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La dignità della persona carcerata e le tre «vie» di Papa Francesco

Papa Francesco, rivolgendo l’attenzione alle persone detenute, ha sottolineato tre aspetti: l’opportunità di una grande amnistia, l’esperienza della misericordia di Dio nel carcere (indulgenza nelle cappelle e passando per la porta della propria cella), l’esperienza di libertà tra le sbarre.

Il Papa nella visita a Rebibbia dello scorso Giovedì Santo (Foto Sir)

Il primo tema, richiamandosi alla tradizione, riguarda il mondo dei decisori politici. Ad essi è chiesto di coniugare le esigenze della giustizia con quelle della misericodia. Non si tratta di negare la colpevolezza del condannato, ma di riconoscere i passi positivi compiuti nel percorso rieducativo. E di farlo attraverso un adeguato atto di clemenza. Qui si parla di amnistia, un provvedimento che estingue il reato e fa cessare l’esecuzione della condanna e le pene accessorie relative ai reati per i quali è stata concessa. È distinta dalla grazia e dall’indulto che fanno cessare la pena ma non estinguono il reato. Qualsiasi misura apparirebbe al beneficiario come vicinanza di una comunità di uomini che crede nel valore dell’uomo e nella sua recuperabilità alla comunità stessa.

Il secondo tema è l’esperienza di misericordia tipica del credente che, seguendo le indicazioni per l’indulgenza, vive (riscopre, approfondisce, rafforza) la sua fede nel periodo di reclusione. La presenza del cappellano, orientata in questa direzione, dovrà essere se possibile più continua per raggiungere tutti coloro che desiderano (riconciliazione ed eucarestia). Ma il detenuto stesso farà esperienza di vicinanza di Dio nella preghiera e in quel passaggio orante attraverso la porta («santa») della propria cella.

Il terzo tema è l’esperienza di libertà tra le sbarre. Vuol dire non lasciarsi vincere dal male (fatto o subìto), ma credere nella forza del bene. Non in astratto ma nella concretezza della vita di reclusione. Libertà per il bene. Anche tra le sbarre. È la parte che nessuno può togliere, come scriveva san Paolo nella prigionia. È quel bene che è possibile. È quel bene che esiste e si vede. Nei tanti gesti di dono e di accoglienza. Nella pratica delle opere di misericordia, soprattutto quelle spirituali. Persone recluse che consigliano i dubbiosi. Quelli che insegnano a chi non sa, soprattutto con l’aiuto linguistico agli stranieri, alle prese con regolamenti e carte giudiziarie. Chi aiuta a prendere coscienza dei propri errori, evitando la trappola della disperazione ma indicando traguardi alti e possibili. Uomini che consolano chi è nell’afflizione e altri che riescono a perdonare le offese ricevute per non alimentare la catena di male e di violenza. I molti che si sforzano di sopportare chi per carattere o educazione molesta un suo simile. Quanti, infine, pregano per i vivi e per i morti. Tutto queste opere valgono per qualsiasi fedele, quasi tutte anche per i non credenti. «Ogni volta – ci ricorda Francesco – che un fedele vivrà una o più di queste opere in prima persona otterrà certamente l’indulgenza giubilare. Di qui l’impegno a vivere della misericordia per ottenere la grazia del perdono completo ed esaustivo per la forza dell’amore del Padre che nessuno esclude».

La misericordia di Dio, dimenticando completamente il peccato commesso, è inclusiva. Al centro di tutto c’è la dignità umana: «La gloria di Dio è l’uomo vivente» (sant’Ireneo). Una dignità da riconoscere e rispettare. Il condannato, oltre alla privazione della libertà, non deve subire pene aggiuntive. Ancora molto c’è da fare nelle carceri perché i diritti della persona vengano rispettati. Conclusa, per ora, l’emergenza sovraffollamento, permangono i problemi di edilizia: gli ambienti sono talvolta inadeguati e non rispettosi della privacy, carenti dal punto di vista igienico. Ci sono poi i problemi di scarsità di personale: sono sottorganico i poliziotti e gli educatori. Mancano le piene condizioni per rispettare il dettato costituzionale (art. 27) della finalità rieducativa della pena: pochissimo lavoro interno e scarse possibilità all’esterno; carenza di attività formative, scolastiche, culturali, artistiche, sportive. E ancora, le questioni legate all’affettività.

Su questi punti occorre lavorare. Qualche fiducia è riposta negli «stati generali delle carceri», che il ministro Orlando ha avviato nelle scorse settimane, che potrebbero avviare una riforma complessiva del carcere. Infine, una parola sull’ergastolo. È tempo di mantenere «la grande promessa» (dei padri costituenti): quella dell’abolizione dell’ergastolo, in particolare di quello ostativo. Proprio papa Francesco lo aveva definito «una pena di morte nascosta». Il Giubileo potrebbe essere un’occasione.

*Garante dei diritti dei detenuti di Porto Azzurro

La dignità della persona carcerata e le tre «vie» di Papa Francesco
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