Associazioni e movimenti
Famiglie numerose: Lucia, sei figli e docente universitaria
Docente di Organizzazione aziendale, Gestione delle risorse umane, Knowledge management, Digital all’Università Roma Tre e alla Luiss ha portato la sua testimonianza ieri al Villaggio San Pellegrino a Misano adriatico, dov’è in corso fino a domani l’assemblea nazionale delle Famiglie numerose
«Ho sei figli. E la cosa che mi chiedono più spesso non è come faccio: è perché ne ho così tanti. Come se fosse questa una scelta che richiede spiegazioni». Lucia Marchegiani è mamma, laureata, di più, docente universitaria: insegna Organizzazione aziendale, Gestione delle risorse umane, Knowledge management, Digital all’Università Roma Tre e alla Luiss. Non un caso isolato: «i dati raccontano qualcosa di sorprendente. In diversi Paesi europei – soprattutto nordici – la relazione negativa tra istruzione femminile e fecondità si è attenuata, azzerata, o addirittura invertita. Negli Stati Uniti le donne con dottorato fanno più figli delle laureate triennali. In Europa, le donne più istruite dichiarano di volere più figli rispetto alle meno istruite – anche se poi spesso non riescono a realizzare quell’intenzione. E qui sta il punto. Il problema non è mai stato l’istruzione. È che istruzione e maternità sono ancora trattate come scelte incompatibili dai contesti in cui viviamo e lavoriamo – non dalle donne che le vivono. Io sono, in questo senso, una prova aneddotica di un fenomeno strutturale».
La professoressa Marchegiani ha portato la sua testimonianza ieri al Villaggio San Pellegrino a Misano adriatico, dov’è in corso fino a domani l’assemblea nazionale delle Famiglie numerose. Titolo dell’incontro: «La forza del più. Famiglie che generano futuro».
Se dovessimo dare un «valore» al lavoro di cura, quale dovrebbe essere lo stipendio di una mamma?
«Domanda intelligente, perché smonta un’ipocrisia. Da decenni sentiamo dire che il lavoro di cura ha un valore immenso. Eppure quando si tratta di tradurlo in pensioni, in contributi figurativi, in riconoscimento previdenziale, quel valore immenso svanisce misteriosamente» osserva l’esperta. Detto questo, attenzione: «monetizzare la cura ha dei rischi seri. Se paghi le madri per stare a casa, rischi di istituzionalizzare un modello in cui la cura è roba da donne – e la paghi quanto si paga il lavoro a bassa qualifica. Nei Paesi che hanno introdotto sussidi forti per le madri casalinghe, le donne sono poi rimaste più a lungo fuori dal mercato del lavoro, con effetti negativi duraturi su carriera e pensione. Il vero problema non è quanto vale la cura. È che le nostre organizzazioni sono state progettate come se la cura non esistesse. Come se ogni lavoratore fosse un individuo senza figli, senza genitori anziani, senza una vita che richiede presenza. Finché non cambiamo quella premessa, stiamo solo discutendo di decorazioni».
Perché ancora oggi una donna deve scegliere tra lavoro di cura e lavoro? Quante donne finiscono con il rinunciare al lavoro dopo la nascita del loro figlio…
«I dati dicono che in Italia una lavoratrice su cinque esce dal mercato del lavoro dopo aver avuto un figlio. E le dimissioni volontarie post-maternità sono quasi sempre al primo figlio, entro il primo anno di vita. Nel 2022 sono state registrate oltre 61.000 convalide di dimissioni volontarie per genitori con figli sotto i tre anni. Il 72,8% riguardava le madri. E il motivo principale, per le donne, non era professionale: era la difficoltà a conciliare lavoro e cura. Il 41,7% citava la mancanza di servizi, il 21,9% problemi di organizzazione del lavoro. Aggiungo un dato ancora più rivelatore: tra le donne occupate tra i 25 e i 54 anni, quelle senza figli lavorano al 68,7%. Quelle con due o più figli minori scendono al 57,8%. Quasi undici punti percentuali di differenza – non per scelta ideologica, ma per mancanza strutturale di alternative. La premio Nobel Claudia Goldin ha mostrato qualcosa di più preciso e più scomodo: il problema non è l’accesso delle donne al lavoro – quello è largamente risolto. Il problema sono i greedy jobs, i lavori che premiano la disponibilità totale, la reperibilità continua, la presenza senza limiti. In quel modello, la cura diventa automaticamente un handicap competitivo. E siccome ricade ancora principalmente sulle donne, il risultato è strutturale, non individuale. È un circolo vizioso perfetto: le donne guadagnano meno, quindi mollano prima. E mollando prima, guadagnano ancora meno. Spezzarlo richiede interventi simultanei su più livelli – non basta un congedo di paternità di dieci giorni mentre i padri che lo usano vengono ancora guardati con sospetto dai colleghi».
E com’è possibile che a parità di mansione, una donna, a fine carriera, guadagni molto meno rispetto agli uomini?
«Il gap grezzo in Italia è intorno al 20-25%. Quando controlli per settore, ruolo e ore lavorate, si riduce. Rimane però un residuo che non si spiega con variabili oggettive – e quello sì, è discriminazione diretta. Ma c’è una componente ancora più insidiosa, perché quasi invisibile: il gap non si genera al momento dell’assunzione. Si genera nel tempo. Dopo la maternità le donne crescono più lentamente, accedono meno alle promozioni, vengono percepite come meno disponibili – anche quando producono gli stessi risultati. Gli economisti lo chiamano motherhood penalty e fatherhood bonus: negli Stati Uniti i padri con figli guadagnano il 23% in più dei colleghi senza figli. Le madri guadagnano il 35% in meno dei padri. Trentacinque percento. Non è un dato sul passato – è il 2024. Sono due facce dello stesso pregiudizio implicito: chi cura è meno serio, chi delega la cura è più affidabile. Finché non cambia questa logica, la parità salariale resta una promessa vuota».
Lucia, quanto la palestra di moglie e mamma di prole numerosa le è servita per il suo lavoro?
«Moltissimo. Ma voglio dire una cosa controcorrente, in un’epoca in cui si esalta il work-life balance come se fossero due mondi da tenere in equilibrio su una bilancia. Avere una famiglia numerosa non mi ha insegnato l’equilibrio. Mi ha insegnato a vivere nell’inevitabile squilibrio con meno ansia. Quando hai cinque cose urgenti contemporaneamente e risorse per gestirne tre, smetti di cercare la soluzione perfetta e cerchi quella sufficientemente buona. Questo si chiama, nel gergo della ricerca decisionale, satisficing – e in contesti ad alta complessità produce risultati migliori del perfezionismo. Ho imparato anche che la delega vera – non quella formale, ma quella in cui accetti davvero di non controllare – si pratica prima in famiglia che in ufficio. E che la resilienza non è una dote caratteriale: è un’abitudine che si costruisce attraversando difficoltà reali. Le aziende spendono cifre enormi in corsi di leadership, resilienza e gestione della complessità. Io ho avuto un master gratuito a domicilio – caotico, esigente, e molto più efficace».
Perché le mamme delle famiglie numerose sono le uniche che si rendono disponibili a fare le rappresentanti di classe, si sostituiscono ai preti in parrocchia, organizzano i compleanni anche dei figli degli altri?
«Perché hanno una dipendenza strutturale dalla comunità. Non è virtù astratta – è sopravvivenza pratica. Hai bisogno che qualcuno accompagni tuo figlio, che qualcuno ti avverta se fa stupidate in parrocchia. E allora investi nelle relazioni non come optional ma come infrastruttura. Ma voglio aggiungere una dimensione più ampia, perché credo che riguardi tutti noi. Floridi parla di capitale semantico: il patrimonio condiviso di significati che rende possibile la vita collettiva. Io credo che oggi stiamo erodendo qualcosa di ancora più fondamentale – che chiamerei capitale generativo: la capacità di costruire legami che si proiettano nel futuro, di assumersi responsabilità per qualcuno che verrà dopo di noi, di investire in ciò che non dà un ritorno immediato. E qui l’intelligenza artificiale pone una sfida che non possiamo ignorare. L’AI può liberarci da enormi quantità di lavoro ripetitivo – ed è una buona notizia. Ma se la usiamo per aumentare ulteriormente pressione, reperibilità e produttività senza limiti, rischiamo di erodere proprio quello spazio mentale ed emotivo in cui la cura, i legami e la gratuità vivono. La tecnologia da sola non umanizza il lavoro. Può farlo solo una diversa idea di cosa vale la pena costruire. Le famiglie numerose, con la loro logica cooperativa e il loro orizzonte lungo, sono forse uno degli ultimi luoghi in cui il capitale generativo si produce ancora ogni giorno – senza sussidi, senza algoritmi, e spesso senza che nessuno lo noti. Ecco perché organizzano anche i compleanni degli altri».
