Cultura & Società

Jose, il viaggio del cuore per restituire l’amore ricevuto

Adottato da una famiglia toscana dopo i primi anni trascorsi nell’orfanotrofio di Cochabamba in Bolivia, a ventun anni è tornato come volontario nella struttura che lo aveva accolto e dove è rimasto due mesi. Un modo per recuperare le origini, per far pace con il passato e mettersi al servizio dei bambini che oggi vivono la sua stessa storia

Jose con i bambini dell'orfanotrofio di Cochabamba in Bolivia

Per i primi cinque anni di vita ha conosciuto soltanto il suo nome, la cura delle mamitas e la quotidianità condivisa con gli altri orfani come lui. Poi la vita lo ha portato a Firenze. Sedici anni dopo, Jose ha sentito il bisogno di tornare a Cochabamba in Bolivia per restituire l’amore ricevuto in quel luogo che è stato il suo posto nel mondo fino all’adozione. Il 2 settembre è rientrato in Italia e il giorno successivo ha scelto di raccontare a Toscana Oggi le tappe e il senso di questo viaggio a ritroso.
Jose Luiz Vargas Valencia nasce il 25 novembre 2005 in Bolivia. A sei mesi entra nell’orfanotrofio di Cochabamba, dove rimane fino al 2012, anno in cui viene adottato da una coppia di Firenze, Letizia Pierallini e Lorenzo Codacci. Oggi Jose ha ventun anni, vive in Toscana e studia per costruire il suo futuro, ma la memoria delle proprie origini lo ha spinto a intraprendere un percorso a ritroso fino al punto di partenza.

Per comprendere la scelta di tornare, occorre ricostruire l’inizio della sua storia. La madre biologica di Jose, che lavorava come casalinga a servizio presso famiglie facoltose, si trovò di fronte a una decisione obbligata al momento della nascita del figlio: «La mia mamma biologica – racconta Jose – decise di lasciarmi pensando che con un’adozione avrei potuto intraprendere un futuro migliore rispetto al suo, segnato dalla povertà». Una scelta di separazione che Jose ha rielaborato nel tempo: «Da piccolo l’avevo interpretata come un abbandono. Crescendo ho capito la natura di quel gesto e l’ho vista come una fortuna». A sei mesi il bambino fa il suo ingresso nell’orfanotrofio di Cochabamba. Le condizioni materiali della struttura risentono della scarsità di risorse del contesto locale: «La Bolivia è un paese povero. Ricordo una struttura semplice, essenziale, dove il cibo scarseggiava e spesso mangiavamo solo brodo. Eravamo circa 170 bambini».

Per un figlio di quella struttura, tuttavia, quella dimensione rappresentava la normalità: «Giocavamo e avevamo i nostri ritmi. C’era il kinder, la scuola materna che frequentavamo dai quattro ai sei anni, prima del passaggio al collegio per le elementari». L’assistenza quotidiana era garantita dalle operatrici dell’istituto: «Lavoravano quasi esclusivamente donne, le chiamavamo mamitas. Ricordo in particolare Gabriella e Nhajair, che si sono occupate di me, e Juan, un volontario francese. I punti di riferimento principali erano Mamma Emma, la direttrice, e Mamma Graziella, che seguiva le pratiche adottive».
All’epoca Jose non sa nulla della sua famiglia d’origine. Parla il quechua, la lingua indigena locale, non conosce ancora lo spagnolo e la sua vita si sviluppa interamente all’interno dell’istituto. La svolta arriva con l’avvio dell’iter di adozione internazionale, durato anni tra adempimenti burocratici e attese: «I miei genitori italiani hanno aspettato sei anni», spiega Jose. L’incontro avvenne attraverso una serie di fotografie mostrate al bambino dalla direttrice dell’istituto. «Io e i miei genitori ci siamo scelti – ricorda Jose -. Mamma Emma mi mostrò le foto di diverse coppie disponibili all’adozione. Tra tutte scelsi la loro: era scattata a Natale, il mio babbo aveva il cappello da Babbo Natale e mia madre le orecchie da renna. Mi fece sorridere e li indicai».

Prima della partenza per l’Italia trascorrono altri cinque mesi di transizione all’interno di un convento. «Ricordo Suor Rosella e Madre Lisa, due figure che mi hanno seguito con attenzione in quel periodo». Poi il primo volo verso l’Europa.
«Per me era tutto nuovo. Mia madre Letizia temeva la mia reazione di fronte a un cambiamento così grande, ma io salii sull’aereo con tranquillità». L’ingresso nella realtà italiana richiese un periodo di adattamento; abituato alla scarsità di risorse dell’orfanotrofio, nei primi tempi Jose tende a consumare anche le bucce della frutta, dalle arance alle banane. Dal punto di vista linguistico, l’apprendimento dell’italiano sostituisce gradualmente l’uso del quechua già nel corso del primo anno di scuola elementare. Il percorso di integrazione incontra però anche degli ostacoli: «Negli anni ho dovuto affrontare episodi di razzismo e prese in giro. È stata una delle difficoltà maggiori da superare».
Con il raggiungimento della maggiore età, il pensiero di tornare nei luoghi dell’infanzia diventa una priorità, accompagnata tuttavia da qualche esitazione. «Ho rimandato il viaggio per diverso tempo», ammette Jose. «Avevo timore di come sarei stato accolto e di come avrei reagito tornando in quel contesto. Temevo di rimanere deluso, poi ho deciso di affrontare questa incertezza e i miei genitori mi hanno sostenuto».

Il 12 luglio scorso Jose è ripartito per la Bolivia dopo sedici anni. Al suo arrivo a Cochabamba ha trovato la struttura rinnovata nella muratura e negli impianti, ma immutata nella sua funzione dell’accoglienza. «L’orfanotrofio è stato ristrutturato ed è molto migliorato sul piano strutturale, ma la sostanza del luogo è rimasta la stessa». Nel corso della sua permanenza, durata quasi due mesi, Jose si è inserito nelle attività quotidiane dell’istituto come volontario. Il suo compito principale è stato affiancare le operatrici nella gestione dei bambini dai quattro ai sei anni durante la frequenza del kinder, oltre a organizzare le attività pomeridiane e il supporto scolastico per i ragazzi dai 6 ai 12 anni.
Durante il soggiorno sono emerse anche le difficoltà operative della struttura: «Oggi l’istituto ospita ragazzi fino ai 19 anni, molti dei quali con disabilità o deficit di attenzione, per i quali è difficile trovare collocazioni esterne. Ci sono inoltre neonati che necessitano di cure mediche specifiche. In Bolivia l’assistenza sanitaria privata ha costi elevati e la gestione dell’istituto richiede uno sforzo continuo per coprire le spese fisiche e mediche dei piccoli».