Caritas
I nuovi poveri? Gli anziani soli. La Caritas risponde così
Sempre più persone fanno fatica a vivere con la pensione. A Pescia la Caritas ha attivato progetti di cohousing e una rete di volontari che accompagna alle visite mediche o si ferma a chiacchierare
Ci sono anziani che vivono in una stanza d’albergo 4×4 senza una foto o un quadro alle pareti da anni, chi sopravvive con una pensione minima, chi non vede un familiare da tanto tempo. E c’è chi, arrivato a ottant’anni, si ritrova a chiedere aiuto ed un pasto caldo alla mensa. È la nuova povertà degli anziani, così come emerso dal rapporto povertà stilato dalla Caritas italiana, una realtà sempre più presente anche nel territorio della diocesi di Pescia.
A raccontarla è Antonino Ruggiero, direttore dell’ente Sant’Allucio per le opere di carità e vicedirettore dell’ufficio pastorale della diocesi, che da oltre vent’anni opera all’interno della Caritas: «Negli ultimi anni abbiamo iniziato a vedere arrivare alla nostra mensa di solidarietà Montecatini Terme persone ultra settantenni e ultra ottantenni. Per una diocesi piccola come la nostra è stato un segnale fortissimo, ci siamo subito chiesti come fosse possibile che una persona di ottant’anni si trovasse in quella situazione».
La diocesi di Pescia è composta prevalentemente da piccoli e medi comuni, una dimensione che, se da un lato comporta risorse limitate, dall’altro permette un lavoro molto capillare sul territorio. Questo ha consentito alla Caritas di sviluppare una presa in carico che va ben oltre la risposta ai bisogni immediati.
«Noi partiamo sempre dall’ascolto, poi in base ai loro bisogni prendiamo in carico le persone a 360 gradi, successivamente si costruisce attorno a loro la risposta necessaria. Per noi non esiste un problema isolato: la casa, il cibo, la salute, la solitudine sono tutti aspetti della stessa fragilità».
Gran parte delle situazioni più complesse si concentrano a Montecatini Terme, una città che negli anni ha visto cambiare profondamente la propria identità economica.
«La crisi dell’accoglienza termale e il cambiamento del turismo hanno trasformato il territorio. Molti alberghi si sono convertiti all’accoglienza sociale e oggi ospitano decine di persone anziane che vivono da sole in una stanza. È una situazione che qui viene quasi percepita come normale, anche se non dovrebbe esserlo». Molti di questi anziani vivono con pensioni minime o assegni sociali, qualcuno ha dei trascorsi difficili, altri sono stati segnati dalle dipendenze, il contributo economico è sufficiente appena per pagare l’alloggio. Basta poco, una visita medica, un paio di occhiali o una spesa imprevista per far saltare un equilibrio già precario.
«Spesso queste persone non vengono a chiedere aiuto direttamente, mentre parlano lasciano la bolletta sul tavolo. Ti raccontano altro, ma capisci che il problema è quello, così prendi la bolletta, dici che ci penserai tu e continui la conversazione. È un modo diverso di ascoltare».
Per rispondere a queste fragilità la Caritas, oltre alla mensa consolidata da anni, ha sviluppato diversi progetti abitativi: uno di questi è Casa Lucia, un appartamento realizzato in convenzione con il Comune di Montecatini, ospita attualmente tre donne in condizioni di vulnerabilità. Accanto a questa esperienza è nata Casa Milena, un progetto di cohousing che ha permesso a due uomini settantacinquenni di condividere un’abitazione e sostenersi reciprocamente. Ma il lavoro più innovativo riguarda il coinvolgimento diretto dei proprietari di casa.
«Diciamo chiaramente ai proprietari che non facciamo da garanti economici, ma che restiamo accanto sia a loro che agli inquilini. Il nostro interesse è che la casa venga mantenuta bene e che l’affitto venga pagato regolarmente, negli ultimi mesi siamo riusciti a realizzare una decina di inserimenti abitativi, abbiamo costruito una relazione di fiducia». In alcuni casi il progetto è andato oltre il semplice affitto, come nel caso di un anziano ottantaduenne che, dopo un lungo ricovero, ha potuto tornare a vivere nella propria abitazione grazie alla presenza di un coinquilino più giovane e a una rete di volontari che lo aiutano con la spesa, i pasti e la gestione dei farmaci.
Le storie raccontate da Antonino Ruggiero restituiscono l’immagine di un lavoro che assomiglia sempre più a quello di una famiglia allargata: ci sono volontari che accompagnano gli anziani alle visite mediche, chi prepara i blister con i farmaci già organizzati per la settimana, chi passa semplicemente per un caffè e una chiacchierata.
«A volte il bisogno più grande è sapere che qualcuno passerà a trovarti. Per molte di queste persone non ci sono figli, nipoti o parenti che possano occuparsene, oppure ci sono, ma i legami si sono spezzati nel tempo. La solitudine rappresenta il vero denominatore comune di quasi tutte le situazioni incontrate, molte sono persone che spesso non hanno più una rete familiare – continua il responsabile – e poi c’è un altro elemento, il mondo è andato troppo veloce. Le tecnologie, le pratiche burocratiche, la gestione economica. Anche se cercano di stare al passo con i tempi tra app e siti, molti fanno fatica a orientarsi in una realtà che è cambiata profondamente».
Perché la lotta alla povertà non passa soltanto attraverso aiuti economici, ma dalla capacità di costruire relazioni. Perché la speranza nasce spesso da un incontro.

