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Matrimoni misti, una lezione di realismo

I giornali si sono accorti tardi - soltanto dopo il convegno nazionale dei delegati diocesani per l'ecumenismo e il dialogo interreligioso, promosso a Roma, dal 27 al 30 novembre, dalla Commissione episcopale per l'ecumenismo e il dialogo - di un documento della presidenza della Cei su "I matrimoni tra cattolici e musulmani in Italia". In realtà tale documento è datato 29 aprile 2005 e fa seguito a indicazioni simili che sono state formulate dai vescovi delle Chiese europee.

Matrimoni misti, una lezione di realismo

di Elio Bromuri
I giornali si sono accorti tardi - soltanto dopo il convegno nazionale dei delegati diocesani per l'ecumenismo e il dialogo interreligioso, promosso a Roma, dal 27 al 30 novembre, dalla Commissione episcopale per l'ecumenismo e il dialogo - di un documento della presidenza della Cei su "I matrimoni tra cattolici e musulmani in Italia". In realtà tale documento è datato 29 aprile 2005 e fa seguito a indicazioni simili che sono state formulate dai vescovi delle Chiese europee.

In sede europea sull'argomento si è ipotizzato anche un rito di celebrazione mista, in cui, ad esempio, vengono letti in forma litanica gli attributi coranici di Dio. (Da un punto di vista canonico e liturgico la celebrazione è regolata dal canone 1108 e dal cap. III del Rito del matrimonio).

A parte i commenti della grande stampa che sottolinea con i soliti toni più o meno vivaci il "no" della Chiesa ai matrimoni tra cattolici e musulmani e il richiamo alla "prudenza" e alla "fermezza" si è rischiato e si rischia di perdere un'occasione per riflettere seriamente sul fenomeno della multiculturalità che si va diffondendo in Italia e in Europa con tutto ciò che comporta sul piano della modifica dei costumi, del modo di essere e di sentire, con la paura di molti cattolici di una islamizzazione della società. Gli immigrati sono qui, in Europa, per restare, è stato detto, ed è stato suffragato questo dato dal fatto che un tempo gli immigrati rimandavano i loro cari morti al Paese di origine, ora invece chiedono propri cimiteri. Riflettere su ciò comporta, pertanto, ripensare tutto il sistema sociale della convivenza tra diversi al fine di rendere la diversità compatibile con la convivenza stessa.

Il documento Cei si pone su questo scenario e propone, da una parte, indicazioni specifiche teologiche, giuridiche e pastorali sul concetto di sacramento del matrimonio, sulle condizioni di validità in base ai canoni del Diritto canonico, sui principi fondamentali che devono regolare la coppia, sulla educazione dei figli. Da un'altra parte propone, sia pure in maniera indiretta, la descrizione della profonda differenza di approccio al matrimonio e alla costruzione di una famiglia tra le due religioni che hanno forgiato due culture due mentalità, due psicologie, due modi di vivere l'amore (Si vedano le prime tre Appendici al documento).

È una lezione di realismo, dove la differenza non è attenuata ed è chiamata in causa perché sia conosciuta e valutata per quello che comporta sul piano dei comportamenti pratici e sulle conseguenze anche giuridiche di diritto familiare di riferimento dei due coniugi. La cosa da notare è che tale problema se lo sono posto anche i responsabili di alcune comunità musulmane che consigliano i loro aderenti di evitare i matrimoni misti per non andare incontro a dispute e fallimenti di cui sono piene le cronache. Altri musulmani, invece, non fanno problemi, forti di un diritto coranico che mette il coniuge islamico in una situazione di superiorità giuridica, tanto che se un cattolico vuole sposare una donna musulmana deve recitare la Shahada, cioè la formula di fede islamica che comporta il rifiuto della propria fede cattolica e l'adesione al credo musulmano.

In queste correnti islamiche si coltiva il non confessato pubblicamente intento di conquistare attraverso i matrimoni con donne cristiane spazi stabili di società islamica con una serie di diritti da acquisire e radicarsi così nel territorio. È risaputo, infatti, che la tenacia con cui il musulmano afferma le proprie ragioni non è comparabile con quella di molte ragazze italiane ed europee disposte fin dall'inizio a rinunciare alla propria fede.

Il discorso della Cei, comunque sia, è incentrato sulla dimensione religiosa del problema e solo ad un secondo livello fa trasparire le difficoltà culturali, sociali e familiari, possibili di un matrimonio di disparità di culto come è quello tra un coniuge cattolico e uno musulmano. "Far acquisire consapevolezza delle difficoltà è un primo, fondamentale servizio da rendere a chi chiede un tale matrimonio", dice la Cei. E poi aggiunge che l'esperienza maturata induce in linea generale a sconsigliare o, comunque sia, a non incoraggiare questi matrimoni.

Tutti sanno, tuttavia, che prima avviene l'innamoramento, il fidanzamento, spesso la convivenza e poi chiedono il matrimonio e a questo punto un povero prete e vescovo si trovano di fronte ad un fatto compiuto. Lì nasce l'imbarazzo di sembrare ostacolo all'amore, quasi che le ragioni della fede fossero in contrasto con le ragioni del cuore. Questa è una brutta testimonianza che deve essere evitata mostrando che l'amore non è soltanto epidermico piacersi, ma qualcosa di molto più profondo, complesso e ricco di responsabilità, e implica anche la conoscenza e la presa di consapevolezza dei mondi culturali ai quali si appartiene, comprese le relazioni con le famiglie di origine, che spesso sono determinanti nella riuscita di un matrimonio.
Nel caso poi che l'amore vinca su ogni difficoltà che si sia frapposta, si dovrà prendere atto con soddisfazione che è tempo di aiutare la coppia a scoprire il disegno di Dio sulla loro vita, la benedizione del Creatore sulla loro famiglia e la loro prole e l'invocazione dello Spirito sul loro amore perché sia fedele e duraturo e così possano giungere a sperimentare la presenza di Dio nella loro casa, perché ovunque c'è vero amore lì c'è Dio, "Ubi caritas et amor ibi Deus est".
Nel documento della Cei non è scritta solo la parola prudenza e fermezza, ma anche amore comprensione e coraggio, libertà e grazia (n.13). Nel guardare verso il futuro, anche attraverso coppie miste di famiglie riuscite che pure esistono, si può avvertire il nascere di un mondo nuovo che nessuno potrà fermare.
Rimane la domanda del card. Christoph Schonborn, arcivescovo di Vienna: "Come possono due religioni missionarie dialogare tra loro?". Cui noi facciamo seguito con l'altra: "Come possono due fedeli di religioni universali alternative formare una coppia e volersi bene per la vita?". Questa è la sfida che il nostro tempo pone ai cattolici, anzi ai cristiani, che non potrà essere relegata solo dentro le mura di una famiglia mista, anche se benedetta dall'unico Dio. Tutti i cristiani d'Europa vi si devono confrontare.

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