Italia

Per un’economia pulita

di Stefano Biondisindacalista Cisl

La legalità non è una semplice e pedante osservanza delle leggi vigenti. La legalità va al di là delle norme. Prende forma dal diritto naturale. È il significato culturale profondo della civiltà di un popolo, il fondamento di ogni relazione autenticamente umana e civile.

Ci riguarda tutti e parte da ciascuno di noi: anche dai nostri atti quotidiani. È qui, in certe zone grigie, che si forma il brodo di coltura da dove trae linfa e si sviluppa anche la criminalità organizzata. Da come sapremo costruire e affermare nelle prassi, e nelle coscienze, una cultura della legalità dipende la salute del nostro tessuto sociale.

Le banche (di sicuro per colpa della crisi, ma attenzione al pericolo che la crisi diventi un alibi dove nascondere le responsabilità del management) stanno rapidamente riducendo la disponibilità di credito per aziende e famiglie; si riduce la liquidità disponibile e ciò crea terreno favorevole per una finanza parallela con grandi masse di denaro in mano alle mafie capaci di contaminare l’economia reale – anche di regioni come la Toscana – e di mettere una seria ipoteca sul suo sviluppo. La crisi rischia di rivelarsi una ghiotta opportunità per l’economia illegale e per la malavita organizzata che dispone di ingenti capitali e di grande liquidità.

Serve più vigilanza e attenzione da parte degli operatori, delle imprese e anche dei semplici cittadini. Occorrono norme per un giro di vite sui pagamenti in contanti, sul movimento degli assegni, su appalti e subappalti, in favore di una totale tracciabilità della filiera denaro. L’economia illegale in tutte le sue forme (compreso il lavoro nero) distrugge valore: nel medio periodo desertifica un territorio lasciando dietro solo rovine, disoccupazione, problemi di grave natura. Anche ambientale.

La criminalità organizzata è, in Italia, la prima «azienda» per fatturato: secondo stime (ottimistiche) del Ministero Interni, vanta un giro d’affari pari a 100 miliardi l’anno, contro gli 83 dell’Eni e i 50 della Fiat. I profitti colossali che le mafie ottengono grazie ai loro tre business tradizionali (traffico di droga, estorsioni, usura) vengono sempre più spesso reinvestiti nella economia legale. I magistrati antimafia sono preoccupati per l’estrema reticenza imperante anche nel mondo imprenditoriale, nelle attività economiche del Nord e del Centro Italia. Anche in Toscana la penetrazione del fenomeno è profonda. I dati sono allarmanti.

Non solo non si denuncia, ma si minimizza: le organizzazioni criminali vengono spesso considerate società fornitrici di ordinari servizi. Impongono prezzi alti con mezzi aggressivi, ma in cambio le imprese che aderiscono alla rete del pizzo sanno che i dipendenti non solleveranno problemi coi sindacati, che i clienti pagheranno con regolarità e che nel il credito lo troveranno subito. Pronta cassa.

Il giro d’affari dell’usura è altrettanto ampio: 20 miliardi l’anno, secondo SOS Impresa. Le vittime sono una moltitudine: 600mila persone solo nel 2009. Negli ultimi tre anni almeno il 40% delle 200 mila imprese italiane che hanno dovuto chiudere, lo hanno fatto nell’ambito di problemi finanziari causati dagli strozzini. I vecchi cravattari di quartiere sono stati sostituiti da nuovi professionisti del settore, che grazie anche ad agganci insospettabili nei tribunali fallimentari riescono a mettere le mani (a coronamento del lavoro di strozzinaggio) su un numero sempre più alto di imprese legali, creando nuovi canali di riciclaggio del denaro sporco e di ricatto su istituzioni e sindacati. Lavoratori si trasformano in scudi umani per il malaffare. Cosche e prestanome vanno a caccia di soldi pubblici.

La scelta delle cosche di adottare una politica di basso profilo e la corrispondente scarsa attenzione dell’opinione pubblica hanno, finora, ostacolato la comprensione sulla reale portata del fenomeno, capace di penetrare in strati sociali diversi e di acquisire alleanze e complicità: pacchetti di voti per i politici, laute parcelle per professionisti e burocrati, capitali a buon mercato, ostacoli alla concorrenza. In questo contesto la semplice repressione non basta: è necessaria la reazione della società civile, con tutte le sue articolazioni, ognuna delle quali può svolgere un ruolo prezioso, agendo secondo le regole e contrastando silenzio e omertà.

Solo così si può sconfiggere questo cancro che mette a rischio economia e democrazia del nostro Paese: per combattere le infiltrazioni mafiose occorrono coesione e cultura nuova che producano nuove norme anche nei lavori pubblici per impedire che nella catena dei subappalti si inseriscano aziende in odore di mafia, per respingere gare aggiudicate con il massimo ribasso.

Bisogna mettere a punto meccanismi che agevolino i passaggi di proprietà in mani pulite e salvaguardino l’occupazione. Ma la battaglia per la legalità si gioca anche sul piano educativo. La società civile, insieme alle comunità locali, vanno rese partecipi. Magistrati e forze dell’ordine in trincea contro la mafia non devono essere lasciati soli.