Vita Chiesa
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Dal n. 5 del 3 febbraio 2002

Agostinelli, un aretino a Grosseto

Il nuovo vescovo del capoluogo maremmano fa l'ingresso in diocesi domenica 3 febbraio. In questa intervista ci anticipa quali saranno le prime mosse.
DI RICCARDO BIGI

DI RICCARDO BIGI

Il dispiacere di lasciare Arezzo, dove rimangono le sue radici, e l'entusiasmo di iniziare una nuova avventura. Stati d'animo opposti e complementari quelli con cui monsignor Franco Agostinelli si appresta a fare il suo ingresso a Grosseto, domenica 3 febbraio.

Il nuovo vescovo, nominato dopo la rinuncia per motivi di salute da parte di monsignor Giacomo Babini, sarà accolto alle 16 a Roselle, prima sede vescovile dell'antica diocesi, quindi arriverà alle 16,30 nel capoluogo maremmano dove riceverà i saluti delle autorità cittadine e presiederà la solenne concelebrazione in Cattedrale. Al telefono, con un filo di emozione nella voce, ci racconta come vive questo momento.

Si è potuto fare un'idea della Chiesa che troverà a Grosseto?

«Per il momento è un'idea molto sommaria: ho incontrato solo la delegazione ufficiale e alcuni sacerdoti che per qualche motivo mi hanno parlato o mi hanno scritto. Ho potuto registrare alcune difficoltà, qualche richiesta, ma non ho un quadro completo della realtà. Mi sembra, questo sì, che ci sia buona volontà da parte di tutti, laici e sacerdoti, di lavorare bene insieme. Mi sembra che ci sia anche una certa aspettativa nei miei confronti, e questo mi preoccupa alquanto».

Quali saranno le priorità del suo ministero episcopale?

«Prima di tutto voglio incontrarmi con il mio clero, sia in forma assembleare che singolarmente con ciascuno: i sacerdoti sono i primi collaboratori del vescovo, un vescovo che non avesse il supporto dei preti non potrebbe fare alcunché. L'altra attenzione è verso il seminario, che rappresenta il futuro della diocesi, verso la pastorale vocazionale e verso i giovani in generale».

Quali sono i tratti che fino ad oggi hanno caratterizzato la sua esperienza pastorale?

«Dopo gli studi di carattere universitario ho fatto tredici anni di parrocchia, ad Arezzo: esattamente tredici anni, sei mesi e dodici giorni. Credo di non esagerare a definirla l'esperienza più bella e più esaltante della mia vita. Nella varietà di situazioni che una grande parrocchia presenta, ho vissuto una bella esperienza di comunione profonda. Successivamente, per incarico dei miei vescovi, ho dovuto interessarmi di molte cose a livello pastorale: un settore che ho seguito particolarmente è quello della famiglia, ma anche la catechesi...

Lei ha salutato la Chiesa aretina in una bella celebrazione, pochi giorni fa: grande partecipazione, grande commozione...

«Sì, mi ha fatto molto piacere, c'erano molti sacerdoti e la cattedrale piena. Una delle difficoltà di questo momento è proprio quella di dover tagliare con la Chiesa aretina: qui ci sono le mie radici, la mia storia. Devo tagliare un rapporto che è molto bello, come dimostrano le tante telefonate e le lettere che ho ricevuto in questi giorni».

Ha ricevuto l'ordinazione episcopale in San Pietro, direttamente dalle mani del Papa: che ricordo si porta dietro di quel giorno?

«Sono arrivato a quel momento un po' teso, nervoso. Guarda caso invece quel giorno mi sono sentito sereno, è stato un bellissimo momento di Chiesa universale, c'erano sacerdoti di tutto il mondo. A Roma ho incontrato anche la delegazione venuta da Grosseto: ho letto nei volti, prima ancora che nelle parole, il desiderio di camminare insieme, la disponibilità, la schiettezza».

Come va interpretato, nel mondo di oggi, il ruolo di vescovo?

«Sono l'ultimo a poter parlare, perché sono del tutto inesperto. Sento però che quello del vescovo è un ruolo nuovo e antico insieme: antico nel senso che si tratta ancora, prima di tutto, di mettersi a servizio di una Chiesa locale per essere di aiuto, di riferimento, di traino, di sprone, partendo dalle indicazioni che ci ha dato il Papa nella Novo Millennio Ineunte: “prendere il largo”. Ma un ruolo anche nuovo, perché ci sono le vie della nuova evangelizzazione da percorrere. Il vescovo è colui che indica la strada, e che incoraggia a percorrerla: lungo la strada c'è chi si ferma, chi entra in crisi... Il vescovo invece in un certo senso è condannato all'efficienza, deve essere sempre in prima fila».

Quale stemma ha scelto?

«Il motto è “In Verbo Tuo”, Sulla Tua Parola. Nello scudo è raffigurato un libro aperto, sormontato da una stella che è la stella dell'evangelizzazione. Nelle pagine del libro abbiamo riprodotto un'Ave Maria tratta da un codice miniato, e la “chiamata di Pietro” dipinta dal Vasari».

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