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Finalmente in Toscana la magia del mondiale

Ci son voluti più di novant’anni per portare in Toscana l’appuntamento ciclistico più prestigioso. Trai toscani e il mondiale c’è stato per tanto tempo un amore contrastato, sia che si corresse in Italia oppure all’estero. E anche oggi sono in tanti a mugugnare per i disagi procurati dalla rassegna iridata.

Percorsi: Sport - Toscana
Parole chiave: Gino Bartali (5), ciclismo (32)
Finalmente in Toscana la magia del mondiale

Ci son voluti più di novant’anni per portare in Toscana l’appuntamento ciclistico più prestigioso. Il primo mondiale, per soli dilettanti, fu corso nel 1921 a Copenhagen. I professionisti entrarono in scena nel ’27 in Germania al Nurburgring, vinse Alfredo Binda come anche nel 1930 a Liegi. A Roma nel ’32, il mondiale doveva essere uno strumento di propaganda, col duce a seguire in auto scoperta l’ultimo giro. Però voleva che vincesse un italiano e che fosse Learco Guerra, l’atleta più adatto a rappresentare lo spirito ardimentoso del fascismo. Fu invece il terzo trionfo di Binda, meno entusiasmate ma più forte, e Mussolini cercò di nascondere il dispiacere.
Il mondiale tornò in Italia nel ’51 a Varese con lo svizzero Kubler primo davanti a Fiorenzo Magni, nel ’55 a Frascati con vittoria del belga Ockers e Gastone Nencini al quarto posto, e poi varie altre volte.

Trai toscani e il mondiale c’è stato per tanto tempo un amore contrastato, sia che si corresse in Italia oppure all’estero. Brucia ancora il secondo posto di Franco Bitossi a Gap, raggiunto e superato in extremis da Marino Basso. Anche Michele Bartoli, uno che sembrava predestinato alla maglia iridata, si dovette accontentare di due terzi posti: nel ’96 a Lugano e nel ’98 a Valkenburg. Il dato più clamoroso è l’assenza dall’albo d’oro del mondiale di Gino Bartali, che non andò oltre un settimo posto nel ’36 e poi fu nono nel ’51 e decimo a pari merito nel ’52. Un anno litigò in corsa con Coppi e poi si ritirarono entrambi. Ci riuscì Mario Cipollini nel 2002 a portare la Toscana sul gradino più altro del podio, con una delle sue travolgenti volate sul circuito belga di Zolder. Dopo di lui, è stata la volta di Paolo Bettini, livornese di Cecina (anzi della California) capace addirittura di due consecutivi tronfi: Salisburgo nel 2006 e Stoccarda nel 2007. Adesso, dall’ammiraglia, dirige la squadra nazionale che ha per capitano Vincenzo Nibali, siciliano trapiantato Toscana, con altri due atleti toscani doc: l’esperto Nocentini e la promessa Ulissi. È troppo sperare che a Firenze un toscano diventi campione del mondo?
Il mondiale in città: disagi e benefici
Che dire a chi si lamenta per i disagi procurati loro dalla rassegna mondiale? Intanto che fin dal primo giorno di gara - la cronometro a squadre di domenica 22 - molta folla ha assistito sia lungo il percorso che in città, che la gara è stata valida non solo sotto il profilo tecnico ma anche sotto quello spettacolare, che le immagini televisive hanno diffuso nel mondo le bellezze naturali e artistiche della Toscana e in particolare di Firenze. A questo tipo di considerazioni, che non attenuano i disagi ma forse già li rendono un po’ più sopportabili, ne aggiungiamo altre di ordine diverso: lo spettacolo dei mondiali come occasione di riscoperta della bicicletta per passare da spettatori a ciclisti, non per gareggiare ma per muovere un po’ di più i muscoli, nel tempo libero o anche per recarsi al lavoro, con innegabili vantaggi per la salute e per il traffico. Certo che molte delle nostre strade, nelle città ma anche fuori dai centri abitati, non consentono di pedalare in sicurezza, molte piste ciclabili che alcune amministrazioni locali di buona volontà hanno allestito sono spezzoni di percorso che finiscono nel nulla o in mezzo al traffico delle auto. E manca la manutenzione.

La Toscana, terra in cui arrivano turisti da tutto il mondo, non ha finora riflettuto seriamente sulla possibilità (e sul beneficio economico derivante) di organizzare percorsi ciclabili idonei a far scoprire da un’insolita prospettiva molte delle sue località. Dovremmo andare a imparare all’estero, per esempio sui percorsi lungo il Danubio dove si può pedalare per giorni sostando in ostelli dedicati ai ciclisti, o alla bella pista lungo la Drava che collega San Candido a Lienz (con la possibilità di ritornare in treno, dopo aver riconsegnato la bicicletta noleggiata… trovata che ha dato origine a un business notevole!). Perché non creare qualcosa di simile lungo l’Arno, da Firenze a Pisa e anche fino al mare, sfruttando argini e golene che in molti casi nascondono ancora gli antichi viottoli?

Ma ci sarebbe un terzo ordine di motivi per «sopportare» di buon grado i disagi procurati dal mondiale: il messaggio che il ciclismo è in grado di trasmettere. O che è stato in grado di trasmettere, considerando purtroppo il doping che ha infangato questo e altri sport. Adesso c’è (lo assicurano gli addetti ai lavori, però guai abbassare la guardia!) più pulizia, i controlli più severi e il passaporto biologico aiutano a eliminare le mele marce. Però una cosa fa pensare e non lascia tranquilli: tra gli attuali direttori sportivi (ruolo equivalente a quello dell’allenatore in altri sport) ci sono diversi ex-atleti che, quando correvano, subirono squalifiche anche pesanti per positività all’antidoping. Ciò detto, il ciclismo è bello: la corsa in gruppo, le fughe da lontano, le volate mozzafiato, la scalata delle montagne più impervie sono racconti affascinanti, soprattutto quando lo scenario è un mondiale o un grande giro. Storie di vittorie e sconfitte, di passioni e fatiche che hanno dato vita alla leggenda dei «giganti della strada».

Tra i quali un posto di tutto rilievo spetta a Gino Bartali, campione di eccezionali imprese e proprio in questi giorni annoverato trai «Giusti tra le nazioni» allo Yad Vashem, il sacrario di Gerusalemme che tiene viva la memoria dello sterminio degli ebrei. Fra il settembre ’43 e il giugno ’44 Bartali, fingendo di allenarsi, trasportava all’interno dei tubi della sua bicicletta documenti che servivano a falsificare i passaporti di ebrei italiani. Con le sue pedalate ne salvò ottocento (leggi).
Anche Don Milani fondò una squadra
Quando era cappellano a S. Donato di Calenzano, uno dei suoi ragazzi, Maresco Ballini, decise di correre in bicicletta nella categoria allievi. Aveva trovato una squadra a Campi Bisenzio, ma don Lorenzo temeva di «perderlo» e fu così che insieme ad alcuni sportivi della parrocchia diede vita all’Associazione ciclistica Fosco Bessi di Calenzano (tuttora in attività). Maresco racconta: «Volle scegliere lui i colori sociali… un paio di volte venne anche a vedermi in corsa». Una domenica, era il 17 luglio del ’49, mentre lo confessava prima della Messa delle 7, don Milani chiese al giovane corridore dove avrebbe gareggiato e gli disse: «Vai, caro, oggi vinci!».

Continua il racconto del Ballini: «Vinsi davvero, con quattro minuti e mezzo di vantaggio sul secondo arrivato, la prima e unica gara della mia carriera sportiva». E nel ’50, in occasione del Giubileo, il futuro priore di Barbiana andò in bicicletta a Roma con un gruppo dei suoi ragazzi, dopo aver chiesto al vescovo il permesso di non indossare la talare per pedalare meglio e sudare un po’ meno.

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