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«La fede ci ha aiutate»

«Ci sono stati momenti in cui abbiamo avuto paura di morire. In altri momenti ridevamo tra di noi. Ma abbiamo avuto tantissima fede e la forza interiore che ci ha sostenuto anche perché potevamo sostenerci solo da sole». Simona Torretta individua nella fede la forza che, nonostante tutto, le ha fatte rimanere serene e fiduciose durante i 21 giorni passati nelle mani dei sequestratori. Ecco il racconto del loro arrivo in Italia.

«Ci sono stati momenti in cui abbiamo avuto paura di morire. In altri momenti ridevamo tra di noi. Ma abbiamo avuto tantissima fede e la forza interiore che ci ha sostenuto anche perché potevamo sostenerci solo da sole». Simona Torretta individua nella fede la forza che, nonostante tutto, le ha fatte rimanere serene e fiduciose durante i 21 giorni passati nelle mani dei sequestratori. Uomini «religiosi che ci hanno insegnato i principi dell'Islam e alla fine si sono anche scusati e ci hanno chiesto perdono», aggiunge la volontaria, che spiega: «Hanno compreso il nostro lavoro e da quel momento il rapporto è migliorato. Gente che ci ha trattato con molto rispetto e con molta dignità». Simona Torretta ha detto di non averli visti in faccia e di essere sempre stata insieme a Simona Pari, mentre gli altri due iracheni erano tenuti in un altro luogo. Sono rimaste sempre bendate e con i sequestratori parlavano in inglese; non sanno però dire se nel tempo siano cambiati i loro carcerieri, che comunque non hanno mai esercitato verso di loro forme di violenza. «Non sapevano nulla di quello che succedeva all'esterno – hanno detto - avevamo poche notizie. Sappiamo della solidarietà del popolo iracheno nei nostri confronti»

Le due volontarie erano arrivate in Italia con un Falcon 20 atterrato all'aereoporto di Ciampino alle 23,15. Assieme a loro il commissario straordinario della Croce Rossa Italiana, Maurizio Scelli, al quale le due giovani erano state consegnate nel pomeriggio di martedì 28 settembre, sotto le telecamere della tv Al Jazeera. Gli altri due ostaggi, Raed Ali Abdul Aziz, ingegnere dello staff di «Un ponte per...», e Mahnaz Bassan, collaboratrice di Intersos, erano stati liberati in luoghi diversi. Al momento del rilascio i sequestratori le hanno salutate regalando loro una scatola di dolciumi e caramelle. I rapitori hanno poi detto loro che questo dono serviva per il viaggio, come ha riferito Maurizio Scelli. La scatola contenente i dolci - che appare anche nel video di Al Jazira che testimonia la consegna - è stata poi portata in Italia da Simona Torretta.

Ad attendere le due operatrici a Ciampino c'erano anche il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, e il sottosegretario, Gianni Letta, che sono saliti per alcuni minuti sull'aereo appena atterrato, assieme ai genitori delle due Simone. La prima a scendere è stata Simona Pari. Subito dopo Simona Torretta. Entrambe apparivano sorridenti e serene. Le due giovani indossavano abiti chiari, lunghi fino ai piedi. Simona Torretta aveva anche una sciarpa scura, mentre Simona Pari una sciarpa azzurra. Si sono avvicinate ai giornalisti facendosi riprendere e fotografare sorridendo di gioia. «Stiamo bene», hanno detto, e subito dopo sono state accompagnate nella saletta Vip. Dopo le foto e il saluto delle autorità finalmente per Simona Pari e Simona Torretta è arrivato il momento più atteso: l'abbraccio con gli amici, i volontari dell'associazione per cui lavorano e i familiari. Sorrisi, abbracci, occhi lucidi e qualche lacrima: le due ragazze sono state letteralmente sommerse dai loro amici. E per loro anche due mazzi di margherite, uno bianco e uno giallo.

Dopo una mezz'ora trascorsa in aeroporto con familiari e autorità le due Simone sono state portate in elicottero verso la procura di Roma per essere ascoltate dai pubblici ministeri Franco Ionta, Pietro Saviotti ed Erminio Amelio. Con i due magistrati, che successivamente hanno sentito a lungo anche Maurizio Scelli e un suo collaboratore iracheno, hanno ricostruito le fasi del sequestro, avvenuto il 7 settembre, e della prigionia. Tra l'altro avrebbero raccontato che «al momento dell'irruzione negli uffici dell'associazione 'Un Ponte per...' a Baghdad, i rapitori non avevano né un elenco di nomi, né le fotografie del gruppo di volontari», contrariamente a quanto si era creduto finora. Al momento del sequestro – hanno raccontato le due giovani - a tutti gli occupanti dell'ufficio sono stati chiesti i nomi. Poi sono seguite fasi molto concitate alle quali hanno partecipato tutti i componenti del commando, dalle 10 alle 15 persone.

Solo alle 3,15 Simona Torretta è potuta rientrare a casa in via dei Salesiani, nel quartiere di Cinecittà, a Roma. Dopo aver abbracciato la madre sotto il portone della sua abitazione, Simona Torretta ha aggiunto: «Devo stare vicina alla mia famiglia. Questo e' stato un dolore troppo grande. Mia madre non si meritava questo».

Le due Simone sono libere

LA GIOIA DI CIAMPI E DEL PAPA

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