Toscana

I giovani e l’amore

di Riccardo Bigi

Quello che la Chiesa propone in tema di sessualità «non è solo rinuncia o divieto, è un modo umanamente bello di vivere l’amore». Don Gabriele Bandini è uno dei responsabili della Consulta giovani della diocesi di Fiesole: a lui, che conosce bene il mondo dei giovani, abbiamo chiesto di aiutarci a leggere e capire ciò che i giovani pensano della morale cattolica in tema di amore, affettività, sessualità.

«Sono cattolico, ma non seguo gli insegnamenti della Chiesa»: è un ritornello piuttosto frequente tra i ragazzi. Da cosa nasce questo paradosso?

«Prima di tutto, mi preme dire che accanto a tanti giovani che si trovano in difficoltà rispetto a quello che la Chiesa dice, ce ne sono altri che accolgono gli insegnamenti della Chiesa e credono che quello suggerito dalla Chiesa sia un modo bello di vivere la sessualità. A parte questo, comunque, indubbiamente il clima culturale in cui si vive non aiuta. È un clima di soggettivismo, di relativismo culturale in cui ognuno è verità a se stesso e questo mette in crisi non solo la Chiesa, ma chiunque cerchi di dare indicazioni su ciò che è bene e ciò che è male. Sul discorso della sessualità questo è ancor più evidente: i messaggi che arrivano ai giovani e ai giovanissimi sono tutti orientati alla libertà, alla soddisfazione personale. Sono messaggi, direi, scriteriati: nel senso che sono privi di criteri morali. Oggi si fa educazione sessuale, che prima non si faceva, ma è un’educazione che si limita ai rischi, ai pericoli che la sessualità può portare: nessuno si ferma a spiegarne il significato, a dire cosa vuol dire amore, cosa vuol dire affetto, relazione, comunione tra due persone. Si trasmette una visione molto riduttiva della sessualità, che impedisce di cogliere la bellezza di una realtà che invece chiede di essere vissuta per quello che è: un dono che Dio fa all’uomo, un dono bello, che ci arricchisce come persone. Oggi i ragazzi pensano di sapere tutto, e invece c’è molta ignoranza».

È diffusa l’idea che tutte le scelte in tema di morale sessuale, anche quelle drammatiche come l’aborto, appartengano alla sfera privata e personale e che la Chiesa non dovrebbe occuparsene. È così?

«La sessualità è, per la sua stessa natura, qualcosa che ti spinge verso l’altro: per questo non può essere ridotta a qualcosa di privato. Da un punto di vista della fede, poi, se Dio è amore, è difficile pensare che la Chiesa non possa avere qualcosa da dire su tutti gli aspetti dell’amore. La persona è una in ogni momento della sua vita, nella fede, nel lavoro, nella famiglia, nella sessualità: la Chiesa vuole parlare alle persone nella loro globalità, e ha un messaggio di gioia da trasmettere in ogni campo».

Alcuni dicono che la Chiesa parla troppo di questi argomenti…

«Lo dicono in base a qualche articolo di giornale non proprio veritiero. La Chiesa, semmai, dovrebbe parlarne di più, parlare ad esempio di un valore importante come la castità. La castità non è una castrazione, è una virtù positiva che tende a liberare l’amore dalle spinte dell’egoismo e dell’aggressività che sono implicite nell’istinto sessuale. Essere più liberi per amare l’altro, in maniera totale e incondizionata».

Per molti giovani la dottrina cattolica appare troppo rigida, fatta solo di divieti e imposizioni, superata. Come fare per far scoprire ai ragazzi la gioia del vivere gli insegnamenti cristiani anche in questo campo?

«Da alcune delle interviste pubblicate in queste pagine, traspare una conoscenza distorta degli insegnamenti della Chiesa, mi pare una conoscenza per sentito dire. I divieti: è come se un automobilista seguisse una strada vedendo solo i cartelli di divieto, e non riuscisse a vedere le frecce che indicano la direzione giusta. Finirebbe per perdersi. Se tu vuoi vivere la sessualità in un certo modo, se vuoi arrivare a un amore che è l’amore che Gesù ci insegna, la strada è quella, devi passare di qui e non di là. Questo è quello che dice la Chiesa. Oggi si chiama tutto amore, ma bisogna imparare a distinguere qual è l’amore che cerchiamo, qual è la meta che vogliamo raggiungere. C’è una qualità di amore che il Vangelo ci propone, che è fatta di dono di sé, di apertura totale all’altro. Un’idea molto diversa dall’usare della propria sessualità, del proprio corpo e del corpo dell’altro. Il modo di vivere la sessualità che la Chiesa propone è un modo molto umano, molto bello, con dentro una dimensione di sacrificio, come in tutte le realtà della vita. È anche un modo delicato perché la sessualità è una realtà fragile: spesso si pensa alla sessualità come il luogo del piacere e del successo, mentre per molti in realtà è anche il luogo della paura, della tensione, dell’aggressività, della frustrazione. E poi c’è un altro aspetto da sottolineare: il nostro corpo parla, esprime a volte più delle parole. Anche l’unione tra due persone, attraverso il corpo, esprime il dono totale, l’accoglienza dell’altro, il fare di due una cosa sola: questo è vero solo quando è così anche nella concretezza della vita non solo nelle belle parole, altrimenti è un messaggio vuoto, falso».

I rapporti prematrimoniali: è vero che oggi, per motivi sociali, economici, culturali, ci si sposa molto tardi. Il tempo del fidanzamento diventa spesso un tempo lungo, durante il quale i giovani continuano ad abitare con i genitori ma iniziano anche a compiere scelte di vita autonome. Come devono vivere, i ragazzi, questo tempo, dal punto di vista dell’affettività e della sessualità?

«Bisogna distinguere caso per caso. Un conto ad esempio sono i rapporti sessuali con partner occasionali, un conto è la relazione di due ragazzi che vogliono stare insieme tutta la vita che stanno insieme da anni e che sono decisamente orientati al matrimonio. È chiaro che la valutazione morale è diversa. Al di là di questo comunque, quello che la Chiesa propone è la scelta di aspettare il matrimonio per avere rapporti sessuali. È una scelta che richiede molto amore, molto rispetto dell’altro, molta consapevolezza. L’importante è capire che non è una scelta che impedisce a due persone di amarsi: ho conosciuto giovani, ad esempio, che avevano rapporti sessuali da fidanzati, e dopo aver intrapreso un cammino spirituale hanno deciso da soli di fare un passo indietro in questo senso. La cosa più bella è che loro stessi mi hanno detto che questo li ha portati a scoprire tanti canali espressivi dell’amore che avevano perso. L’idea è che la relazione sessuale non è l’inizio di un cammino d’amore ma è l’apice, che si raggiunge solo dopo una serie di altri passaggi, una meta che non è scontata e che viene consacrata nel matrimonio».

Molti giovani vengono a chiedere di sposarsi dopo un periodo di convivenza: come devono comportarsi con loro i parroci?

«Due giovani che convivono e chiedono di sposarsi vanno accolti a braccia aperte. È un’occasione per far incontrare il Signore a ragazzi che per un periodo si sono allontanati. Di fronte a due giovani che vivono insieme, la domanda che, con delicatezza, si deve porre loro è ovvia: perché non vi sposate? Se vi amate, se volete condividere la vita, perché non racchiudete questo amore in un sacramento che vi dà la grazia per vivere una realtà che è anche fragile, che l’uomo da solo fa fatica a portare avanti? Per questo, se decidono di sposarsi, non si può che essere felici».

La contrarietà della Chiesa all’uso dell’anticoncezionale, anche all’interno del matrimonio, è un altro principio che molte persone non riescono a comprendere…

«Anche per due persone sposate, la Chiesa parla di paternità e maternità responsabile. Si tratta di distinguere le priorità: se il criterio di scelta sono io, i miei desideri, i miei istinti, allora tutto ciò che mi ostacola viene sentito come una limitazione. Se invece credo che ci siano dei valori oggettivi, sono io che devo adeguarmi ai valori della vita, dell’amore, del matrimonio e non piegare i valori ai miei interessi. Questo non vuol dire che sia facile o scontato riuscire a vivere tutto questo».

Le testimonianze/1 Nella morale «a modo mio» si salva solo la famiglia

di Alessandra Pistillo

Il referendum sulla fecondazione assistita ha scatenato un acceso dibattito anche tra i giovani, che, a prescindere dal loro essere cattolici o meno, si sono interrogati su argomenti delicati e importanti, confrontandosi anche con la morale cattolica.

Ma come si pongono, appunto, i giovani rispetto ai precetti sui quali la Chiesa si mostra abbastanza intransigente? Quanti, tra giovani cristiani e non, rispettano questi principi nella loro intimità? Abbiamo raccolto alcune opinioni di giovani, che pur dichiarandosi credenti non sono impegnati direttamente in parrocchia o nell’associazionismo, su temi «scottanti» come i rapporti prematrimoniali, l’uso degli anticoncezionali, la convivenza come alternativa al matrimonio, la famiglia.

Mirko, 24 anni, impiegato: «Parlando di precetti e imposizioni, dico subito che non penso assolutamente che per essere buoni cristiani si debba compilare correttamente un questionario. Poi quale sarebbe la regola? Tre o più errori e siamo banditi dal Regno di Dio? No, roba da Medioevo. Siamo naturalmente predisposti al peccato, e siamo amati anche per questo. Per esempio, personalmente su ognuno di questi punti ho un’opinione personale, e per molti sono in totale contrasto con quella della Chiesa. Per questo sono da scomunica? Non penso. Per questo non siederò alla destra del Padre? Be’, chi lo dice va contro alla quasi totalità del Vangelo. Io credo molto nella soggettivizzazione del peccato, ovvero più che il gesto in se stesso conta quello che c’è dietro. È ovvio che un bambino brasiliano che ruba per portare a casa un pezzo di pane non può essere considerato un peccatore al pari del ladro professionista. Riadattando questa considerazione a ogni tipo di peccato, si capisce che non è sufficiente rispettare o meno alcuni precetti, ma più che altro sentirsi con la coscienza pulita nel personale rapporto con Dio».

Simona, 22 anni, studentessa: «Sono cattolica, ma non vedo nulla di sbagliato nell’avere rapporti prima del matrimonio: oltretutto nella società odierna mi sembra che sarebbe impossibile non farlo. I giovani hanno la possibilità di studiare e vanno a lavorare sempre più tardi, quindi la possibilità economica di costruire e mantenere una famiglia arriva non prima dei trent’anni, in media. C’è da dire che però non si aspettano i trent’anni per innamorarsi e quindi sembra che la natura stessa porti due esseri umani adulti a consumare rapporti d’amore».

Dania, 21 anni, studentessa: «Mi sembra un limite inutile, un individuo deve essere libero di poter fare le sue scelte personali senza sentirsi giudicato da altri uomini».

Samuele, 22 anni, studente: «Considerare il rapporto pre-matrimoniale un peccato è solo una delle tante interpretazioni della Chiesa. La morale non è un concetto fisso, ma muta col passare delle epoche. Così il concetto di atto impuro. Ad esempio, nel medioevo era normale che un uomo maturo si sposasse con una tredicenne. Oggi, se succedesse, quell’uomo sarebbe considerato un pedofilo. Bisogna tener presente che molte cose sono relative. Ed è necessario che la Chiesa si adegui ai tempi, considerando che fattori sociologici, psicologici, economici, possono influenzare il pensiero delle diverse generazioni».

Lo stesso discorso pare valere per gli anticoncezionali. Simona: «Coi tempi che corrono, è difficile mantenere innumerevoli figli. Oggi bisogna garantire loro una educazione e dedicare loro molte più attenzioni rispetto al passato: i figli non possono essere considerati come forza-lavoro in più per la famiglia, come negli anni ’30, per cui più figli c’erano e meglio era! Gli anticoncezionali sono necessari». Samuele: «Gli anticoncezionali sono utili per evitare malattie e aborti. E poi, la rigidità cattolica limita la libertà di scelta, la moralità non si può imporre…tanto meno per legge, visto che lo stato è laico». La famiglia è comunque ritenuta fondamentale. E questo almeno in sintonia con la Chiesa. Le testimonianze/2 Il «di più» dei fidanzamenti nati all’ombra del campanile

di Stefania Moretti

All’ombra del campanile il rapporto a due è più solido e duraturo? C’è un «vantaggio» per un giovane o una giovane credente nel trovarsi la fidanzata o il fidanzato in parrocchia? Sono le domande a cui rispondono alcune giovani coppie, le cosiddette «coppie da parrocchia», quelle nate cioè facendo gli animatori ai campi scuola o il catechismo ai bambini oppure animando la Messa o partecipando al coro. Un paio almeno ce ne sono in tutte le comunità. All’inizio cercano di non essere troppo «appiccicose» in pubblico per mantenere il segreto. Ma in realtà, tutti i parrocchiani lo sanno.

Roberto e Sara, 29 e 26 anni, condividono lo stesso cammino di servizio in parrocchia. «Noi non siamo assolutamente un modello – precisa subito Roberto –. Non siamo perfetti e non vogliamo dare l’impressione di considerarci tali. Siamo solo testimoni di un dono che condividiamo». «Abbiamo avuto la fortuna – aggiunge Sara – di condividere fin dall’inizio questa scelta fondamentale: la stessa visione cristiana della vita».

Insieme, Roberto e Sara, fanno ancora gli animatori ai campi scuola della parrocchia: «È un momento fondativo – concordano – e ci permette di riflettere spesso anche sul nostro rapporto di coppia. È un tempo che riserviamo per i ragazzi ma contemporaneamente anche per noi. È un’occasione di testimonianza, oltre che di servizio, e dunque uno stimolo alla coerenza».

Marco e Giulia si avvicinano ormai alla trentina. Tra loro ci corrono pochi mesi. Il matrimonio è alle porte, rimandato finora per problemi di lavoro da stabilizzare. Giulia ha sempre frequentato l’ambiente parrocchiale. Marco un po’ meno. Infatti, si sono conosciuti lontano dall’ombra del campanile. «Lo ammetto – dice Giulia – al primo incontro non gli ho certo chiesto se era credente o se andava alla Messa. Anche se poi, la terza volta che uscivamo insieme, ci siamo imbattuti su una discussione che riguardava le questioni della convivenza o del matrimonio. Allora non la pensavamo allo stesso modo, ma questo non ci ha impedito di continuare a conoscerci e frequentarci. Al di là delle attività concrete, io e Marco condividiamo le idee più importanti, i valori fondamentali e questo è ciò che conta. Se Marco fosse stato completamente ateo e contrario a tutto ciò in cui io credo, certamente sarebbe stato più difficile, se non impossibile. La fede è un’aspetto molto importante nella mia vita, e a me Marco piace perché è sempre stato così disponibile e comprensivo. Credo che non sia facile in una coppia non condividere perlomeno nei loro valori fondamentali le stesse idee religiose».

Alessandro e Valeria, 24 e 21 anni, stanno insieme da 5. Valeria aveva appena 16 anni. Entrambi sono piuttosto attivi in parrocchia. «Condividere un interesse come lo sport o come la musica, non è la stessa cosa che condividere il credo religioso – spiega Valeria –. Quando si tratta di concezione della vita, di ideali, di principi, non possiamo che condividerli. Ammetto che mi piacerebbe condividere con Alessandro anche molte altre cose e stare insieme a lui il più possibile, ma è anche importante sapere che i nostri valori sono gli stessi e il solo fatto di condividerli ci porta a superare con il dialogo anche le piccole divergenze di opinione che ogni tanto saltano fuori. Comunque, siamo entrambi contenti dell’esperienza che stiamo vivendo».

Concorso «I giovani e l’amore»