Cultura & Società

Racconto d’estate: “Evviva Marmitta!”

Una storia da leggere nelle settimane estive, capace di emozionare e regalare un sorriso

Illustrazione di Domenica Luciani

Il Bianchino è steso immobile a zampe larghe sul pavimento dell’ingresso, nella penombra. Sembra una di quelle pelli d’orso pregiate (magari un orso polare) che si vedono nei salotti dei ricchi a Paperopoli.
Queste poere bestie!, dice la mamma. Sai i’ caldo che patiscono? Io vorrei che d’estate gli si potesse sfilare la pelliccia con una cerniera.
E dove la metteremmo la pelliccia?, fa la Cristina.
La metteremmo in naftalina, nell’armadione di fondo.
Infatti d’estate a casa nostra tutti gli armadi puzzano di naftalina. Stoki Stoki, la mamma e la zia Emma inzeppano tutta la roba di lana in buste di plastica, e poi ci infilano dentro queste palline bianche e zuccherose che forse mille volte ci hanno detto di non metterci in bocca perché sono velenose.
Ah, io l’estate la odio!, dice la mamma. Mi vengono le gambe di cotone solo a fare tre scalini…

A me invece l’estate piace: primo perché non si va a scuola. Poi perché io e la Cristina giochiamo nella prima terrazza tutti i giorni e lì sì che ci divertiamo! Lì non si sciupa nulla e nessuno viene a romperci l’anima. E un’altra cosa ganzissima è che d’estate si può stare mezzi nudi in casa e va bene lo stesso.
Tipo io ora ho indosso solo un paio di slip di spugna colorata e dei sandali di gomma, mentre la Cristina ha un grembiule largo, con delle papere sopra, e degli spacchi ai fianchi che le si vedono le mutande.
Forza, Mecchia, dai, andiamo su in terrazza!, mi dice smaniosa.
Proprio quello che ci vuole: una mattinata a giocare nella prima terrazza inondata di sole. Perché il sole fa sciogliere non solo la neve, ma anche i brutti sogni e io stanotte ho sognato di nuovo i bambini di Saigon. Correvano urlando sotto le bombe, come li ho visti una volta al telegiornale. Non li ho più scordati e ogni tanto li risogno.

Come sempre d’estate le porte delle terrazze sono spalancate. Nella prima terrazza i due finestroni rettangolari sembrano cartoline delle vacanze: bei paesaggi, col grande pino della villa del Topini a destra e la villa del Vida e quella degli spiriti a sinistra e sopra due strisce celesti di cielo compatte come pennellate di vernice.
Nell’aria c’è un odore misto di ruta e segatura pisciosa. Sui davanzali dei finestroni ci sono più vasi di ruta che gerani, e nell’angolo fra il finestrone di destra e la finestra ad arco di sinistra (che come la seconda dà sul tetto) c’è la cassetta dei gatti, traboccante di segatura scura. La Mitzi è seduta dentro tutta seria. Come dice sempre il babbo Gommone, i gatti pisciano e cacano con grande dignità.

La Cristina si mette carponi e s’infila nella nostra casina. Ormai l’abbiamo finita ed è incredibile vedere cosa è saltato fuori da quell’insulso cartone di lavatrice. Alle finestre ci sono tendine di stoffa, fermate con fiocchi di tulle giallo. Accanto alla porta c’è il campanello ornato da bei ghirigori (ovviamente disegnati da me): ‘Famiglia Lucman, più tre signori gatti’ c’è scritto. Fuori c’è anche un giardinetto recitato da cassette da frutta.
La Cristina dice, dai, ora tocca a me fare la padrona di casa e te mi venivi a trovare.
Va bene, però venivo a cavallo.
Monto sul mio cavallo Furia e faccio un giretto della terrazza, spingendomi come al solito col dondolo. Poi mi fermo davanti al giardinetto, smonto da cavallo e attorciglio la briglia arancione a uno dei listelli delle cassette da frutta. La Mitzi mi osserva, appollaiata in cima alla grande vasca di zinco, con la coda che ciondola all’ingiù oscillando come un pendolo.

Dlin-dlon, dlin-dlon!
Chi è?, fa la Cristina.
Signora Maria, sono la signora Linda!
O carissima signora Linda, entri, entri!
Mi metto a quattro zampe ed entro. La Cristina si stringe da una parte e la parete di cartone vacilla un po’.
Ha fatto buon viaggio?, mi chiede.
Sì, ho fatto buon viaggio, ma il mio cavallo ha i crampi alla pancia e strada facendo non le so dire quanto ha scureggiato!
La Cristina non può trattenersi e si sganascia dal ridere. Anch’io rido, perché questa battuta non so come mi è venuta. Non l’avrei mai detta davanti alla mamma o alla nonna, che chiamano le scuregge ‘nespole’ e in sostanza non dicono mai scureggiare. Eh eh, ma in terrazza mica ci sente nessuno!
La Cristina si riprende per prima. Ha in mano la piccola teiera di plastica blu.

Gradisce del tè, signora Linda?
Oh, sì, grazie!, dico. E suo marito come sta?
La Cristina versa un goccio di Lemonsoda in una piccolissima tazzina.
Bene! Adesso è a bottega e torna all’ora di cena. E il suo?
Io alzo gli occhi al cielo. Il marito della signora Linda è infatti un ubriacone.
Oh, sapesse!, dico. Ieri ha vomitato anche l’anima. Per fortuna era affacciato alla finestra e così non ha sporcato il tappeto.
La Cristina sgrana gli occhi. Spiga!, dice. Qualcuno sta salendo le scale…
Scalpiccio che si avvicina. Sbirciamo con difficoltà dalla finestra, che è troppo stretta per contenere due facce. La Mitzi è balzata per terra e sta in allerta, con gli orecchi ritti.
Fischiettio. Passo strascicato.
Scarpe da pallacanestro di tela nera. Gambe lunghe e magre in jeans troppo larghi.
Robin!, fa la Cristina.

Ecco le pinzochere inscatolate, dice Roberto, non appena ci vede alla finestra. A che giocate, si può sapere?
Alle signore, dice la Cristina.
Io sono la signora Linda e lei è la signora Maria, dico io.
Roberto annuisce lentamente. Notiamo adesso che tiene le braccia dietro la schiena.
Va be’, allora non vi disturbo, dice. Me li riporto via.
Chi?, facciamo in coro.
Questi!, dice lui. E così, di scatto, sfodera da dietro la schiena Marmitta e Borbottone.
Sì!, grida la Cristina, battendo le mani.
Sì, il teatrino!, urlo io.
L’attimo dopo sgusciamo fuori dalla casina, ratte come lucertole, e prendiamo d’assalto mio fratello che adesso tiene le braccia alzate come il prete sull’altare. Le mani sono sparite, infilate nelle sue marionette, che non ci lascia toccare.

Calma, che modi!, grida Borbottone con quel suo vocione rauco. Non mi esibirò se prima le pinzochere non si mettono quiete a sedere e il teatrino non è pronto.
Giusto, interviene Marmitta, parlando al solito un po’ sottovoce. Bambine, ormai lo sapete: Borbottone non ama l’indisciplina! E detto questo fa quel suo gesto tanto tenero: allarga le braccia e abbassa il testone di cartapesta.
Va bene, va bene!, grida la Cristina. Poi giunge le mani. Borbottone, ti prego, dacci solo due minuti!
E poi, rivolta a me, Forza Mecchia, te prendi le sedie dal tinello e io tiro fuori il teatrino.
Subito!, dico. Caro Marmitta, noi tifiamo sempre per te!
Marmitta nasconde la faccia fra le sue piccole mani, perché l’ho fatto arrossire.
Quando torno in terrazza, trascinando le sedie per lo schienale imbottito, la Cristina ha già tirato fuori il teatrino, che se ne stava incastrato fra il vecchio cassettone e il mobiletto delle scarpe, sotto una vecchia coperta damascata.

Borbottone prova a tirare il cordoncino del siparietto, che funziona ancora. Marmitta intanto canticchia il suo motivetto:
<+corsivob>Se marciam con disciplina, marciremo domattina! Se restiamo sull’attenti, perderemo tutti i denti! Se facciam guerra al nemico, spareremo a un sol lombrico!
<+tondob>Io sono già seduta e sto battendo le mani, mentre la Cristina, che è scappata un attimo in cucina, ritorna con un asciughino pieno di piccole pere bagnate.
Come sempre, non si guarda il teatrino senza mangiare le deliziose perine della ziotta!
Attento, Marmitta, non cantare quella canzone!, grida la Cristina.
Ma ormai è tardi. Borbottone l’ha sentito e lo zittisce con un cazzotto sulla testa.
Recluta Marmitta, ti ho detto mille volte che questa canzone in caserma è proibita!
Marmitta si sfrega la testa. Mi scusi, Generale Borbottone, non lo farò mai più!
Ah, dice Borbottone, questa l’ho già sentita! Nuova punizione: oggi mangerai del pane spalmato col dentifricio!

Iiiihhhh!, mi scappa detto. Ma poi, a pensarci bene, io preferirei mangiare pane e dentifricio piuttosto che pane e prosciutto (soprattutto se bordato di grasso schifoso).
La Cristina scoppia a ridere. Grida, non è cattivo il dentifricio, sa di ciungam!
Ma Marmitta non è d’accordo e fa tutti i versi di schifo, reggendosi la pancia: bleah, puà, urgh!
Poi si mette a supplicare, perché non posso lucidare i bottoni della sua divisa con lo sputo?
Giovane sbarbatello!, dice Borbottone. Non sei tu a decidere le puniz…
Borbottone qui s’interrompe e tende l’orecchio. Si sente un nitrito lontano. Borbottone scompare un attimo e poi ritorna trafelato, urlando: il Cavallo di sua Maestà si è imbizzarrito! E sua Maestà è in sella!
Marmitta fa un saltello: ci penso io!
E così si chiude il siparietto.

La Cristina addenta una perina e mi sussurra all’orecchio: ci riuscirà!
Sì, rispondo io, e alla fine non dovrà mangiare pane e dentifricio.
Come al solito dobbiamo restare inchiodate alla sedia, mentre Roberto sta trafficando chino sotto il trabiccolo che regge il teatrino. Per un attimo mi pare addirittura di vederlo strisciare nei dintorni della casina.
Ma ecco che si riapre il sipario.
Borbottone si schiarisce la voce, Ehm, dice, recluta Marmitta, a te vanno i nostri ringraziamenti e una spada in premio da parte di sua Maestà.
Marmitta si inchina.
Vorrei solo sapere, prosegue Borbottone, come hai fatto a calmare quel cavallo indiavolato,
Semplice, risponde Marmitta. Gli ho offerto questa!
Ora lo vediamo: Marmitta regge in mano la nostra piccola teiera di plastica.
Camomilla!, dice.

Il sipario si chiude. Io e la Cristina applaudiamo senza smettere, facendo rotolare le perine per terra.
Perché, se non smettiamo, il sipario si riapre e Marmitta e Borbottone riappaiono e si inchinano ancora.
Bravo Marmitta!, grido io.
Perché lui sa sempre cosa fare. Calmerebbe il maestro quando vuole mettere in castigo qualcuno o il babbo quando grida con la mamma. E se tutti i soldati fossero come lui, di certo i bambini di Saigon potrebbero giocare felici come noi. Lì al massimo sparerebbero ai lombrichi.