Se il cristiano risponde al «primato della coscienza»
Cosa significa per un cristiano rispondere alla propria coscienza? La risposta del teologo
Caro Teologo, si parla molto del «primato della coscienza», ma a volte sembra che ciascuno possa decidere da sé ciò che è bene e male. Come si può conciliare la libertà della coscienza con il Magistero della Chiesa? E cosa significa realmente «formare la coscienza» nella vita quotidiana?
Risponde don Gianni Cioli, docente di Teologia morale
Quello della coscienza è un tema complesso nella teologia morale. C’è chi ha rilevato che è un concetto troppo vago per un discorso che voglia essere pienamente rigoroso, come un contenitore a cui possono essere dati i contenuti più diversi.
Tuttavia, esso è un tema irrinunciabile perché l’agire non può dirsi veramente morale se la persona che agisce non è convinta di quello che fa. Agire morale in senso pieno vuol dire che la persona si identifica con quello che fa. Attraverso le scelte morali essa, in definitiva, sceglie se stessa, cioè il proprio auto-adempimento integrale. Mettere in primo piano la coscienza nel discorso morale allora significa sottolineare che la verità morale in senso pieno si realizza solo quando è vissuta dalla persona nella libertà. Colui che agisce moralmente non è vincolato da una forza esterna ma si auto-vincola, è consapevole di sé, non è costretto a fare quello che fa ma segue la sua convinzione profonda.
Il tema della coscienza mette dunque in primo piano la necessità della partecipazione personale e della convinzione perché si possa parlare di bene morale. Ma c’è anche un altro aspetto dell’agire morale che emerge dalla valorizzazione della coscienza: quello dell’inderogabile responsabilità del soggetto.
Il magistero della Chiesa ha richiamato l’attenzione sul fatto che esistono dei precetti assoluti e sempre validi per tutte le situazioni e tutti i tempi; si tratta di precetti negativi che vietano atti intrinsecamente cattivi. Ma la maggior parte delle nostre azioni non ricadono sotto tali precetti e ciò non significa che si possa agire a piacere, il soggetto dovrà piuttosto individuare alla luce delle indicazioni generali della legge morale la norma morale adeguata alla situazione (la norma della coscienza) e poi dovrà trovare la forza di seguirla anche se si tratta di una norma scomoda. Per responsabilità si intende questa capacità di rispondere delle proprie scelte in maniera matura facendosi carico di realizzare il bene nelle circostanze spesso imprevedibili della storia che il più delle volte non si lasciano definire in maniera adeguata nelle formule di una norma scritta.
Nella riflessione teologico morale, a partire dagli anni ‘60, si è indubbiamente cercato di valorizzare questa dimensione soggettiva della verità morale. È una dimensione che non può essere negata perché, se la verità morale viene appiattita sulla dimensione oggettiva, si perde la peculiarità del fenomeno morale. Tuttavia, ci può essere anche il rischio opposto: quello di appiattire la verità morale sulla sola dimensione soggettiva, e questa è stata certamente una delle preoccupazioni centrali dell’enciclica Veritatis splendor di Giovanni Paolo II del 1993.
Bisogna riconoscere che nel nostro tempo si sta facendo progressivamente strada un vero e proprio relativismo, un soggettivismo esasperato, un’indifferenza nei confronti del bene. Capita di sentire dire talvolta: «se per te è bene questo, questo il bene da fare, e se per un altro è bene il contrario, è ugualmente bene». Si rischia di scambiare il bene con ciò che piace, obnubilando così il senso della giustizia che m’impone di cercare ciò che è dovuto obiettivamente all’altro. Giovanni Paolo II in Veritatis splendor afferma che il giudizio della coscienza è un giudizio pratico, ossia un giudizio che intima all’uomo ciò che deve fare o non fare, oppure che valuta un atto da lui ormai compiuto. Perché vi sia un giudizio sull’uomo e i suoi atti c’è bisogno di un parametro esterno all’uomo, cioè una legge oggettiva, in questo senso la coscienza può essere definita come l’applicazione della legge oggettiva al caso particolare. Il Papa si è preoccupato di far capire che il bene non dipende solo dalla decisione soggettiva: «la coscienza non è una fonte autonoma ed esclusiva per decidere ciò che è buono e ciò che è cattivo; in essa è inscritto profondamente un principio di obbedienza nei riguardi della norma oggettiva». «Così nel giudizio pratico della coscienza, che impone alla persona l’obbligo di compiere un determinato atto, si rivela il vincolo della libertà con la verità».
Questa prospettiva si collega con il problema della coscienza erronea. La coscienza come giudizio di un atto non è esente da errori, afferma ancora Veritatis splendor. Essa non è un giudice infallibile, può errare. Come afferma Gaudium et Spes, se l’errore è frutto di ignoranza invincibile la coscienza non perde la sua dignità – l’ignoranza invincibile è quella di cui il soggetto non è in alcun modo consapevole e da cui non può uscire da solo. Tuttavia, non si può mettere sullo stesso piano il valore morale dell’atto compiuto con coscienza vera e retta e quello compiuto seguendo il giudizio di una coscienza erronea. Il male commesso, nel caso della coscienza erronea per ignoranza invincibile, non può essere imputato alla persona che lo compie, ma anche in tal caso esso non cessa di essere un male, un disordine in relazione alla verità sul bene. Inoltre, anche se non pecca, la persona che agisce seguendo il giudizio erroneo della propria coscienza non cresce moralmente.
C’è da dire poi che la coscienza perde la sua dignità quando è colpevolmente erronea, ossia «quando l’uomo non si cura di cercare la verità e il bene e quando la coscienza diventa quasi cieca per l’abitudine al peccato» (Gs 16). A partire di qui la Veritatis splendor sottolinea l’importanza della formazione della coscienza perché stia in continuo atteggiamento di conversione alla verità e al bene, ed evidenzia l’aiuto che può provenire ai cristiani dalla Chiesa e dal suo magistero. Potremmo dire che «il diritto-dovere di seguire la coscienza presuppone il diritto-dovere di cercare la verità. Il diritto della coscienza è infatti strettamente collegato al dovere di formare la coscienza. È un impegno che dura tutta la vita» (A. Lorenzetti, La morale. Risposta alle domande più provocatorie, 1998). Nessuno può andare contro la propria convinzione, ma ognuno deve anche esaminarne la fondatezza.
A proposito dell’educazione della coscienza può, essere di stimolo rammentare un intervento dell’allora card. Ratzinger il quale, nel 1988, affermava che nella maturazione della coscienza accade qualcosa di simile a quanto accade con il linguaggio umano: «Perché parliamo? Parliamo perché abbiamo imparato a parlare dai nostri genitori. Parliamo la lingua che essi ci hanno insegnato, anche se sappiamo che esistono altre lingue che siamo incapaci di parlare o comprendere. Chi non ha mai imparato a parlare rimane muto. Eppure, la lingua non è un condizionamento esterno che abbiamo interiorizzato; è invece una cosa che propriamente è interna a noi. Viene formata dall’esterno, ma questa formazione risponde a una predisposizione insita nella nostra natura, cioè alla possibilità di esprimerci con il linguaggio. L’uomo come tale è un essere parlante, ma lo diventa soltanto a condizione di imparare a parlare da altri. Incontriamo così la nozione fondamentale di quel che significa essere uomo: l’uomo è “un essere che ha bisogno dell’aiuto di altri per diventare ciò che è in se stesso” (R. Spaemann). Noi riscontriamo, ancora una volta, questa struttura antropologica fondamentale nella coscienza. L’uomo come tale è un essere che ha un organo di conoscenza interiore del bene e del male. Per diventare ciò che egli è ha tuttavia bisogno dell’aiuto degli altri. La coscienza richiede formazione ed educazione. Può diventare rachitica; può essere distrutta; può essere deformata a tal punto da riuscire a esprimersi solo a stento o in maniera distorta» (J. Ratzinger, «La controversia sulla morale. Questioni riguardanti la fondazione di valori etici», conferenza al policlinico Gemelli il 30 novembre 1988, in Vita e Pensiero).

