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Il «giusto prezzo» di uomini e cose

A Firenze e fuori fa molto discutere in questi giorni la vicenda del crocefisso attribuito a Michelangelo comprato a New York da un antiquario torinese per l'equivalente di diecimila euro, valutato poi da qualcuno diciotto milioni di euro e acquistato infine dallo stato per tre milioni e duecentomila euro. Fa parte naturalmente a sé il significato e il rilievo devozionale di questo crocefisso come di ogni altro crocefisso in genere.
DI ROMANELLO CANTINI

Parole chiave: economia (250)

di Romanello Cantini

A Firenze e fuori fa molto discutere in questi giorni la vicenda del crocefisso attribuito a Michelangelo comprato a New York da un antiquario torinese per l'equivalente di diecimila euro, valutato poi da qualcuno diciotto milioni di euro e acquistato infine dallo stato per tre milioni e duecentomila euro. Fa parte naturalmente a sé il significato e il rilievo devozionale di questo crocefisso come di ogni altro crocefisso in genere. Ma per quanto riguarda il suo mercato la girandola di prezzi che ha girato intorno a questo oggetto di quaranta centimetri, in un mondo in cui già si lamenta che tutti i valori sono relativi, sembra essere il simbolo del prezzo relativissimo che l'economia di oggi attribuisce alle cose.

Nemmeno la croce può salvarsi da questo cinismo valoriale della finanza dei nostri giorni. È vero che intorno all'oggetto in questione c'è il problema particolare dell'attribuzione o meno a Michelangelo. Ma come dimostrò già alcuni anni fa Naomi Klein nel suo memorabile libro «No logo», anche l'economia moderna attribuisce ai prodotti la quasi totalità del loro prezzo non in base alla loro utilità o al loro costo di produzione, ma in base al «marchio», cioè al loro autore.

In altre parole, se un fashionista di Empoli che lavora per Armani lascia vendere i suoi pantaloni con il marchio della ditta milanese, i suoi pantaloni hanno un prezzo molto alto. Se per caso chi li ha fatti vende gli stessi pantaloni direttamente senza marchio costano quattro volte meno. Soprattutto negli ultimi trent'anni l'economia si è sviluppata dando sempre più questo valore fittizio alle cose. Già negli Anni Ottanta del secolo scorso, quando prendeva il via quella «economia di carta» che ha portato alla crisi mondiale di oggi, Giuseppe Turani raccontava la storiella che già circolava in tutte le borse. Tizio incontra Caio e gli dice: «Vorrei venderti questi due pappagalli. Però costano un po' cari: tre miliardi». E Caio senza scomporsi. «Li compro senz'altro, ma per pagamento ti do questo gatto che costa appunto tre miliardi». Se poi i pappagalli e il gatto cominciano a girare per banche e borse con il loro prezzo d'acquisto attaccato al collo ecco che la cosiddetta finanza creativa ha creato due grandi nuovi valori. E non si tratta solo di barzellette.

C'è chi ha calcolato che i titoli con valore fittizio che la finanza si è scambiata a livello mondiale, a cominciare dalle famose obbligazioni americane basate su mutui che la gente non pagava più e su case che non valevano quasi più nulla, sarebbero addirittura quattro volte il prodotto reale mondiale. Fu nel Medioevo che si ebbe l'ossessione di attribuire una volta per tutte il «giusto prezzo» alle cose. E san Tommaso era certamente un fondamentalista quando diceva che chi commercia è sempre un peccatore perché chi vende vuole rubare cercando di vendere un prodotto al di sopra del suo costo naturale e chi compra vuole rubare perché vuole pagarlo al di sotto di quel prezzo. E tuttavia anche economisti meno lontani nel tempo e senza il saio di san Tommaso, a cominciare dai più classici e dai più noti, da Ricardo a Marx, hanno cercato disperatamente di dare un qualche fondamento etico alla economia calcolando il valore dei prodotti per esempio sulla base del costo del lavoro che era stato necessario per fabbricarli. Per questa via, che in fondo è riecheggiata anche nelle encicliche di Giovanni Paolo II, si cercava di dare un valore oggettivo non solo alle necessità ma anche al lavoro degli uomini.

Oggi qualsiasi metro in questa materia è spesso completamente assente. Eppure non sarebbe male, per quanto riguarda le cose, cominciare a rimettere in vetrina qualche prezzo giusto almeno per quanto riguarda i bisogni essenziali, dal cibo alla casa. E per quanto riguarda il lavoro degli uomini, proprio in questi giorni in cui si scopre che i cosiddetti manager, di stato o no, hanno stipendi dentro i quali non solo c'entrano, ma ci sguazzano trenta o quaranta stipendi di italiani normali, non sarebbe male che, anche se gli uomini non possono essere uguali come ci dicono tonnellate di dichiarazioni dei diritti dell'uomo sparse per il mondo, non possono nemmeno avere prezzi lontani fra loro anni luce come quelli che sono stati dati al presunto crocefisso di Michelangelo.

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