Vita Chiesa

Quindici suore dicono sì per sempre a Firenze

Ieri nella chiesa di Ognissanti la professione perpetua di 15 Suore Francescane Figlie di Santa Elisabetta, provenienti da Indonesia e Vietnam. L’arcivescovo Gambelli: «La penitenza è cambiare mentalità e imparare ad amare come Cristo»

C’è una fecondità spirituale che non conosce confini geografici e che continua a manifestarsi, oggi più che mai, come un segno di speranza e di vitale fioritura vocazionale. Nella chiesa di Ognissanti a Firenze, la congregazione delle Suore Francescane Figlie di Santa Elisabetta ha vissuto ieri una giornata di grazia: quindici giovani donne hanno pronunciato il loro “sì” definitivo, legandosi per tutta la vita al Signore e alla Chiesa.

Una risposta coraggiosa che testimonia l’universalità del carisma elisabettino: delle nuove professe, infatti, 9 sono originarie dell’Indonesia e 6 del Vietnam. I loro nomi – Tiziana Claire, Aurora, Carmella, Renata, Amalia, Regina, Natalia, Fidela, Zelia, Antonia, Angela, Lyana, Cynthia, Analyn – risuoneranno da oggi come strumenti di pace e servizio nei luoghi in cui saranno chiamate a operare.

A presiedere la Messa solenne è stato l’arcivescovo di Firenze, mons. Gherardo Gambelli. Accanto a lui hanno concelebrato circa trenta sacerdoti, a testimonianza dell’affetto e della vicinanza di tutta la comunità ecclesiale. Tra loro mons. Rodolfo Cetoloni, vescovo emerito di Grosseto e assistente generale della congregazione, insieme ai ministri provinciali della Toscana dei Frati Minori, fr. Guido Fineschi, e dei Frati Minori Cappuccini, fr. Antonio Picciallo.

L’evento ha assunto anche una forte rilevanza istituzionale, sottolineata dalla presenza ufficiale dell’ambasciatore dell’Indonesia in Italia, Junimart Girsang, giunto a festeggiare e sostenere le sue giovani connazionali.

La professione solenne di queste quindici novizie asiatiche è il frutto maturo di una semina missionaria iniziata quasi 140 anni fa. La congregazione affonda infatti le sue radici nell’Appennino toscano, dove nacque ufficialmente il 26 maggio 1888 a Casalino, una piccola frazione montana del comune di Pratovecchio (Arezzo), nel territorio della Diocesi di Fiesole.

A dare vita all’istituto furono Madre Francesca Casci, una giovane del luogo attratta dall’ideale francescano di povertà e unione a Cristo Crocifisso, e il parroco del paese, don Giuseppe Marchi, che ne strutturò la prima regola di vita prima di ritirarsi a vita contemplativa come monaco camaldolese.
Riconosciuto come Ente Ecclesiastico di Diritto Pontificio nel 1949, l’istituto ha in seguito stabilito la sua Casa Generalizia a Firenze, legandosi profondamente al capoluogo. Nel corso del Novecento, quella piccola realtà rurale si è aperta al mondo con una forte spinta missionaria: oggi le suore operano stabilmente in Italia, Bolivia, India, Filippine, Indonesia, Vietnam e, dal 2016, anche in Terra Santa.

Nel corso della sua omelia, mons. Gambelli si è soffermato sulle parole pronunciate dalle giovani all’atto della chiamata, in particolare sulla richiesta di ammissione alla professione dei Voti Perpetui «per fare penitenza, per servire fedelmente Dio e la Chiesa fino alla morte».
«Questa parola, penitenza, può spaventare, – ha spiegato il Vescovo – ma è profondamente biblica. Nel Nuovo Testamento significa esattamente cambiamento di mentalità: la metanoia è l’ingresso in uno sguardo nuovo».

Prendendo spunto dalle letture bibliche della celebrazione, l’Arcivescovo ha tracciato il profilo della vita consacrata attraverso tre grandi direttrici.
Richiamando l’espressione ebraica Lech lecha, legata al mandato di Dio ad Abramo, mons. Gambelli ha evidenziato come il testo suggerisca un “dativo etico”: «La Bibbia ci invita a cambiare mentalità. Partire è un po’ vivere. Quell’ordine significa: parti per te, parti per il tuo bene, per poter vivere in pienezza. L’ascolto della Parola ci aiuta a guarire le nostre ferite attraverso la forza della grazia».

Commentando il capitolo 15 del Vangelo di Giovanni, il presule ha ricordato che il comando di Gesù («Amatevi come io ho amato voi») è custodito dalla promessa di una gioia piena e di un frutto duraturo. «Gesù ci ama per primo in modo assoluto, incondizionato, asimmetrico. Il “se mi amate osserverete i miei comandamenti” non è un ricatto, ma la certezza che nell’osservanza facciamo esperienza del Suo amore. Come diceva Papa Benedetto XVI, chiudere gli occhi sul prossimo ci rende ciechi anche davanti a Dio».
Citando infine l’esortazione di San Paolo all’unità e un passo della Evangelii Gaudium di Papa Francesco, l’arcivescovo ha messo in guardia dai rischi dell’individualismo e delle tensioni interne alle comunità.

In conclusione, mons. Gambelli ha augurato alle quindici neo-professe di acquisire sempre più i “riflessi nuovi dell’amore”, capaci di testimoniare il Vangelo prima con la vita e poi con le parole.
Un concetto racchiuso in un celebre aneddoto dei Padri del Deserto raccontato dal Vescovo: due monaci, che non avevano mai litigato, decisero di provare a farlo mettendo una bottiglia d’acqua tra di loro e dicendo l’uno all’altro “è mia”. Ma non appena il secondo rispose “va bene, se è tua prendila”, l’esperimento fallì.

È questa logica del dono, del disarmo e del perdono reciproco il nucleo del Regno di Dio. Un Regno di cui le Suore Francescane di Santa Elisabetta, con la professione solenne di oggi, continuano a essere segno fecondo, giovane e luminoso nel cuore di Firenze e del mondo intero.