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Il cattolicesimo politico al bivio della partecipazione

Se le elezioni politiche del 2013 confermeranno il dato allarmante  sull'astensionismo dei cattolici, ormai sulla soglia del 43%, allora si potrà affermare che la stagione del cattolicesimo politico italiano ha davvero imboccato la strada del suo definitivo tramonto. Il dato sull'astensionismo è stato rilevato da un'indagine Ipsos, commissionata dalle Acli, e contiene altri elementi assolutamente significativi.

DI DOMENICO DELLE FOGLIE

Parole chiave: cattolici (279), politica (409)

di Domenico Delle Foglie

Se le elezioni politiche del 2013 confermeranno il dato allarmante  sull'astensionismo dei cattolici, ormai sulla soglia del 43%, allora si potrà affermare che la stagione del cattolicesimo politico italiano ha davvero imboccato la strada del suo definitivo tramonto. Il dato sull'astensionismo è stato rilevato da un'indagine Ipsos, commissionata dalle Acli, e contiene altri elementi assolutamente significativi. Uno su tutti: la scarsa propensione dei cattolici all'impegno diretto in politica. In particolare, la disponibilità è bassissima fra i cattolici «impegnati»: solo il 15% rispetto al 30% di tutti i cittadini italiani. Migliora fra gli «assidui», salendo al 26%. E raggiunge la media del 30% fra i «saltuari». Un semplice raffronto con il 39% dei non credenti disposti all'impegno politico diretto sta lì a segnalare un gap difficilmente colmabile nel volgere dei pochi mesi che ci separano dal voto. Peraltro, un appuntamento decisivo per la normale fisiologia politica di un Paese stremato sia dalla crisi economico-finanziaria sia da fortissime pulsioni populiste.

Questa situazione, certamente nuova per il mondo cattolico italiano, ha radici profonde. La prima, forse la più decisiva, va ricercata proprio nell'effervescente stagione del post Concilio: dalla cosiddetta «scelta religiosa» dell'Azione cattolica sino alla fioritura e all'affermazione dei movimenti ecclesiali. Un turbinio che ha allontanato progressivamente il laicato cattolico dalla scena politica, privilegiando due dimensioni: la partecipazione diretta al rinnovamento della vita ecclesiale e la scelta del sociale come spazio vocazionale (vedi l'esplosione del volontariato). Tutto questo mentre si consumava l'esperienza della Prima Repubblica, scompariva la Dc come partito «dei cattolici», nasceva la Seconda Repubblica all'insegna di un bipolarismo muscolare e rissoso.

In questo contesto, il 7 settembre del 2008 a Cagliari, stupendo tutti, Benedetto XVI invocò la nascita di «una nuova generazione di politici cattolici…». Da quel momento si fece più forte il pressing anche da parte del cardinale Angelo Bagnasco, presidente dei vescovi italiani. Ma la deriva non si è fermata. È come se quest'ultima e perentoria chiamata all'impegno (al di là del rassemblement di Todi) non sia riuscita a far breccia fra i cattolici «impegnati», ormai ingessati nel loro rapporto con la politica e profondamente disillusi. Quasi rassegnati ad essere semplici cittadini elettori.

La risposta più comune a tale disaffezione dei cattolici è indicata nell'inadeguatezza dell'offerta politica. È il caso più classico del cane che si morde la coda. La verità è che sino a quando i cattolici non parteciperanno direttamente alla costruzione dell'offerta politica, non ci sarà proposta convincente. E l'astensionismo sarà solo il segnale di questo deficit di iniziativa, solo parzialmente colmabile dalle principali forze attualmente in campo, quasi tutte impermeabili alle ragioni dei cattolici e della loro antropologia di riferimento. Portare la sfida ai paradigmi culturali di quelle forze è una delle probabili risposte alla sonnolenza cattolica. Forse. Ma richiede un diffuso pensare politicamente che, nel mondo cattolico, ancora non si intravede.

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