Italia

Legge Basaglia, l’utopia tradita

di Marco Lapi

Firenze, ospedale di Santa Maria Nuova. Il più antico nosocomio fiorentino, nato al tempo di Dante dall’impeto caritativo di Folco Portinari, padre di Beatrice, e della sua governante Monna Tessa, è da tempo interessato da lavori di ristrutturazione. Il già angusto reparto di psichiatria, che oltre al centro storico serve tutta la zona est della città, è stato da qualche mese dimezzato e accoglie in un’unica corsia uomini e donne: persone con problematiche diversissime tra loro, costrette a condividere i pochi e inadeguati spazi di un reparto sempre affollato pure in condizioni normali. Ma questo prevede la legge 180, entrata in vigore il 13 maggio di 30 anni fa: i malati che presentano disturbi mentali in fase acuta devono essere ricoverati per lo stretto tempo necessario, in regime volontario od obbligatorio, nei Servizi psichiatrici di diagnosi e cura situati all’interno dei presidi ospedalieri pubblici. Ci rimangono qualche giorno, tutt’al più poche settimane. Poi, una volta dimessi, alcuni di loro continuano a far riferimento ai servizi ambulatoriali presenti a livello di quartiere o di zona ma altri, i più restii ad accettare cure farmacologiche e confronto terapeutico, ben presto non si fanno più vedere. Salvo tornare in reparto alla successiva crisi, come racconta la psicologa Luana De Vita nel suo recentissimo «Il volo del cuculo», libro-inchiesta con dvd allegato, scritto assieme a Mimosa Martini. È la psichiatria delle «porte girevoli», afferma la De Vita con un’immagine efficace, ad aver preso il posto di quella delle porte chiuse dei manicomi: risponde tutt’al più alle emergenze ma si rivela incapace di costruire un efficace percorso terapeutico, che vada al di là degli psicofarmaci e per il quale servirebbero ben altre risorse. E Luana ne sa qualcosa, avendo un padre che da quelle porte girevoli è apssato, in un senso e nell’altro, innumerevoli volte.

A 30 anni da quel ’78 che restituì libertà e dignità ai malati di mente, fino ad allora spesso trattati in modo veramente disumano, si può ragionevolmente affermare che l’idea di chiudere i manicomi non fu una cosa da pazzi. Ma sarebbe da pazzi, oggi, chiudere gli occhi sulle tante cose della riforma che non hanno funzionato e continuano a non funzionare. Non per colpa della legge in sé quanto, soprattutto, della sua attuazione solo parziale e a «macchia di leopardo». La situazione, infatti, non è uguale in tutto il Paese: ad alcune regioni all’avanguardia per la capacità ed efficacia delle risposte – a cominciare dal Friuli Venezia Giulia, patria del «padre» della riforma, Franco Basaglia – fanno riscontro, al Nord come al Sud, altre aree in cui le problematiche emergono in modo più evidente. E spesso anche all’interno della stessa regione ci sono servizi psichiatrici apprezzabili in una città e carenze evidenti in un’altra. Come in Toscana, dove Livorno è portata ad esempio e Firenze, come dicevamo all’inizio, manifesta tutti i suoi limiti.

Ma la colpa di chi è? Non certo, o non principalmente, degli operatori, a cominciare dagli psichiatri, costretti a far fronte a un numero sempre crescente di «prime visite», e quindi di nuovi casi da seguire, per giungere a cifre impressionanti che danno un senso di vera e propria epidemia (non a caso, a livello nazionale si parla di due milioni e 200 mila pazienti affetti da malattie mentali gravi). È piuttosto un certo potere politico-burocratico ad avere la responsabilità dell’inadeguatezza degli organici e della mancata attuazione di quelle strutture intermedie tra ospedale e famiglia che pure la legge prevede, possibilmente povere di protocolli e schematismi formali ma ricche di umanità, creatività, elasticità mentale, capacità di coinvolgimento delle famiglie dei pazienti e della società stessa. Quello che Basaglia e i suoi avevano ipotizzato ma che, nella maggior parte dei casi, resta un’utopia, non principalmente a causa dell’indifferenza, che pure non manca, ma per via di un’organizzazione socio-sanitaria «lontana dai veri bisogni del paziente», come ha affermato lo psichiatra fiorentino Gianni Di Norscia. Che, negli anni ’90, aveva dato vita a Rifredi all’esperienza del «Villino», un centro d’accoglienza territoriale con finalità terapeutico-riabilitativa situato proprio di fronte a Santo Stefano in Pane, la storica parrocchia di don Facibeni. Un’esperienza capace di coinvolgere non solo il quartiere e la città, ma anche artisti come Romano Stefanelli, Mario Luzi e Susanna Tamaro, eppure, nonostante i risultati positivi, non valorizzata a dovere da chi avrebbe avuto il potere di farlo.

La testimonianza: «Non capisci perché entri e neppure perché te ne vai»

Ma qual è il sentimento di un paziente della psichiatria delle «porte girevoli», secondo l’immagine di Luana De Vita citata nell’articolo sopra? Lo spiega bene questa testimonianza, che volentieri proponiamo.Un alone di mistero e di «strano pudore» avvolge certe malattie ancora oggi. Si corre per andare dal dentista, non è temuto l’ortopedico quando si ha mal di schiena, l’ematologo è spesso visto come un «contabile» del sangue e di tutti i suoi valori… magari si arrossisce o si balbetta qualcosa quando si vuole un ginecologo e ci si affida al chirurgo di grido come l’ultima spiaggia… Ma lo «strizzacervelli»? Questo è tutto un enigma: tanto per cominciare, nella maggioranza dei casi te lo consigliano caldamente; a te non sembra utile andarci ma poi capita che ti vedi arrivare a casa tua, quando meno te lo aspetti, gli «uomini neri» come i conigli nel libro di Pinocchio, con tanto di vigili; manca il sindaco ma il resto c’è tutto, con tanto di ambulanza in strada, vicini di casa alle finestre o per le scale che parlottano e tu senza capire, «ostaggio» di questi sconosciuti, destinazione: «pazzeria».

Dalla padella alla brace: se prima non comprendevi ora ti ritrovi rinchiusa in un reparto, peggio di un carcerato di «massima sicurezza», circondata da persone che urlano, strillano, si tirano dietro le cose più strane, chi piange, chi fuma, chi sta a testa in giù e raccoglie cicche, chi non mangia mai e chi sempre, chi dorme forse per non vedere e chi non dorme mai, chi parla tanto e chi vorrebbe un po’ di silenzio per pensare. A che cosa? A chi? I medici li vedi di sfuggita, nota che sempre li contraddistingue, e raramente dialogano coi pazienti, per giunta in modo tutt’altro che chiaro e trasparente. Sono dei grandi ascoltatori, quello sì, ma poi non spiegano certi meccanismi, i perché, i come, cosa devo fare, la responsabilità, sto meglio oggi o forse uguale a ieri. Sono sfuggenti, imprecisi, non danno risposte: è un grosso limite che la dice lunga su un modo sbagliato di porsi, con il vuoto dietro a quel silenzio e l’incapacità di dirti e farti capire come stanno le cose, quando sono negative, anziché fartele subire e basta.

Ma tant’è: mi ristringo nelle spalle mentre mi costringono a buttar giù una pasticca gialla e due bianche che domani magari cambiano a tua insaputa. Vuoi chiedere? Sì, le infermiere fanno di tutto e parlano di tutto, ognuno con i suoi modi, criteri e giudizi, spesso a voce alta che suscita qualche perplessità… non solo professionale.

I giorni passano così! Un giorno ti dicono che puoi tornare finalmente a casa: non capisci… ancora una volta che cosa sia successo di tanto positivo ma di sicuro uscire da quell’inferno con le sbarre alle finestre e le porte chiuse a chiave ti fa sentire «sopravvissuta», di nuovo una donna libera, anche se poi dura il tempo di un’illusione e si riaffaccia la paura della «prossima volta». Ma adesso ti appare incredibile, non ci credi quasi, tanto che tornando a casa sembra di volare e cerchi di dimenticare tutto il resto.

Varcata la porta, ringrazi la Madonna e ti riappropri dolcemente di ciò che avevi lasciato a casa, delle tue cose, di un rapporto normale con le persone, riscopri di avere un marito, magari dei figli, un lavoro…

Ma tutto questo anche se utile non potrebbe essere diverso? Spesso mi sembra che gli stessi medici che hanno la pretesa di curare la depressione o le altre malattie mentali ne siano un po’ anche la causa. Temono forse di rimanere senza pazienti, o non sono anche essi stessi, in un certo senso, vittime degli stessi mali, delle patologie che affliggono sempre più persone ai cui bisogni, come minimo, spesso non sanno dare delle risposte adeguate? O forse dietro a quel vuoto, silenzi e a quello sfuggire, si nasconde il fatto che gli infiniti «misteri» della psiche tali restano anche per chi pretende di capirli, se manca la disponibilità a un rapporto veramente umano.

Una paziente delusa