Toscana
L’urgenza di una scuola capace di accogliere
Durante la prima giornata del YouTopic Fest a Rondine, un momento importante è stato dedicato alla scuola e all'inquietudine degli studenti. I giovani chiedono sempre più degli istituti inclusivi, non giudicanti e capaci di valorizzare i talenti individuali. Portavoce di queste istanze, quattro studentesse della Sezione Rondine, in dialogo con altrettante figure istituzionali legate al settore dell'istruzione
Essere giovani, anzi adolescenti, da sempre corrisponde a un tumulto interiore che sembra inarrestabile. Sentimenti e pensieri sono amplificati di dieci, cento, mille volte. Essere adolescenti oggi, però, è sempre meno sinonimo di spensieratezza: sugli schermi, sfiorati di continuo, la costante applicazione della legge del più forte genera angoscia, senso di impotenza e fa sembrare la scuola un luogo disconnesso dalla realtà. Quattro studentesse della Sezione Rondine, durante il panel “La scuola del tempo ritrovato: dall’inquietudine alla pace”, promosso nell’ambito del YouTopic Fest in corso a Rondine Cittadella della Pace, hanno posto ciascuna una domanda ad altrettanti ospiti: Luciano Tagliaferri, direttore dell’Ufficio scolastico regionale, Giovanni Vinciguerra, direttore di Tuttoscuola, Marco Erba, insegnante liceale e scrittore, e Simona Tironi, assessore all’Istruzione, Formazione e Lavoro della Regione Lombardia, che ha contribuito con un videomessaggio.
La pressione della performance. Agnese, liceale di Arezzo, ha dato voce alla logica logorante della performance, che porta tantissimi ragazzi a identificarsi con il voto scolastico, pensando che esso corrisponda alla valutazione dei coetanei. “A Rondine abbiamo imparato a rallentare, a riflettere su quello che pensiamo e viviamo, invece di limitarci a scorrere come su uno schermo” ha detto Agnese. “Come può un docente, oggi, far sì che le materie non siano solo concetti da studiare, ma diventino strumenti per capire meglio il mondo?” ha chiesto la studentessa aretina a Marco Erba. “La scuola – risponde l’insegnante – ha il compito di trasformare la prestazione in desiderio e dono”, usando i temi trattati per “accendere i desideri e far alzare lo sguardo”. Il professore, per essere capace di fare questo, deve concepirsi come un “allenatore”, alzare l’asticella proporzionalmente al bene che vuole all’alunno e alle capacità che vede in lui, perché una sua vittoria è una vittoria di tutti.
Le barriere per le seconde generazioni. “Il nostro percorso nasce da una situazione dolorosa”, esordisce Viola, originaria di Trento. “Molti ragazzi e ragazze di seconda generazione vivono difficoltà sociali e scolastiche che limitano le loro opportunità e le loro capacità di realizzazione”. Gli studenti con background migratorio si sentono stranieri a casa e non ascoltati a scuola. Mentre la sua classe ha dato vita a un progetto virtuoso di inclusione, Second Generation, come può la scuola diventare un luogo di conoscenza reciproca e di pace? Tramite adulti credibili e sensibili, risponde Tagliaferri: solo in questo modo si costruisce un rapporto di fiducia con lo studente, che si sente a suo agio nel mettersi in discussione e nel crescere. Sono essenziali poi, seppur costose, strutture adeguate, che rendano la scuola un luogo accogliente anche fisicamente, teatro di incontri. “L’incontro – conclude il direttore dell’Ufficio scolastico regionale – credo sia la cosa più bella che si possa fare, ed è lì che le idee prendono forma”.
Le domande sul futuro. Cosa vuoi fare da grande? Una domanda che dovrebbe dare slancio, ma la cui risposta spesso genera tante paure da far tenere i piedi ben saldi a terra. “Partecipiamo a presentazioni, ascoltiamo le nostre lezioni, consultiamo le pagine online, ma manca il tempo per capire cosa abbiamo dentro, ciò che desideriamo diventare” spiega Sara, un’altra studentessa di Arezzo. A Rondine “abbiamo scoperto che quello che pensavamo fosse un sentimento individuale di inadeguatezza riguardava invece molti di noi. Abbiamo costruito una consapevolezza più completa rispetto a noi stessi, al lavoro e alle scelte che ci aspettano”, continua la giovane. Come potrebbe fare oggi una scuola che voglia aiutare davvero i giovani a trovare una direzione? Genitori e insegnanti, per Giovanni Vinciguerra, hanno un ruolo fondamentale, ma spesso i primi sono troppo focalizzati sulla competizione e i secondi sono demotivati. Più della metà arriva all’insegnamento dopo aver svolto altre professioni, “sintomo di un problema strutturale” per Vinciguerra. Nel frattempo, circa 3,5 milioni di ragazzi hanno interrotto o cambiato percorso scolastico lungo il cammino. Occorre passare da una scuola centrata sulla trasmissione dei contenuti a una scuola centrata sul coinvolgimento degli studenti, investendo in una maggiore formazione e motivazione dei professori e garantendo una scuola aperta più a lungo, che sia centro educativo e sociale per il territorio.
Cadute e fragilità. Alessia, di Albino, è l’ultima a salire sul palco, ma lo fa con un intervento potente e commosso, che parte dalla sua storia personale. Un percorso scolastico travagliato, mai una “studentessa modello”, piuttosto una “studentessa difficile”. “Avevo tanta rabbia che non sapevo spiegare. Poi è arrivata la Sezione Rondine e il primo anno è andato male: sono stata bocciata. Uno dei peggiori fallimenti. Ma da lì sono ripartita. Rondine mi ha insegnato una possibilità: la differenza tra combattere contro qualcuno e combattere con qualcuno. Rondine mi ha insegnato che chiedere aiuto non è debolezza”. Ma anche la scuola dovrebbe essere in grado di aiutare tutti, capirne il passo e accompagnarli. Nessuno dovrebbe rimanere indietro. Simona Tironi si è chiesta cosa può fare la scuola affinché non diventi un posto dal quale scappare: “La prima risposta è ascoltare i ragazzi soprattutto quando fanno più fatica, quando si sentono soli e perdono la fiducia in se stessi. Abbiamo il dovere di una scuola che accompagni la crescita degli studenti e sappia riconoscere il vero valore di uno studente”.
