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ALDO MORO: 30 anni dopo restano i tanti misteri

Alle 9,15 del 16 marzo 1978 le Brigate rosse rapiscono il presidente della Democrazia cristiana Aldo Moro e massacrano i cinque uomini della sua scorta. L'agguato avviene a Roma, in via Fani. In pochi minuti i brigatisti uccidono i due carabinieri che sono nell'auto di Moro (il maresciallo Oreste Leonardi, caposcorta, e Domenico Ricci) e i tre poliziotti dell'auto di scorta (Raffaele Jozzino, Giulio Rivera e Francesco Zizzi). Moro è caricato a forza su una Fiat 132 blu. A trent'anni di distanza restano ancora tanti misteri...
DI ENNIO CICALI

Parole chiave: aldo moro (7), br (482), terrorismo (193)
ALDO MORO: 30 anni dopo restano i tanti misteri

di Ennio Cicali

Alle 9,15 del 16 marzo 1978 le Brigate rosse rapiscono il presidente della Democrazia cristiana Aldo Moro e massacrano i cinque uomini della sua scorta. L'agguato avviene a Roma, in via Fani. In pochi minuti i brigatisti uccidono i due carabinieri che sono nell'auto di Moro (il maresciallo Oreste Leonardi, caposcorta, e Domenico Ricci) e i tre poliziotti dell'auto di scorta (Raffaele Jozzino, Giulio Rivera e Francesco Zizzi). Moro è caricato a forza su una Fiat 132 blu.

I testimoni riferiscono di un volume di fuoco impressionante: la maggioranza dei colpi (49 su un totale di 93 proiettili ritrovati dalle forze dell'ordine) è sparata da una sola arma. Si parla di una sorta di Tex Willer freddo e spietato. A distanza di 30 anni non si è ancora riusciti a dare un nome al killer, è uno dei tanti misteri del caso Moro.

Aldo Moro è uno dei protagonisti più importanti della politica italiana: artefice dell'apertura a sinistra degli anni '60, con l'ingresso dei socialisti nell'area di governo, è il principale interlocutore del Pci per l'attuazione del «compromesso storico» fra democristiani e comunisti che dovrebbe far uscire l'Italia da uno stallo politico senza precedenti. La mattina del 16 marzo si sta recando alla Camera per il dibattito sulla fiducia al quarto governo Andreotti, il primo con l'aperto sostegno del Pci. Il rapimento di Aldo Moro è l'atto più clamoroso nella storia delle Brigate rosse. Pochi giorni prima si è aperto a Torino il primo processo ai capi storici delle Br. Un processo tormentato, continuamente rinviato per le defezioni dei giudici popolari. Le Br fanno paura.

La prigionia di Moro è scandita dall'invio di nove comunicati delle Br con i quali, unitamente alla risoluzione strategica (il massimo organo brigatista) spiegano i motivi del sequestro. Sono documenti lunghi, quasi illeggibili, non mancano errori di sintassi e stramberie.

Dal «carcere del popolo» Moro scrive 86 lettere, alcune scritte a mano, sono recapitate dai postini delle Br; altre, non recapitate, saranno trovate nel covo di via Montenevoso a Milano. Alcune sono indirizzate ai colleghi di partito e alle alte cariche dello Stato. Particolarmente toccanti le lettere indirizzate ai familiari e alla moglie Noretta in particolare. E' quasi certo che molte lettere non siano state trovate.

Trattativa o fermezza? È l'interrogativo dei 55 giorni. Andreotti e buona parte della Dc sono per la linea dura, con loro comunisti e repubblicani. Socialisti, radicali, Lotta continua sono invece per la trattativa. Le Br chiedono inizialmente la liberazione di 13 detenuti. Amintore Fanfani suggerisce di concedere la grazia a una terrorista gravemente ammalata. La mattina del 9 maggio la direzione della Dc dovrebbe approvare una risoluzione per dare il via libera all'operazione. Ma la notizia del ritrovamento della salma di Moro pone fine alla discussione.
Sono molti gli appelli per la liberazione di Moro: dall'allora segretario dell'Onu Kurt Waldheim ad Amnesty International: Particolarmente toccante l'appello di Paolo VI agli «uomini delle Brigate rosse» per restituire Aldo Moro «alla libertà, alla famiglia, alla vita civile».

Il caso Moro è contrassegnato da molti misteri. Sei processi non hanno ancora dissipato una serie incredibile di incongruenze e contraddizioni: quanti erano i brigatisti in via Fani? In un primo momento sembrava fossero quattro, per i br sono una decina, tutto fa pensare che fossero una ventina. Quante sono state le prigioni di Moro? Ancora che fine hanno fatto le borse di Moro? Secondo la moglie erano cinque, ne sono state ritrovate tre: che fine hanno fatto le altre due? Sul luogo dell'agguato si sarebbero aggirati strani personaggi: un alto ufficiale del Sismi, uomini della malavita organizzata, forse terroristi tedeschi, due motociclisti armati. Tra i tanti misteri, quello di uno «strano studente» russo interessato ai movimenti dell'on. Moro, che poi il dossier Mitrokhin indicherà come il capo delle operazioni speciali del Kgb in Italia. E quello delle prigioni di Moro. Via Montalcini è stata l'unica? Uno degli episodi più strani riguarda via Gradoli: questo nome viene fuori in una seduta spiritica a cui partecipano diversi professori universitari di Bologna (tra cui Romano Prodi). Quasi sicuramente la seduta è la copertura per una soffiata degli extraparlamentari bolognesi. Le forze dell'ordine mettono sottosopra Gradoli, in provincia di Viterbo, senza trovare nulla. Pochi giorni dopo una strana perdita d'acqua, fa scoprire un covo delle Br a Roma. È la casa dove dorme Moretti, una delle basi più importanti dei brigatisti. Chi ha scritto e perché il falso comunicato n. 7, quello del lago della Duchessa? E ancora: chi impugnava la pistola Walter Ppk silenziata e la mitraglietta Skorpion che hanno ucciso Aldo Moro?

L'assassinio di Aldo Moro e dei cinque uomini della scorta fa parte di un'anomalia tutta italiana, perennemente in bilico tra una verità ufficiale e una verità occulta, difficile da scoprire.

Sei processi, tutti fuori

Sei inchieste per l'assassinio di Aldo Moro e della sua scorta (di cui una ancora aperta), 23 sentenze, una serie di indagini ancora in corso. Il primo processo si chiude a Roma il 24 gennaio 1983 con la condanna all'ergastolo di 32 brigatisti rossi, poi ridotte per molti a 22 anni. Oggi in carcere non c'è praticamente più nessuno. In via Fani erano presenti almeno dieci terroristi. Quelli la cui presenza è ormai accertata sono, in ordine alfabetico: Algranati, Balzerani, Bonisoli, Casimirri, Fiore, Gallinari, Lojacono, Moretti, Morucci e Seghetti. Ecco nel dettaglio cosa fanno oggi:

Rita Algranati, indicata come uno dei componenti del gruppo di via Fani, è in carcere, arrestata al Cairo il 14 gennaio 2004. Era latitante dal 1978;

Lauro Azzolini, esponente di spicco delle Br, non ha partecipato al sequestro Moro, faceva parte della direzione strategica che ha gestito il rapimento, è libero e si occupa di informatica.

Barbara Balzerani, condannata a 3 ergastoli, lavora all'esterno del carcere di Rebibbia in una cooperativa che si occupa di informatica;

Franco Bonisoli, è stato il primo, tra i br implicati nel caso Moro, a ottenere il permesso per lavorare fuori del carcere. Ora è libero e dirige una società di consulenza nel settore ecologico;

Anna Laura Braghetti, uno dei carcerieri di Moro, condannata all'ergastolo ha ottenuto la libertà condizionale e lavora all'Arci di Roma;

Alessio Casimirri non è mai stato arrestato, vive in Nicaragua, dove gestisce un ristorante;

Raimondo Etro, condannato a 20 anni e 6 mesi, è agli arresti domiciliari, era l'armiere delle Br, escluso all'ultimo momento dall'agguato di via Fani;

Adriana Faranda, non era in via Fani, ma nei 55 giorni del sequestro ha svolto un ruolo di primo piano come «postina» delle Br, è in libertà e fa la fotografa;

Raffaele Fiore, all'ergastolo nel carcere di Opera, ammesso al lavoro esterno lavora a progetti di reinserimento socio-lavorativo;

Prospero Gallinari, ha partecipato alla strage di via Fani, è fuori del carcere per le sue condizioni di salute (ha tre by pass). Vive a Reggio Emilia.

Alvaro Lojacono ha scontato nove anni in Svizzera, da cui ha ottenuto la cittadinanza e che non ha mai concesso l'estradizione, prima di ottenere la libertà. Arrestato dì nuovo in Corsica, nel 2001, è tornato in libertà dopo che la Francia ha negato all'Italia l'estradizione;

Germano Maccari, il quarto uomo di via Montalcini, sconosciuto fino al 1993, è morto per aneurisma cerebrale nel 2001 nel carcere dl Rebibbia, dopo che la Cassazione aveva reso definitiva la sua condanna a 23 anni;

Rocco Micaletto, lavora al servizio librario di una comunità genovese, la sera rientra al carcere di Marassi;

Mario Moretti, il capo più autorevole delle Br dopo l'arresto di Renato Curcio, fino a gestire il sequestro, la prigionia e la morte di Aldo Moro, condannato a sei ergastoli, è in regime di lavoro esterno nel carcere di Opera (Milano), si occupa di informatica.

Valerio Morucci, partecipa alla strage di via Fani, è in libertà, fa il consulente informatico, scrive libri e racconti;

Bruno Seghetti, condannato all'ergastolo, aveva avuto la semilibertà, che gli è stata revocata nell'ottobre 2001, si trova nel carcere di Rebibbia.

In libreria
E' impressionante la mole di libri dedicata all'assassinio di Aldo Moro e della sua scorta. Tra i più recenti da segnalare «Doveva morire» (Editore Chiarelettere, pag. 397, € 15,60) scritto da Ferdinando Imposimato, uno dei primi magistrati impegnati nell'inchiesta, con il giornalista Sandro Provvisionato. I due autori propongono una commissione internazionale d'inchiesta per mettere fine a uno dei più complessi e dolorosi intrighi nella storia dell'Italia repubblicana. Nei 55 giorni di prigionia Aldo Moro scrisse numerosissime lettere, alcune delle quali furono secretate dal Parlamento dopo il primo processo. I politici italiani, nonché i giornalisti, si affannarono a dichiarare che le lettere erano prive di valore perché risultanti da una costrizione. Erano certo lettere criptiche, allusive, scritte da un uomo che vedeva progressivamente chiudersi gli spazi di ascolto. Nel libro «Aldo Moro: lettere dalla prigionia» (Einaudi, pag. 400, € 17,50) Miguel Gotor riordina cronologicamente l'intero carteggio, con alcuni inediti, e ne offre un'edizione critica cui applica il rigore interpretativo della filologia storiografica. Marco Clementi nel libro «La pazzia di Aldo Moro» (Rizzoli Bur, pag. 408, € 10,50) ricostruisce quello che è stato il punto di non ritorno della vita politica e sociale dell'Italia contemporanea, il suo trauma irrisolto, e lo fa scegliendo di dare la parola ai documenti. Alle lettere di Moro, ma anche al suo memoriale, ai comunicati delle Br, ai giornali, alle memorie dei politici e dei brigatisti, agli esiti delle commissioni di inchiesta parlamentari e dei processi. Il libro di StefanoGrassi «Aldo Moro. Un dizionario italiano» (Mondatori, pag. 750 € 15,50) parte da tante domande: quale verità nel caso Moro? Quella degli ex brigatisti che affermano che tutto è chiaro; o quella di altri ex, capaci di vedere in ogni elemento della vicenda le infinite connessioni che rimandano ad altre strategie e interessi occulti e inconfessabili? La verità, dunque, di Moro che scrive dalla sua cella? O quella dei suoi carnefici che nascondono dietro la prolissità dei loro comunicati la cruda evidenza delle loro azioni? Insomma anche per gli osservatori più neutrali il caso Moro resta un caso, dove districarsi fra tanti elementi è quantomeno impervio. E allora per raccontare la storia di quei giorni terribili resta una strada: quella del dizionario. Ecco dunque in circa 800 voci, ordinate alfabeticamente (da Abatangelo a Zweiter) il libro che raccoglie tutto quanto ha o ha avuto a che fare con il sequestro e l'omicidio di Aldo Moro, utilizzando anche l'immane documentazione della Commissione Moro e della Commissione Stragi.

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