Vita Chiesa
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Dal n. 20 del 22 maggio 2005

Siamo pronti a prendere la croce?

«Siccome molta gente andava con lui, egli si voltò e disse: “Se uno viene a me e non odia suo padre, sua madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo”. ... E a tutti diceva: “Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua. Chi vorrà salvare la propria vita, la perderà, ma chi perderà la propria vita per me, la salverà”» (Lc 14,25-26; 9,23-24).

È l'evangelista Luca che, riferendo le parole del Signore alle folle di tutti i tempi, ci provoca a guardare in noi stessi e a misurare la nostra concreta disponibilità a un discepolato secondo le istanze del Vangelo. La sequela del Signore si staglia davanti a noi credenti come precisa domanda che coinvolge tutta la vita: alla luce del suo amore trova la ragione d'essere ogni altro amore; decidere di aprirsi alle esigenze del regno da lui annunciato, dove la comunione sarà perfetta e condizione stabile di gioia, postula durante il cammino l'impegno costante di superamento dell'egoismo connaturale alla persona. Per il fatto stesso anzi di voler seguire come discepoli le orme di un Maestro crocifisso, sappiamo che l'impatto della mentalità evangelica che si va formando in noi, e quindi dei conseguenti comportamenti, ci porterà sul cammino della croce.

Certo le parole del Signore risuonano difficili a comprendersi e, se prese sul serio - come dovrebbe essere per ogni cristiano - tali da lasciarci alquanto disorientati: quasi che, misurando la profondità della sequela del Vangelo, ci scoprissimo d'un tratto quali realmente siamo, creature deboli, incapaci, radicalmente bisognose di salvezza. Eppure anche noi, come al tempo di Gesù i primi discepoli, di fronte alla possibilità di percorrere vie alternative rispetto alla proposta del Vangelo, sentiamo di non volerci allontanare dal Signore. Poiché, come Pietro e gli altri, anche noi riconosciamo che di gran lunga superiore alle nostre povertà è il bisogno vitale di stare con Colui che, solo, possiede e annuncia le parole della vera vita (cfr Gv 6,68).

Ed ecco che nel momento stesso in cui rinnoviamo la nostra adesione a Cristo sperimentiamo la novità che viene dallo Spirito, e si schiude davanti a noi l'orizzonte della beatitudine che sgorga da un'esistenza vissuta all'insegna della fiducia nelle promesse divine. È l'altro versante del paradosso evangelico del perdere per ritrovare. Un paradosso che, se da una parte richiede rinuncia a noi stessi, dall'altra ci introduce nell'esperienza spirituale fondata sulla confidenza semplice di coloro che non contano su se stessi e sulle loro forze, ma sulla bontà del Padre dei cieli.

Questa fiducia è il presupposto della vita secondo le beatitudini che Gesù annuncia quale inedito proclama all'inizio del suo ministero pubblico e al quale dobbiamo sempre ritornare.

Secondo tale nuova prospettiva beati non sono coloro che possiedono abbondanza di beni facendo dipendere da questi la loro vita (cfr Lc 12,19-20), né quanti credono di raggiungere la felicità accumulando esperienze che illuminano l'esistenza solo per un attimo fugace (cfr Lc 15,13-17).

Veri beati sono quegli uomini e quelle donne aperti all'amore gratuito, i semplici, i miti, gli obbedienti, i contemplativi: quanti, in una parola, ancorano la loro vita ai valori che rendono interiormente liberi e illuminano di limpida gioia la giornata terrena.
a cura delle Clarisse di San Casciano Val di Pesa

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