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Un'ipoteca per il nostro futuro

Le conseguenze economiche e sociali della disoccupazione giovanile

Quando in una fase di recessione un’impresa chiude, l’effetto immediato è la perdita di posti di lavoro. Il fenomeno è simile alle riduzioni temporanee della forza lavoro ma con una differenza: la chiusura crea una discontinuità che comporta effetti di lungo periodo, in quanto provoca, oltre alla distruzione di patrimonio, la perdita di competenze professionali e imprenditoriali. Pertanto è possibile che quell’impresa non si ricostituisca più nel momento in cui la recessione termina.

Percorsi: Crisi - Economia - Giovani - Lavoro
Parole chiave: disoccupazione (31)
Le conseguenze economiche e sociali della disoccupazione giovanile

Il ricambio di imprese obsolete con nuove imprese efficienti è uno dei meccanismi di base con cui il mercato contribuisce al benessere generale e non va demonizzato. Il problema sorge quando imprese economicamente sane hanno difficoltà temporanee dovute alla contrazione della domanda e non riescono ad ottenere dalle banche un sostegno finanziario adeguato per superare la fase della crisi. Allora si perdono con l’impresa i suoi posti di lavoro attuali ma anche la possibilità che essa crei posti di lavoro in futuro. Questo è quanto sta accadendo nella crisi italiana attuale, che è in misura rilevante dovuta alla stretta creditizia conseguente alle note vicende del debito pubblico. Qui sono in gioco non solo i posti di lavoro attuali ma anche le prospettive future di crescita della nostra economia. Siamo di fronte al paradosso che la mancata crescita di oggi mette a rischio la crescita di domani: se torneremo a crescere, come ci auguriamo, ma con una base industriale ridotta, la nostra capacità di crescita sarà anch’essa ridotta.

Questi fenomeni riguardano tutta la società italiana ma interessano maggiormente i giovani. I giovani, già oggi i più colpiti dalla crisi con un tasso di disoccupazione superiore al 40%, rischiano più degli anziani per gli effetti di mancata crescita sul medio termine che una riduzione della base industriale può comportare. Sono ovviamente i giovani i più beneficiati dagli aumenti di occupazione futuri se questi si verificheranno e i più danneggiati in caso contrario. L’occupazione dei giovani non solo è più vulnerabile rispetto alla crisi, come mostrano le statistiche, ma è anche lo snodo più delicato per l’impatto, ancora una volta, sulle potenzialità di crescita futura.

Le abilità di un lavoratore si creano in larga misura sul posto di lavoro. Se un giovane non lavora, non solo non percepisce un reddito ma non sviluppa nemmeno le potenzialità produttive di cui è dotato e quando troverà lavoro in età già avanzata avrà una vita lavorativa più corta in cui impiegare le qualifiche professionali che acquisirà. La sua qualificazione professionale sull’arco di vita sarà mediamente più bassa e anche la sua produttività media sarà più bassa. Anche questo, al pari della perdita di imprese fondamentalmente sane, è un’ulteriore ipoteca sulle potenzialità di crescita futura.

La crisi attuale, per come si sta evolvendo, oltre ad avere drammatici effetti immediati, rischia di compromettere il futuro economico del nostro paese e gli effetti maggiori, sia immediati che di medio termine, ricadono sui giovani. A risentirne non è solo l’economia ma tutta la vita sociale del paese, con probabili effetti di ritorno sull’economia stessa. L’elevata disoccupazione giovanile ha effetti profondi sulla struttura sociale e sulle stesse abitudini di vita degli italiani: ritarda l’uscita di casa dei giovani, frena la costituzione di nuove famiglie, ritarda la procreazione e abbassa il numero dei figli. Ci incamminiamo verso una società più vecchia non solo per il numero degli anziani, che è in crescita, ma anche per l’innalzamento dell’età in cui si entra nelle varie fasi della vita: si è autonomi più tardi, si forma una famiglia più tardi (e sempre meno frequentemente), si diventa madri e padri più tardi.

Tutto questo ha già ora implicazioni sociali profonde e ancor più ne avrà negli anni a venire. Quel che spesso non viene percepito è che anche questa evoluzione del tessuto sociale non gioca a favore dell’economia. Modifiche nelle abitudini di vita, in parte provocate dalla mancanza di crescita economica, possono avere effetti negativi di lungo termine sulla crescita stessa: si pensi solo agli scompensi dovuti al calo della natalità. E così percorsi evolutivi negativi, sia sul piano economico che sociale, che hanno al loro centro i giovani, rischiano di trasformare, in una pericolosa rincorsa, la mancata crescita degli ultimi vent’anni in un declino permanente.

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