Toscana

Quando dire pace non basta

DI ANDREA FAGIOLINon vede «marce avanti, né marce indietro» lo storico Giorgio Rumi a proposito della posizione dei cattolici sul conflitto in Afghanistan: avverte invece «un forte senso di responsabilità». Insomma, a giudizio del docente di Storia contemporanea all’Università statale di Milano, nonché editorialista dell’«Osservatore Romano», anche gli intellettuali cattolici non avrebbero più «quel carattere un po’ irresponsabile (nel senso di non rispondere a nessuno), ma starebbero finalmente facendosi carico di tutto il problema internazionale».

«Nel caso attuale c’era la questione del terrorismo, della risposta da dare al terrorismo e delle radici stesse del terrorismo. Quindi – spiega Rumi – è difficile moraleggiare o tirar fuori la melassa umanitaria. Come un buon medico bisogna considerare tutti i problemi sul tappeto. Prendiamo ad esempio il problema dei Luoghi Santi, dove c’è un diritto dello Stato di Israele a sopravvivere e noi, che abbiamo anche qualche scheletro nell’armadio, dobbiamo preoccuparci che gli ebrei che hanno deciso di viverci ci possano stare in pace. Ma c’è anche un altro popolo nei Luoghi Santi, quello palestinese, che ha altrettanto diritto di viverci in pace e di costituirsi in Stato. Ci sono perciò due diritti che vanno contemperati, ma non basta dire “pace, pace”, bisogna farla la pace, bisogna proporre delle soluzioni. Comunque, su certe questioni, non mi sembra ci siano dei grandi dissensi all’interno del mondo cattolico».

A suo giudizio, professor Rumi, non ci sono dissensi nemmeno sulla vicenda dell’Afghanistan e sul tipo di risposta da dare al terrorismo?

«Prendiamo ad esempio il Parlamento italiano, dove al suo interno, a parte qualche caso, tutte le forze in cui è più evidente l’eredità della presenza cristiana in politica hanno votato a favore del nostro intervento militare, anche se molto misurato e limitato a precisi compiti».

Allora, non è vero che almeno il cinquanta per cento dei cattolici italiani sarebbe contrario a questo intervento militare o guerra come la si voglia chiamare?

«A chi dice questo bisognerebbe chiedere cosa pensa della chiusura degli approvvigionamenti dell’energia petrolifera. Se è disposto o meno a un calo di dieci gradi nel riscaldamento. Perché qui non ci sono solo rapporti di sentimento, ma anche di interessi. E chi è responsabile deve tener presente tutto. L’Italia non è un giardino incantato dove si parla di sommi principi, ma si deve stare anche attenti alla bilancia commerciale, all’approvvigionamento di materie prime, alla vendita dei nostri prodotti. Inoltre, un Paese come il nostro, che non ha grandi tradizioni statuali, che non avverte particolarmente i problemi della difesa, ha finito per delegare gli Stati Uniti e l’Europa senza pensare ai costi di questa delega: quando uno ha un fratello maggiore a cui delega certi compiti è chiaro che il fratello maggiore finisce per diventare sempre più importante».

Tornando alla guerra al terrorismo, davvero non c’erano alternative all’intervento militare in Afghanistan?

«Io so che sotto le macerie delle Torri Gemelle di New York ci sono migliaia di morti senza motivo. Io posso anche essere contrario alla violenza e rinunciare alla mia difesa, ma non posso impedire ad altri di difendersi. Inoltre c’è un problema, forse un po’ controcorrente, ma che personalmente sento molto: quello di non lasciare soli gli Stati Uniti. La solitudine è una cattiva consigliera, perché ti può portare ad una certa impazienza ed anche ad una certa protervia. Ad esempio Israele si sente solo e mi sembra che una sua esasperazione derivi proprio dal sapere benissimo che nessuno, tranne gli Stati Uniti, si muoverebbe al suo fianco nel caso fosse ad esempio minacciato di distruzione. Se domani l’Iraq bombarda Israele, noi che facciamo? Una bella fiaccolata? Rovesciando il discorso dalla parte dei palestinesi, qualcuno potrebbe chiederci dov’eravamo noi, che parliamo sempre di risorgimento e di resistenza, quando loro hanno avuto la loro resistenza? La politica non è solo enunciazione dei bei principi. C’è una responsabilità che non è solo proclamazione della pace, ma di costruzione della pace. In questo senso, io credo che il mondo cattolico stia transitando da una posizione profetico-avvenirista ad una posizione più realista».

E questo, a suo giudizio, sarebbe il concetto di «pace nella giustizia»?

«La tradizione cattolica non è mai stata di pace assoluta. Per fare giustizia non esistono solo le armi, ma per fare ad esempio una giustizia internazionale non basta dire che c’è l’Onu. Solo noi italiani diamo questa gonfiatura retorica all’Organizzazione delle Nazioni Unite, ma l’Onu non è il gigante buono della pubblicità televisiva, che risolve i problemi e poi tutti intorno a fargli festa. De Gasperi diceva: “pacifici e non pacifisti”, perché la pace non è una cosa ideologica, è una cosa esistenziale. Quanto poi a certi interventi militari, sono un po’ come quelli delle forze dell’ordine quando c’è una rapina. E non è vero, quindi, che il terrorismo è uguale ai bombardamenti, così come non è vero che lo sparo del poliziotto è uguale allo sparo del rapinatore».