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Mariupol: difficile dire che un genitore è morto

Casa “Arca” di Seredne. 36 bambini di Mariupol sono stati accolti lì, dopo una fuga rocambolesca nel 2022 dalla città presa a ferro e fuoco dai russi. Oggi ne sono rimasti 21. Dietro ci sono storie di morte e dolore.

Mukachevo, Casa "Arca" per i bimbi di Mariupol (foto Biagioni/Sir)

La cosa più difficile in guerra è dire ad un bambino o ad un adolescente che uno dei suoi genitori è morto, in combattimento sul fronte o a seguito dell’esplosione di una mina. I bambini di Mariupol portano ferite indelebili. La guerra li ha strappati alla loro infanzia e alla loro famiglia ma non al loro futuro. Si trova a Seredne, a 20 chilometri da Mukachevo, una casa di accoglienza dove oggi vivono 21 bambini e ragazzi di Mariupol.  L’hanno chiamata “Arca” come l’imbarcazione biblica di Noè. Ma il “diluvio” da cui sono stati salvati, non sono le acque del mare in tempeste ma la guerra.

L’ “angelo” che li ha portati qui è padre Petro Zharkovsky, vicario generale della chiesa cattolica romana di Mukachevo in Transcarpazia. Nel 2014, la chiesa locale aveva aperto delle case per accogliere a Mariupol i bambini e le loro mamme mentre i padri erano impegnati sul fronte nel Donbass. Ma nel 2022, arriva una telefonata: “prendete tutti e venite immediatamente via da lì”.

La guerra stava scoppiando in tutto il Paese e da lì a pochi giorni sarebbe arrivata nella città di Mariupol con tutto il suo carico di violenza, orrore, morte e distruzione. Il 18 febbraio del 2022, iniziano a sparare. Dal 20 al 24 febbraio, i bambini vengono fatti evacuare. In tutto 36 tra bambini e ragazzi, dai 2 ai 18 anni. Vengono caricati dentro piccoli furgoncini e portati in posti sicuri, nella parte occidentale del Paese. La fuga è rocambolesca. Vengono portati prima in Polonia, dove rimangono per 4 mesi e poi in Italia, a Castelmonte, per altri due mesi. Nel frattempo, a Mukachevo, scatta una gara di solidarietà “europea”: si avviano lavori di ristrutturazione di un centro; si prendono contatti con le scuole locali; la Caritas ceca mette a disposizione 12 casette modulari. La curia slovacca dà i soldi per comprare i mobili.

Dietro ci sono storie di morte e di dolore. A raccontarle sono Volodymyr, e sua moglie Oksana che gestiscono la casa.  C’è la storia di un ragazzo. “La sua speranza più grande, è sempre stata quella di poter riabbracciare un giorno la mamma”, racconta Volodymyr. “Quando abbiamo saputo che purtroppo la mamma era morta, non sapevamo come dirglielo. Abbiamo aspettato 3 mesi. Ci siamo presi del tempo per prepararlo a questa notizia e per trovare il momento giusto. Quando lo ha saputo, ha pianto tantissimo, per giorni”. E’ la stessa storia di un altro ragazzo, ospite del centro, oggi ha 14 anni. La mamma era infermiera nell’ospedale n.4 di Mariupol ed era rimasta in città perché “voleva aiutare le persone. È morta per l’esplosione di una mina”. “Era una donna forte e coraggiosa”, racconta Oksana. “Fino all’ultimo ha aiutato le persone in difficoltà e ha dato la vita per loro. Noi gli diciamo che ora è un angelo in cielo. Lui dice invece che la sua mamma è un eroe”. Occhi azzurrissimi e capelli biondi, Kira ha 18 anni. Racconta che a causa della guerra ha perso un anno di scuola ma “finalmente” prenderà il diploma a giugno. Anche lei è sola qui. La sua mamma è rimasta a Mariupol perché è malata da tempo ma “curarsi lì è difficile”.

Questi bambini e questi ragazzi hanno sentito “l’odore del sangue”, dice Volodymyr. Hanno vissuto la guerra ma “è la separazione dagli affetti più cari il loro dolore più forte. Quello che cerchiamo di fare qui è dare tutto l’amore possibile, anche se sappiamo che nessuno potrà mai sostituire le loro mamme e i loro papà. Sono ferite che si porteranno dietro per tutta la vita”. Ma stanno reagendo. C’è un gruppo di psicologi che li segue. E loro studiano. Sono bravi a scuola. Una ragazza si è da poco sposata ed hanno voluto celebrare il matrimonio nel centro. Ogni mattina e ogni sera l’appuntamento per tutti è in un grande salone ben ristrutturato del centro per iniziare insieme la giornata e dirsi poi come è andata la giornata. Si prega. Si canta. Volodymyr suona la chitarra. Una bimba, la più piccola, balla. “La cosa più importante è che tutti vadano a dormire sereni, senza pensieri”. Ma potranno tornare un giorno a Mariupol? “Noi viviamo di questa speranza”, risponde Volodymyr. “Perché le loro radici sono là. Ma per ora non è possibile tornare. La realtà non lo permette”.

“Tutto quello che oggi vogliamo per loro è che siano felici”, confida Oksana. “Piango quando vedo le notizie in tv”, aggiunge. “Quando muoiono i bambini”. Il pensiero va anche ai bimbi che si trovano nei territori occupati, a quelli che vivono senza acqua e senza cibo, ma soprattutto a quelli che sono stati portati via dai russi e di loro non si sa più nulla. “La guerra ha tolto loro l’infanzia. Preghiamo che Dio fermi questa guerra. E nel ringraziare tutti gli italiani che ci hanno aiutato, vi chiediamo di pregare per noi e per la pace”.