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Palestina, Fra Fahim: “Spero che sia l’ultima guerra in questa terra”

La settimana scorsa, fra Abdel Masih Fahim dell’Ordine dei frati Minori della Provincia dell’Egitto, che da 44 anni vive in Palestina, parroco a Ramla vicino a Tel Aviv, è arrivato a San Casciano (Firenze) per visitare i suoi parenti.

Fra Abdel Masih Fahim (a sinistra) insieme fra De Felice

Non ha intenzioni di scappare dalla situazione di guerra: anzi non vede l’ora di tornare! «La situazione ora è terribile. Non c’è pace, non si vive in tranquillità. Dal 7 ottobre sentiamo ogni giorno missili, bombardamenti. C’è sempre pericolo…Il Signore ci ha dato la vita, un grande dono: l’uomo nella guerra perde la vita. Quello che ci ha detto Gesù è fondamentale: quando non c’è amore, ognuno pensa a sé stesso e non all’altro. Noi abbiamo un paese dove devono vivere due popoli, uno palestinese e uno israeliano, e bisogna vivere insieme, in pace. Questa è la nostra vocazione. Quando l’uomo prende la situazione nella sua mano, sbaglia sempre: ci sono molte vittime, molta aggressività, è male per tutti. Noi siamo legati insieme, non possiamo separare questo popolo da un altro popolo. Tutti devono vivere insieme, in pace. Spero che questa sia l’ultima guerra in questa Terra».

Tu vieni dall’Egitto. Cresciuto e formato in Egitto come frate Minore. Qual è la tua storia?

«Vengo da Kafr el-Dawar, (Governatorato di Behera, nel Delta del Nilo) lontano 22 km da Alessandria. Sono frate Minore dal 1973. Nel ‘79 sono stato ordinato sacerdote e subito dopo, il Custode di Terra Santa mi ha chiamato per servire in Terra Santa; quindi sono passati 44 anni. Ho servito a Betlemme, Gerusalemme, Jaffa e a Ramla. Sono sempre stato con frati della Toscana: loro mi hanno aiutato e insegnato a vivere francescanamente! Ramla è la città di San Giuseppe d’Arimatea (a 20 km da Jaffa e 40 km da Gerusalemme). La presenza francescana risale al 1296; la parrocchia è nominata San Giuseppe da Arimatea e San Nicodemo. Oltre alle attività parrocchiali, come catechismo, scout, Gi.Fra, la Legio Maria, c’è anche una scuola cristiana, fondata nel 1728».

È una scuola privata o pubblica?

«La scuola è per tutti. Abbiamo insegnanti arabi cristiani, arabi musulmani, ebrei: tutti viviamo insieme! Questo perché è una città al centro di Israele. Ci sono circa 76.000 abitanti di cui l’80% sono ebrei e il 20% arabi israeliani (16% musulmani e 4% cristiani)».

Fai altre attività, oltre al parroco?

«Sono Segretario delle Scuole cristiane in Israele. Abbiamo 47 scuole, con quasi 33.000 studenti e quasi 2.000 insegnanti, divisi tra drusi, ebrei, musulmani e cristiani. Dalla classe quarta fino al secondo grado (dai 9 ai 18 anni), studiano alla scuola di Terra Santa, mentre quella primaria è gestita dalle suore di San Giuseppe. Ogni scuola che dipende da un istituto religioso o Patriarcato Latino o Melchita ha il suo spirito. Noi come scuola francescana, per esempio, abbiamo uno spirito di “pace e bene”, di convivenza. Questo bisogna vivere! Ogni giorno c’è un insegnamento religioso, fatto di preghiera insieme, giorni di ritiri spirituali, Messe, confessioni. Bisogna educare i bambini alla via del cristianesimo».

Per i non cristiani cosa fate?

«Insegniamo l’Etica generale. Insegnare e ispirarsi al bene, nella vita. Tutti alla fine devono fare, secondo la propria tradizione, un lavoro scritto e presentarlo anche al ministero. L’insegnamento che noi applichiamo agli studenti viene dal ministero e i risultati sono molto buoni. Gran parte degli studenti va all’Università. Il ministero è testimone dei nostri risultati e in tutta Israele si conosce il frutto delle nostre scuole».

Immagino che ci siano, come in Italia, dei problemi nei finanziamenti statali.

«Ho iniziato nel 2008 a fare il Segretario delle scuole cristiane (8 scuole non sono cattoliche sono state aggiunte per essere una sola forza cristiana). Siamo riconosciuti nel Governo ma non ufficiali. Secondo questo titolo noi possiamo dirigere queste scuole con le nostre forze e nel medesimo tempo e il 75% del finanziamento deve essere offerto dal ministero stesso, secondo la Legge Israeliana. Pian piano abbiamo scoperto che il ministero ci dà solo il 34%, secondo le statistiche del Knesset, il Parlamento. Per altre scuole della stessa categoria, come quelle ebree arriva al 100%. Ai maestri delle scuole elementari non sono riconosciuti né pagati i giorni di malattia accumulati, ma non usufruiti. È stato tolto loro anche il diritto di pre-pensionamento. Nel tempo abbiamo scritto, incontrato, fatto manifestazioni (una volta c’erano circa 11.000 persone), fatto scioperi. Ma, poiché cambiamo continuamente i ministri e il Governo, il finanziamento dal 75% del 2008 è comunque sceso al 33-34%, e lì è rimasto. Hanno dato solo un “una tantum”, e basta. Quest’anno hanno promesso poche cose ma tutto per il prossimo anno. L’unica strada è andare in tribunale ma ora con la guerra tutto è fermo».

Come vi siete organizzati con le scuole, con la guerra in corso?

«Alcune zone non possono andare a scuola, l’insegnamento è via Zoom. Altre zone non possono andare a scuola e non possono neanche usare Zoom. Nella mia città, si insegna solo via Zoom…cercano ora di trovare delle aree e zone di sicurezza. Ovviamente le scuole ebree hanno tutto: dai posti sicuri ai finanziamenti. Le altre scuole devono fare da sole».

La zona di guerra è a Gaza. Ma ci sono minacce nuove: è chiaro però che il conflitto può spostarsi…

«Forse le visite dei leader dei Paesi Occidentali puntano a un piano che non sappiamo. Io spero che sia un piano di pace. Nel Medio Oriente manca questo: la pace e la convivenza. Preghiamo sempre, come il 17 ottobre scorso: pensa che per noi riunirsi è pericoloso ma quella volta sono venuti tante persone!».
*frate cappuccino