Vita Chiesa
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Barberino, un mese dopo il terremoto: dalla paura alla voglia di fare comunità

Don Stefano Ulivi, parroco di san Silvestro a Barberino di Mugello, racconta i giorni trascorsi dopo il terremoto del 9 dicembre scorso. La Messa nella notte di Natale, con il cardinale Betori, è stato un momento importante: «La chiesa è inagibile, ma abbiamo la Chiesa con la C maiuscola, siamo una comunità che si ritrova, e nella palestra per Natale eravamo Chiesa ed eravamo la Chiesa fiorentina».

Percorsi: Terremoti
don Stefano Ulivi

Il Natale quest’anno per me è stato davvero l’attesa di Gesù. Non potendo celebrare il Natale classico, ho capito veramente cosa vuol dire attendere Gesù, infatti non ho vissuto il clima di festa e di spensieratezza che porta il Natale, la bellezza dei canti dei bambini, il fatto di farsi gli auguri con il sorriso, per me ci sono state difficoltà e problematiche legate al terremoto e alla mia famiglia; infatti, quando tornavo a casa la sera, trovavo il dolore lancinante per la sofferenza di mia cognata, molto malata, di mio fratello e mio nipote»
Don Stefano Ulivi, parroco di san Silvestro a Barberino di Mugello, racconta così i giorni trascorsi dopo il terremoto del 9 dicembre scorso. Il sisma ha danneggiato molte case e costretto numerose famiglie a trasferirsi in sistemazioni provvisorie; anche la chiesa ha subito lesioni evidenti, e sarà chiusa ancora per un lungo periodo. E anche don Stefano ha dovuto lasciare la canonica. Ai disagi del terremoto, per il pievano si è aggiunto il dramma familiare della malattia della cognata, morta per un tumore la sera di domenica 22 dicembre. Così don Stefano ha raccontato la vicenda in una toccante testimonianza personale sul «Filo», notiziario del Mugello (qui il testo integrale): «Non ero ancora rientrato a dormire in parrocchia, e ho avuto l’onore di stare accanto a mia cognata nel momento difficile del passaggio finale, ho potuto darle i sacramenti e ascoltare le sue ultime parole “Sia fatta la Tua volontà”. E per me sacerdote è stato sì un momento di dolore, di sofferenza e di pianto, assieme a mio fratello e a mia nipote, ma anche un motivo di grande speranza cristiana: quando una persona dice le parole del Padre Nostro non durante la preghiera ma durante gli ultimi momenti della sua esistenza, credo sia motivo di grande speranza. E ho vissuto le sue esequie la mattina del 24 dicembre quando poi la sera sarei dovuto andare a concelebrare con il cardinale la Messa della notte di Natale».
È ancora ospite da suo fratello?
«No, sono rientrato a casa per la prima volta la notte di Natale, dopo la Messa con il cardinale».
Come è stato questo suo rientro a casa?
«Il rientro è stato abbastanza drammatico, ho trovato calcinacci, polvere, lenzuola sporche, tra il venerdì e il sabato mi sono dedicato alle pulizie con l’aiuto dei parrocchiani, la domenica sera sono tornato a casa dopo aver dato l’olio Santo a mia cognata che è morta alle 21,15, prima ero rimasto a dormire ancora lì per stare accanto a mio fratello. Il 23 ho dovuto risolvere dei problemi per il terremoto, poi sono tornato da mio fratello e mi sono fermato ancora a dormire lì. Il 24 ho fatto il funerale a mia cognata, poi sono salito su e ho iniziato la preparazione della Messa con l’arcivescovo».
Sono stati giorni di grande concitazione...
«È vero. I miei momenti di preghiera sono avvenuti di mattina presto o la sera tardi, perché la vita è stata frenetica, un continuo suonare il campanello, per forza dovevo ritagliarmi dei momenti di preghiera quando potevo».
Come prosegue la vita della comunità dopo il terremoto?
«Dopo il periodo delle vacanze natalizie vedremo come riprendere il catechismo; i bambini comunque vengono alla Messa, ogni domenica metto loro il timbrino. Ci tengo a precisare una cosa: qualcuno ha confuso, anche tra i genitori, che si va in parrocchia per il catechismo, mentre la Messa è un optional. No! Si va in parrocchia per incontrare Gesù e i fratelli nella Messa e poi per migliorare questa cosa si va al catechismo. In terza, quarta elementare dei bambini che frequentano il catechismo verrà alla Messa il 50%, mentre tra i ragazzi più grandi che si preparano alla Cresima ne verrà circa il 20%. Bisogna ricordarci che il catechismo è una scuola di formazione, eventualmente si può saltare qualche incontro, ma mai la Messa! Comunque la vita comunitaria è ripresa nell’ordinario, abbiamo la Messa quotidiana nella cappella feriale che è stata resa agibile il 20 dicembre, mentre le Messe del sabato e della domenica, le più frequentate, le facciamo ancora nel garage della Pubblica Assistenza. Stiamo già pensando a quando ripartire e siamo in attesa della tensostruttura che dovrebbe esserci consegnata il 19 gennaio dalla Protezione Civile, ma intanto stiamo facendo i lavori per rendere agibili le aule di catechismo».
Come sta vivendo la popolazione in questo periodo?
«La popolazione adesso, considerando che ci sono un centinaio di sfollati, vive in un tono sottomesso, abbiamo partecipato al Capodanno in piazza, abbiamo festeggiato e c’era tanto da festeggiare perché veramente siamo stati graziati, non ci sono stati crolli, né feriti, né vittime».
C’è ancora paura?
«Certo, le persone hanno ancora paura, sono stati momenti drammatici, alcuni bambini non riescono a dormire bene, sappiamo che in qualsiasi momento potrebbe tornare una scossa. Faccio un esempio, la notte di Natale quando sono tornato a dormire in parrocchia, ricreando la situazione del sisma, all’ora in cui ci c’era stata la scossa forte mi sono svegliato di soprassalto sentendo il terremoto, ma non era vero, è che ancora siamo scossi. Vorrei aggiungere un segno avvenuto in modo semplice, ma molto significativo; in questi giorni è venuto il tecnico campanario e le campane hanno ripreso a suonare. La gente mi ha scritto “Grazie don Stefano! Le campane hanno reso speranza al paese, un gesto concreto che dice: la vita va avanti, si ricomincia”. È stato un momento molto bello, senza alcun tipo di organizzazione, ma la gente l’ha vissuto come un ritorno alla normalità, addirittura il sindaco che era a Roma, ha letto sul sito che avevamo suonato le campane e m’ha scritto: Avete suonato le campane, il paese è vivo!».

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