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Piombino: infermiera arrestata, è accusata di aver ucciso 13 pazienti

L'infermiera arrestata dal Nas di Livorno è accusata di 13 omicidi volontari, nei confronti di altrettanti pazienti, con l'aggravante della crudeltà. La donna da circa 20 anni lavorava nel reparto di anestesia e rianimazione dell'ospedale di Piombino. E' stata arrestata ieri sera a Pisa. Il vescovo: «Smarrimento e incredulità».

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Ospedale di Piombino

Secondo le indagini, l'infermiera è ritenuta responsabile del reato di omicidio volontario continuato, avvenuto negli anni 2014 e 2015, di 13 pazienti tutti ricoverati, a vario titolo e per diverse patologie, presso l'Unità Operativa di Anestesia e Rianimazione dell'ospedale civile di Piombino. In una conferenza stampa il Nas ha spiegato che soffre di depressione e che è stata in cura da uno specialista.

Dosi massicce del farmaco anticoagulante «Eparina», non per fini terapeutici, hanno determinato soprattutto in alcuni casi la morte dei pazienti che erano uomini e donne di età fra i 61 e gli 88 anni. Sui 13 decessi 12 sono attribuiti a «scoagulazione del sangue», uno ad arresto cardiaco. I 13 decessi hanno alterato le statistiche dell'ospedale di Piombino. «Appena avute le prime conferme - fanno sapere dalla Asl - l'infermiera è stata trasferita dal reparto al poliambulatorio, dove non vi è somministrazione di farmaci». Dopo il trasferimento dell'infermiera nell'ottobre 2015, nel reparto dove prestava servizio si è passati dal 20% al 12% del tasso di mortalità.

«E' davvero una storia orribile, alla quale si fa fatica a credere» è il commento dell'assessore regionale al diritto alla salute Stefania Saccardi. «Una storia che purtroppo rischia di gettare discredito su una categoria, quella degli infermieri, che invece è fatta da persone che svolgono il loro lavoro con competenza, professionalità, dedizione, spirito di sacrificio, grande senso etico. La missione di un infermiere non è certo quella di dare la morte, ma invece curare, assistere, alleviare il dolore. E questo fanno, con deontologia professionale, gli infermieri del servizio sanitario toscano. Il mio pensiero e la mia solidarietà ai parenti delle vittime. E il mio ringraziamento ai carabinieri del Nas e alla magistratura, che hanno condotto le indagini, alle quali la Asl ha collaborato e a ha dato impulso. Verificheremo - conclude l'assessore - se vi sia adeguata attenzione nella valutazione dei casi; voglio tuttavia sottolineare che l'indagine è partita sulla base di due denunce da parte del SSR e che, appena avuto il sospetto del coinvolgimento dell'indagata nei fatti, l'infermiera venne spostata dal suo posto di lavoro».

«E’ chiaro che un fatto simile - afferma il vicepresidente della Commissione sanità del Consiglio regionale Stefano Mugnai (capogruppo di Forza Italia) - rappresenta, se dimostrato, una macchia indelebile su una sanità, quella toscana, già fiaccata da numerose inchieste tra cui quella che ha coinvolto il chirurgo Paolo Macchiarini e quella sul crac della Asl di Massa Carrara. Serve trasparenza, per questo chiedo a Rossi di riferire al Consiglio ogni informazione di cui entrerà in possesso».

«Urge un’ispezione ministeriale - commenta del deputato eletto in Toscana e responsabile sanità Pd, Federico Gelli - per capire come questa persona possa aver agito indisturbatamente uccidendo, con lo stesso modus operandi, ben 13 persone. Allo stesso tempo, anche di fronte ad episodi terribili come questo, non possiamo commettere l'errore di gettare fango su un’intera categoria professionale».

La presidente della federazione nazionale dei collegi infermieri Ipasvi, Barbara Mangiacavalli sottolinea che «si tratta di situazioni che una volta accertate non devono lasciare spazio ad alcuna giustificazione e devono essere punite sia giuridicamente che deontologicamente». Tuttavia secondo Mangiacavalli «è prioritario comprendere come mai cose del genere hanno come protagonisti a volte gli infermieri». «Le condizioni di lavoro spesso non aiutano a mantenere  l’equilibrio necessario alla nostra professione e  questo dovrebbe essere chiaro a chi gestisce l’organizzazione: le Regioni e, in primis, il ministero della Salute. Sarebbe necessario organizzare – è la proposta – gruppi di prevenzione del burnout per non lasciare abbandonato a se stesso chi opera in situazioni limite, evitando così che si raggiungano livelli di stress intollerabili che sfociano in reazioni altrettanto intollerabili». 

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