Cultura & Società

Nasce a Firenze il primo Dizionario dei proverbi

di Lorella PellisNon c’è dubbio. Chi da ora in avanti vorrà sapere poco – o molto – sui proverbi, non potrà prescindere in nessun modo dal «Dizionario dei proverbi italiani », fresco di stampa e pubblicato dalla casa editrice Le Monnier. Il «responsabile» di un’impresa di tal fatta, prima opera generale sui detti italiani, non poteva essere che Carlo Lapucci, toscano doc (è nato a Vicchio di Mugello) e massimo studioso e conoscitore delle tradizioni popolari e di tutte le forme di sapere ad esse collegate. Il Dizionario, maneggevole e facile da consultare nonostante le oltre 1350 pagine, raccoglie 25 mila proverbi, sistemati per sinonimi, interpretati e spiegati nel significato e nella loro origine.

Professor Lapucci, come è nato questo «Dizionario dei proverbi italiani»?

«Nel 1969 uscì la prima edizione del volume Per modo di dire – Dizionario dei modi di dire della lingua italiana , presso la Casa Editrice Valmartina, che allora era a Firenze e dove lavoravo. È stata quella la prima edizione di un dizionario dei modi di dire della nostra lingua ed ebbe molta fortuna. Nel fare quell’opera venni in contatto con il mondo dei proverbi e mi resi conto del perché non c’era ancora stata in Italia un’opera completa su tale materia: un po’ per difetto della nostra cultura, un po’ per difficoltà oggettive della nostra lingua, soprattutto per la pretesa ad essere nazionale quando ancora non lo era e per i suoi rapporti (da intendersi come debiti) verso i dialetti. Ritenni allora che non fosse possibile arrivare a un’opera generale per i proverbi, ma cominciai a farmi uno schedario della materia, per uso personale: scrivevo libri, articoli, tenevo una rubrica di lingua italiana su una rivista. Con gli anni ho pubblicato almeno cinque repertori specifici di proverbi, mediante i quali ho studiato i vari problemi di un simile repertorio: la raccolta, la selezione, la struttura, la dimensione, il rapporto con il dialetto».

C’è stato un libro in particolare che ha dato l’avvio al lavoro?

«Sì, è stato I proverbi dei mesi , uscito da Cappelli di Bologna nel 1975, che ho scritto insieme a mia moglie Anna Maria Antoni, alla quale devo molto di quello che ho fatto e abbiamo fatto insieme. Fu quello che mi fece intravedere la possibilità di scrivere un’opera come quella che è uscita. Nel frattempo il mio schedario aveva aggiunto già una dimensione tale da dare un’idea più precisa della materia e delle difficoltà che presentava il lavoro. Feci poi molti articoli specifici, interventi a dibattiti, la prefazione ai Proverbi toscani del Giusti e altre cose, come lo studio dei proverbi dialettali, stranieri, la storia del proverbio, l’interpretazione. Soprattutto una considerevole documentazione e corredo di testi di appoggio: manuali di agricoltura, almanacchi, calendari, testi religiosi, di liturgia, classici di ogni tipo: soprattutto libri del passato, documenti di quella civiltà che aveva prodotto i proverbi e con i quali si devono spiegare… Poi naturalmente opere di linguistica, testi teorici, specifici dalla materia. Diceva un poeta che per scrivere un verso bisogna aver viaggiato il mondo. Forse questo è necessario a volte anche per spiegare un proverbio».

Come mai un’opera di questa mole è stata fatta da un solo autore?

«Sono stato aiutato da molti, che ho debitamente ringraziato nel volume. Sono soprattutto gli ignoti dai quali ho preso materia per la raccolta orale. Era un’impresa rischiosa nella quale non era giusto coinvolgere persone… innocenti. Chi sa come sarebbero andate le cose con gli anni che richiedeva un simile lavoro? Ma forse la ragione più decisiva è il fatto che una prima opera generale di revisione e valutazione su una materia, necessita di una riflessione unitaria, monolitica, con i vantaggi e gli svantaggi che questo comporta. Fatto questo lavoro d’impostazione si costituisce un punto di riferimento per fare di più e meglio, da noi o da altri. Ma una visione unitaria all’inizio ci vuole, eventualmente anche per contrastarla. Per questo ho lavorato fino all’ultimo anche senza editore, cosa ancora più temeraria, e ho presentato un testo già elaborato. Poi è venuto, anche l’Editore, intelligente per fortuna, che ha detto la sua, ha dato il suo apporto, direi positivo in ogni senso».

Quindi un punto fermo…

«Se non altro perché quello che c’è dietro non ha neppure aspirazione a una completezza della materia, relativamente ai proverbi attestati in lingua italiana. Ma questa, come le opere simili, va vista come un complesso salvato nel tempo in cui i proverbi sono ancora in uso presso una fascia consistente di persone. È un documento scritto in un momento di declino del proverbio per arricchire la cultura della lingua, ma soprattutto uno scrigno prezioso il quale potrà essere arricchito e al quale potranno attingere quelli che ci seguiranno».

Per questo la sua originale dedica…

«Anche per questo, oltre all’affetto, la dedica scherzosa, ma non tanto, al mio nipotino “Amerigo e ai suoi nipoti”. Ho sempre sentito come un dovere di consegnare questa ricchezza di testi tradizionali, che mi hanno dato spiritualmente tanto, a chi ci segue, come si sono ricevuti da chi ci ha preceduto. È il vero senso della tradizione».

Qual è il più bel proverbio?

«Ce ne sono tanti di bellissimi, di profondi, di molto saggi, ma quello che mi ha sempre affascinato è un detto pieno di mistero: In cent’anni e cento mesi torna l’acqua ai suoi paesi. C’è in questa frase, per le sue implicazioni, un sapere d’antica Sibilla, una conoscenza arcaica del mondo, che lasciano stupefatti e ammaliati. Si trova già nel Sacchetti: “In cento anni e ‘n cento mesi torna l’acqua in suo’ paesi”. Deriva forse da uno latino: Ad fontes redeunt longo post tempore limphae: Dopo molto tempo le acque tornano alle loro fonti. Riecheggia le parole dell’Ecclesiaste: “Quel che è stato sarà”. Ma soprattutto dà un’idea ciclica della vita, che metto piuttosto in collegamento con quello che dicevano i contadini quando trovavano le conchiglie nei campi: Là dov’era l’acqua ritorna» .

L’autoreCarlo Lapucci è nato a Vicchio di Mugello. Vive a Firenze, dove insegna e dove ha seguito gli studi classici. Si è occupato di letteratura (L’erba inutile, Vallecchi 1982; Il battello del sale, Il Grifo 1991; L’uomo di vetro, Camunia 1992); di linguistica (Dizionario dei modi di dire della lingua italiana, Valmartina 1969); delle tradizioni popolari (Fiabe toscane, Mondadori 1984; La Bibbia dei poveri, Mondadori 1985; Indovinelli italiani, (Vallardi 1994), prima raccolta generale dei nostri indovinelli. Oltre al nostro settimanale collabora a giornali e riviste, tra cui Il Sole 24 ore, La Nazione, Studi piemontesi, Erba d’Arno, Storia illustrata, Giornale di Bordo.

Ha lavorato e collaborato a case editrici; ha partecipato come esperto alla trasmissione di Radiodue: La luna nel pozzo, ed è stato l’autore delle serie: I verdi giardini della memoria e Cose dell’altro mondo, della stessa rete nazionale. Frutto di un corso tenuto a Montecatini è il volume Introduzione allo studio delle tradizioni popolari, Polistampa, Firenze, 2001.

Nel 2000 è uscito Oibò! – Parodie e copie, (Rossi Editore, Carrara), quindi la raccolta di versi, Statue di fumo. Nel 2002 gli è stato conferito il premio Giusti per la satira. La rivista Giornale di Bordo ha dedicato alla sua opera l’intero numero del marzo 2003. È uscita nel 2004 la raccolta dei suoi lavori teatrali Teatro a buon mercato, (Rossi Editore, Carrara). Nel 2005 il volume di versi Alla dogana del sonno (Le Balze, Montepulciano), che ha raccolto notevoli consensi.

Il tempo nella saggezza popolareL’inesorabilità del trascorrere del tempo è il tema di molti proverbi che, in qualche caso, riecheggiano versi di poeti illustri. Il tempo passa senza farsi notare, consumando e logorando tutto, ma è anche l’unica medicina che sana le ferite dell’animo, le sofferenze. Chi sa ben gestire il proprio tempo riesce a vivere meglio, a realizzare, con pazienza, i proprio progetti. Il tempo è raffigurato simbolicamente come un vecchio con le ali, che tiene in una mano una grossa falce, nell’altra le bilance e il piede destro appoggiato su una ruota, che spesso è il cerchio dello Zodiaco. A volte invece il tempo è raffigurato con uno specchio nella mano mentre sorvola una città in rovina. Spesso accanto al tempo è raffigurata la morte. • Il tempo vola.Il tempo passa tanto rapidamente che ci sorprende allorché ci accorgiamo che è svanito senza che ce ne siamo accorti. Si può confrontare anche Le ore non hanno comare. • Fugit irreparabile tempus. Fugge irreparabilmente il tempo. Parole celeberrime d’un verso di Virgilio (Georgiche III, 284). • Tempus fugit.• Il tempo fugge.Traduzione del precedente. Meno frequente la forma Il tempo se ne va. • Cola il tempo con la polvere. Si riferisce alla clessidra.

• Gli anni corrono come l’acqua.

• Il tempo passa e non torna più.

• Vassene il tempo e l’uom non se ne avvede. Verso di Dante (Purgatorio IV, 9). • Il tempo cammina con le scarpe di stoppa (lana).Non si avverte, avanza leggero e silenzioso senza farsi sentire. • La vita fugge e non s’arresta un’ora.Verso del Petrarca (In vita di Madonna Laura CCLXXII): «La vita fugge e non s’arresta un’ora / e la morte vien dietro a gran giornate / e le cose presenti e le passate / mi danno guerra e le future ancora».

• Il tempo passa e non si ferma.

• Il tempo non si ferma per nessuno. Allude all’illusione dell’uomo di ritrovare dopo molto tempo le cose come le aveva lasciate, mentre le ritrova trasformate, quando non sono scomparse. • Il tempo va al trottoe quello felice va al galoppo. • Il tempo passa e la bambina va a marito.Il tempo trascorre insensibilmente e quasi all’improvviso si viene a sapere che, quella che avevamo visto bambina, è già grande e si sposa. • Gli anni passano e i figli si sposano. • Il tempo passa e la vita s’accorcia.Passando il tempo resta sempre meno da vivere.

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• Il tempo è denaro [moneta].Proverbio il cui concetto fu enunciato anticamente in una sentenza di Teofrasto, citato da Diogene Laerzio (V, 2, 40). Ripreso da Francesco Bacone (Saggi, 1620) ha riacquistato valore nuovo nel mondo anglosassone, in polemica con la concezione medievale, confortando il principio moderno, secondo il quale il tempo produce danaro col lavoro, col prestito e con ogni altra forma di attività di mercato. Franklin lo cita (Istruzioni a un giovane commerciante) e nella sua opera spiega efficacemente questo principio alla luce della nuova economia borghese. Viene dalla lingua inglese e si usa anche: • Time is money. Il tempo è danaro.• Il tempo è danaro e Dio lo dà gratis. Guicciardini nei Ricordi avverte: «Il tempo è come il danaro: non ne dissipate e n’avrete sempre d’avanzo».(tratto dal Dizionario dei proverbi italiani).