Vita Chiesa

Gerusalemme, l’Esaltazione della Santa Croce al Santo Sepolcro

I frati della Custodia di Terra Santa hanno celebrato al Calvario la festa del 14 settembre. Nell’omelia del Vicario fr. Ulises Zarza, la Croce come rivelazione dell’amore di Dio: "Qui Dio non parla attraverso la forza, ma attraverso un amore che si dona"

I kawas, le guardie tradizionalmente al servizio delle Chiese di Gerusalemme, questa mattina hanno aperto la processione dei frati della Custodia di Terra Santa, che dal convento di San Salvatore si sono recati alla basilica del Santo Sepolcro per celebrare la festa dell’Esaltazione della Santa Croce, una delle ricorrenze più antiche e significative della Città Santa. Una festa che affonda le proprie radici proprio a Gerusalemme: nel IV secolo, quando l’imperatore Costantino fece costruire i due nuclei della basilica, l’anastasis e il martyrium, le reliquie della Croce furono mostrate solennemente ai fedeli. Da allora, ogni 14 settembre, la Chiesa rinnova quel gesto antico, invitando a volgere lo sguardo verso Cristo innalzato sulla Croce.

Accolti dal presidente del convento del Santo Sepolcro, fr. Giuseppe Maria Gaffurini, i frati hanno attraversato la basilica fino a raggiungere l’altare della Maddalena e la cappella cattolica, da dove sono saliti al Calvario. Qui è stata celebrata la messa solenne, presieduta dal Vicario della Custodia di Terra Santa, fr. Ulises Zarza. Un momento di preghiera e di festa, vissuto insieme ai numerosi fedeli che già dalle prime ore della mattina hanno raggiunto il Golgota per assistere alla celebrazione.

“Siamo ai piedi della Croce, sul Calvario. Qui, a Gerusalemme, dove il mistero della nostra salvezza è entrato nella storia”, ha ricordato il Vicario all’inizio dell’omelia. Da questo luogo, ha invitato a rileggere il significato della Croce, non come simbolo di una sconfitta, ma come manifestazione dell’amore di Dio. Un messaggio che, ha osservato, può apparire “paradossale”, soprattutto considerando la reazione suscitata nei primi tempi del cristianesimo dall’immagine di un Dio crocifisso. La croce, infatti, era associata alla condanna riservata ai criminali e parlare di un Dio che accettava di subirla poteva suscitare scandalo e derisione.

La liturgia ha offerto a fr. Zarza l’occasione per collegare questo mistero al serpente di rame innalzato da Mosè nel deserto e alle parole di Gesù riportate dal Vangelo di Giovanni: “Come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo”. La Croce diventa così il luogo nel quale l’uomo può riconoscere la propria fragilità e, proprio attraverso di essa, incontrare un amore capace di guarire e redimere. “Guardare la Croce significa riconoscere lì la nostra propria ferita e, allo stesso tempo, scoprire lì l’amore di Dio che guarisce e redime”.

Non è dunque nella forza o nella sopraffazione che Dio manifesta la propria potenza, ma nella scelta di donarsi. “Qui Dio non parla attraverso la forza, ma attraverso un amore che si dona; il potere viene sopraffatto dall’umiltà” ha affermato il Vicario. È questo il paradosso cristiano della Croce: ciò che agli occhi del mondo appariva come una condanna e una sconfitta diventa il segno della salvezza. “Quello che sembrava una sconfitta diventa luogo di vittoria”, ha concluso fr. Ulises.