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Card. Bagnasco a Mcl: sul lavoro ripensare i livelli retributivi

«Nessuno vuole mettere le mani nelle tasche degli italiani, ma se ci si accorge che certe sono quasi vuote e altre estremamente piene, allora una riflessione è opportuno farla». Lo ha detto il card. Angelo Bagnasco, presidente della Cei, che questo pomeriggio a Roma - durante il Consiglio nazionale del Movimento cristiano lavoratori - ha affrontato il tema del lavoro esortando a «ripensare i livelli retributivi».

Percorsi: Angelo Bagnasco - Lavoro - Mcl

«Se parliamo di equità insieme alla giustizia - ha spiegato - forse una domanda su questa forbice che sta aumentando, la società nel suo insieme dovrebbe farsela». «Reimparare a stimare tutte le occupazioni oneste», l’altro invito del cardinale, secondo il quale è urgente anche «rivedere i servizi»: «In una società non razzista - ha puntualizzato - non ci sono occupazioni degne solo degli immigrati». «Salvare l’operaismo attivo, cioè partecipe alle sorti di un’azienda», ha raccomandato il cardinale riferendosi alla sua esperienza come arcivescovo di Genova: “Non dobbiamo essere autolesionisti”, ha ammonito, mettendo in evidenza la necessità di «parlare di più delle eccellenze per le quali siamo famosi nel mondo».

“Impegno, competenza e onestà morale”: sono questi, per il presidente della Cei, i “germi nuovi di realismo” da immettere nel lavoro, la cui vera identità è spesso snaturata e minacciata, nella cultura attualmente dominante, dai “miti del successo e dell’efficienza a buon mercato”. “Impegno - ha spiegato il cardinale - perché la vita è anche fatica; competenza perché non si può vendere vento, e quando lo si è fatto si è raccolta tempesta”. “Onestà morale”, infine, anche per vincere “l’individualismo, che è la madre di tutte le crisi”. “I vescovi - ha precisato il presidente della Cei - hanno uno sguardo vigile sulla frontiera del lavoro. Non hanno ricette particolari, né sotto il profilo politico, né della dimensione del lavoro”. Sanno, però, che la crisi ha generato una situazione generale di “impoverimento” e di “forte disoccupazione, soprattutto giovanile”, e che “i periodi di non lavoro possono essere un’eccezione dolorosa, ma non possono durare più di tanto, pena la frustrazione spirituale, l’invivibilità esistenziale, l’impossibilità progettuale”.

Fonte: Sir
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