Firenze

Gambelli: “La santità non ci rende meno umani”

Celebrando Tutti i Santi in Santa Maria del Fiore, l’arcivescovo di Firenze invita a riscoprire le Beatitudini come via per un’umanità compiuta. «Il mondo diventa più umano ogni volta che scegliamo il perdono, l’accoglienza e la pace»

Mons. Gherardo Gambelli (foto di repertorio)

La santità non è una fuga dalla realtà, né un allontanamento dalla condizione umana. Al contrario, è la strada per diventare pienamente uomini e donne, persone capaci di amare, di entrare in relazione con gli altri e di contribuire a rendere il mondo più umano. È questo il cuore dell’omelia pronunciata questa mattina dall’arcivescovo di Firenze, Gherardo Gambelli, nel Duomo di Santa Maria del Fiore, durante la celebrazione della solennità di Tutti i Santi.

Partendo dalla visione dell’Apocalisse, che presenta «una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, tribù, popolo e lingua», Gambelli si è interrogato su che cosa significhi guardare un santo. La risposta, ha spiegato richiamando la prima lettera di Giovanni, sta anzitutto nella consapevolezza di essere figli di Dio: «Il santo, la santa, sono un uomo o una donna che hanno scoperto di essere figli». La santità nasce dunque da uno sguardo ricevuto, dalla certezza che Dio ci ama e ci chiama per nome.

Essere figli, tuttavia, significa anche essere in cammino. «Siamo figli, ma non siamo ancora esseri compiuti», ha ricordato l’arcivescovo. La meta è diventare simili a Dio, ma questa prospettiva non deve essere confusa con l’idea di un’umanità superiore, quasi disumana. «Non bisogna diventare meno uomini per diventare più santi. È esattamente il contrario: diventare santi significa diventare pienamente uomini, pienamente donne, pienamente persone secondo il disegno di Dio».

Un passaggio nel quale Gambelli ha richiamato l’enciclica Magnifica humanitas di Leone XIV e la sua riflessione sul «più che umano». Il vero compimento dell’uomo, ha sottolineato, non nasce da una divinizzazione tecnologica, ma dalla grazia di Dio ricevuta in Cristo. Nessuna tecnologia, nessuna intelligenza artificiale e nessuna prospettiva transumanista possono sostituire questa chiamata. La tradizione cristiana, ha ricordato citando il Papa, riconosce nell’essere umano una creatura chiamata a trascendere se stessa, non per fuggire dalla realtà o disprezzare i propri limiti, ma per trovare il proprio compimento nell’amore.

Il volto di questa umanità nuova è descritto dalle Beatitudini. Gesù propone una strada diversa da quella indicata dalla mentalità dominante: se il mondo considera beato chi non ha bisogno di nessuno, il Vangelo indica i poveri in spirito; se celebra chi riesce a imporsi, Gesù proclama beati i misericordiosi; se premia chi emerge anche a scapito degli altri, indica gli operatori di pace. E ancora, alla logica del successo a ogni costo contrappone la fame e la sete di giustizia, alla tentazione di usare gli altri per i propri interessi la purezza del cuore.

È una proposta che mette al centro la relazione e il dono, non l’autosufficienza e il possesso. «La santità non ci rende persone isolate ma ci rende capaci di comunione», ha affermato Gambelli. Per questo la moltitudine contemplata dall’Apocalisse è un popolo: la santità non è mai un fatto privato, ma produce conseguenze nella vita degli altri e nella società.

«Ogni volta che un uomo perdona, il mondo diventa un po’ più umano; ogni volta che qualcuno accoglie un povero o visita un infermo, il mondo diventa un po’ più umano». Lo stesso accade quando si difende la dignità di un’altra persona, si sceglie la pace invece della violenza, la verità invece della manipolazione, il servizio invece del potere. Sono gesti concreti, quotidiani, che mostrano come la santità possa trasformare la realtà senza clamore.

L’arcivescovo ha quindi ricordato alcune figure della tradizione fiorentina: san Zanobi, primo vescovo e padre della Chiesa locale; sant’Antonino, pastore vicino ai poveri e alle ferite della città; santa Maria Maddalena de’ Pazzi, nella quale la contemplazione si tradusse in desiderio di rinnovamento ecclesiale; san Filippo Neri, con la sua umanità lieta e la sua attenzione ai giovani. Testimoni diversi, accomunati da una santità che non ha cancellato la loro umanità, ma l’ha fatta fiorire.

Una lezione particolarmente significativa per Firenze, città che ha ricevuto in eredità dalla propria storia, dall’arte e dalla cultura una straordinaria intuizione della bellezza dell’uomo. Ma, ha avvertito Gambelli, la bellezza più grande non coincide soltanto con ciò che l’uomo riesce a produrre: è quella di un cuore trasformato dall’amore. È bello chi perdona, chi si prende cura di una persona fragile, chi sceglie la verità, chi rinuncia alla vendetta, chi serve senza cercare applausi. È bella la santità umile e quotidiana di chi prega, lavora, educa i figli, cura i malati e attraversa le sofferenze senza perdere la speranza.

Non si tratta, dunque, di diventare superuomini senza limiti e fragilità. La santità, ha ricordato l’arcivescovo citando ancora Magnifica humanitas, passa anche attraverso il riconoscimento della propria finitudine. È proprio nella consapevolezza dei propri limiti che possono trovare spazio la compassione, l’attenzione ai bisogni degli altri, la generosità e l’esperienza spirituale.

In conclusione, Gambelli ha invitato i fedeli a trasformare la celebrazione di Tutti i Santi in una preghiera personale: «Signore, fammi diventare vero. Fammi diventare pienamente uomo». Una richiesta che si accompagna alla domanda di essere liberati dall’egoismo, dalla paura, dal bisogno di apparire, dal desiderio di possedere e dall’indifferenza verso la sofferenza altrui. E, soprattutto, alla richiesta di imparare a vivere le Beatitudini: la povertà di spirito, la misericordia, la purezza del cuore, la mitezza, la sete di giustizia e la costruzione della pace. Perché, ha concluso l’arcivescovo, «queste Beatitudini non sono solo parole da ascoltare: sono il volto di Cristo e noi, diventando simili a Cristo, diventiamo ciò che Dio ha sempre desiderato che fossimo».