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Sul Quirinale, Renzi si gioca tutto

Nonostante l’irresolutezza finora dimostrata, c’è qualche possibilità che il caso di Sergio Cofferati – che ha lasciato il Pd dopo le contestate primarie in Liguria – possa spingere la minoranza del partito ad un gesto eclatante in vista dell’elezione del nuovo Presidente della Repubblica.

Il Palazzo del Quirinale

Passaggio, questo, che non a caso è stato definito un vero e proprio esame di laurea per il Presidente del Consiglio: se Matteo Renzi uscirà da questa fase con una soluzione rapida e brillante, allora sarà senza dubbio il dominus della politica nazionale per almeno un altro anno ancora. Viceversa, inizierà un inevitabile processo di indebolimento della sua leadership. Nemmeno un successo a metà basterebbe a dare il colpo di reni di cui l’esecutivo ha bisogno, pressato com’è da sondaggi d’opinione sempre meno soddisfacenti.

Il problema, a questo punto, è che lo stesso Patto del Nazareno non basta a garantire una rapida soluzione del rebus: nessuno dei due contraenti (premier e Silvio Berlusconi) ha il controllo sul 100% dei propri grandi elettori. Anzi, i margini di dissidenza all’interno di Pd e Fi tendono ad aumentare all’avvicinarsi della scadenza, a sottolineare la scarsa tenuta di un quadro politico che, ora più che mai, dà l’impressione di reggere l’anima coi denti.

Se Berlusconi è costretto a fare la voce grossa con i suoi (in altri tempi sarebbe bastato un gesto del capo per mettere la mordacchia a Brunetta), il segretario del Pd ha dovuto recedere per l’ennesima volta da una sua promessa. Aveva detto che avrebbe atteso la quarta votazione, quella in cui il Capo dello Stato può essere eletto a maggioranza semplice, per tirare fuori dalla manica il nome del Candidato. Poi però in direzione ha accettato l’idea di annunciare la sua scelta fin dalla prima. Costretto dalla minaccia di veder emergere dalle urne un nome a lui non gradito, come magari quello di Prodi, ha accettato di giocare d’anticipo. E così facendo si è messo nella medesima posizione di Pier Luigi Bersani nel 2013.

Facile che, a questo punto, Renzi scelga la soluzione adottata al momento di lanciare l’Italicum, quando non presentò una proposta forte, ma tre deboli, invitando gli altri a fare la loro scelta. Si pose così nella condizione dell’onesto sensale di bismarkiana memoria, nascondendo con un colpo da maestro una debolezza strutturale in termini di proposta politica. Dovesse riuscirgli il gioco, sopravviverebbe a questo difficile passaggio. Ma di sopravvivenza, per l’appunto, si tratterebbe, non di un successo. Questo giungerebbe solo con una scelta forte e coraggiosa, come quella di un presidente in grado di essere garante di tutti, dalla forte capacità politica e non sgradito a nessuno dei due poli, dall’innegabile esperienza in campo internazionale e dei problemi della sicurezza (il caso di «Charlie Hebdo» deve far riflettere). Uomini con questo profilo esistono: magari sono anche cattolici, il che non guasta. Impegnarsi su una personalità di questo calibro sarebbe rischioso, ma sarebbe anche ciò che può fare di Renzi uno statista. L’alternativa, nella migliore delle ipotesi, sarebbe quella di vivacchiare in attesa di tempi migliori, che chissà se mai arriveranno.

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