Grosseto
Mons. Giordano: la santità? È Dio che opera nelle nostre fragilità
Nell’omelia di Tutti i Santi nel duomo di Orbetello, il vescovo Bernardino Giordano invita a superare l’idea della santità come conquista personale: «Non è un’opera umana, ma entra nella nostra vita attraverso il limite, il difetto e la fragilità». Nessuno è escluso da questa chiamata.
Non un traguardo per pochi eroi della fede, ma l’opera di Dio che vuole farsi strada nella vita di ciascuno, a partire proprio dai limiti e dalle fragilità. È il cuore dell’omelia che il vescovo di Grosseto e di Pitigliano Bernardino Giordano ha pronunciato stamani nel duomo di Orbetello, dove ha presieduto la Messa nella solennità di Tutti i Santi, concelebrata dal parroco don Luca Caprini.
«La festa di tutti i Santi è la nostra festa – ha esordito il Vescovo – perché ci raccoglie e ci indirizza tutti verso una meta». Ogni anno, ha spiegato, la Chiesa con questa solennità «mette il timone» alla vita dei credenti e indica la direzione: la santità. Commentando il Vangelo delle Beatitudini, mons. Giordano ha fatto notare che Dio non viene quasi mai nominato, eppure è evocata continuamente la sua opera: «È Lui che ti consola, Lui che ti sazia, Lui che ti consegna la terra, Lui che ti perdona, Lui che ti si mostra. La santità è proprio qui: entrare nell’opera di Dio».
Da qui l’invito a liberarsi di un’immagine distorta: «La santità l’abbiamo un po’ venduta come un’opera umana, una serie di qualità personali anche eccezionali. Ma la santità non è questo». Esiste un’unica santità, quella di Dio, che si manifesta attraverso Chiara, Filippo, Ignazio, Giovanni Bosco e attraverso ognuno di noi: «Che tu abbia un buon carattere o un pessimo carattere, sei sempre destinato alla santità». E quando si incontra un santo, ha aggiunto, «non incontro lui, ma Dio che opera in lui».
Il punto di partenza, ha sottolineato il Vescovo, è la nostra povertà: «L’opera di Dio vuole entrare nella nostra vita attraverso il nostro limite, il nostro difetto, la nostra fragilità». Non per esaltare il negativo, ma per riconoscere che è una grazia, «perché è da lì che parte il Signore». La santità, dunque, non abita la solitudine dell’autosufficienza, ma apre alla relazione con Dio e con gli altri. E nessuno ne è escluso, «anche chi in questo momento sta vivendo il peccato più grave, o è fermo a venti, trent’anni fa». L’invito finale è stato a tradurre la festa in una piccola decisione concreta per la settimana, perché l’opera di Dio possa compiersi attraverso ciascuno.
Al momento del Padre nostro il Vescovo ha chiamato attorno all’altare i bambini di seconda e terza elementare presenti in chiesa. La liturgia è stata animata dal coro del duomo.




