e subito in ruolo. Infatti delle 11.268 assunzioni autorizzate dal Governo, il 50% andrà ai professori inseriti nelle graduatorie a esaurimento, come è giusto che sia, e solo la restante metà dovrebbe essere assegnata ai vincitori del concorso 2012. Per finire, ricordiamo le speranze degli insegnanti nati nel 1952, i più penalizzati dalla riforma Fornero: loro, per il prossimo anno scolastico, aspettano solo la modifica dei meccanismi per andare al più presto in pensione.

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