Firenze
San Giovanni, Gambelli: “Troppi lasciano Firenze per il costo della vita”
L'omelia dell'arcivescovo di Firenze nella festa del patrono con un pensiero a lavoratori, studenti, famiglie che non riescono a mantenersi
“I tanti che pur lavorando non riescono a vivere una vita dignitosa qui a Firenze, gli studenti universitari che vedono menomato il loro diritto allo studio perché la nostra città non riesce ad accoglierli, le donne, gli uomini e le famiglie che non vedono tutelato il loro diritto alla casa, i troppi che negli ultimi anni hanno dovuto lasciare la città perché il costo della vita è oltre la loro portata, i carcerati di Sollicciano che vivono quotidianamente in condizioni inaccettabili”. A loro ha rivolto il suo pensiero l’arcivescovo di Firenze Gherardo Gambelli durante la Messa nella festa di San Giovanni Battista, celebrata questa mattina nella cattedrale di Santa Maria del Fiore.
“Cresca in noi – la preghiera finale – la gioia per la tua misericordia, lo stupore per il tuo modo di compiere la salvezza e quel sano timore che ci permette di rimettere le nostre spade nel fodero, di disarmare il cuore e le parole, di trasformare le spade in aratri, le lance in falci. Camminiamo nella luce del Signore”.
Qui sotto il testo integrale dell’omelia.
Solennità di San Giovanni Battista, patrono di Firenze
Cattedrale di Santa Maria del Fiore
24 giugno 2026
“Io non sono quello che voi pensate”, diceva Giovanni sul finire della sua missione (cf. At 13,25).
Il suo modo di esprimersi, davanti all’equivoco riguardo alla sua vera identità, è ben diverso dal nostro che ricorre molto più facilmente al tipico: “Lei non sa chi sono io”.
Nel caso di Giovanni, come sappiamo, si trattava di distogliere dalla sua persona lo sguardo dei suoi discepoli che vedevano in lui l’inviato di Dio, il Messia. Dice a tal proposito Sant’Agostino: «La voce fu creduta la Parola: ma la voce riconobbe se stessa per non recare danno alla Parola». Celebrare la festa del Santo Patrono della nostra città è per noi oggi una bella occasione per lasciarci interpellare e forse anche inquietare dalle sue parole, molto simili a quelle del profeta Elia, la cui parola bruciava come fiaccola (cf. Sir 48,1), per riscoprire la bellezza della chiamata universale alla santità. «Non avere paura di puntare più in alto, di lasciarti amare e liberare da Dio. Non avere paura di lasciarti guidare dallo Spirito Santo. La santità non ti rende meno umano, perché è l’incontro della tua debolezza con la forza della grazia» (Gaudete et Exsultate, 34).
Il testo del Vangelo di oggi ci invita a riflettere su tre sentimenti che caratterizzano coloro che assistono all’evento della nascita del Battista: la gioia, lo stupore, il timore.
Il primo sentimento è quello della gioia: “I vicini e i parenti udirono che il Signore aveva manifestato in lei la sua grande misericordia, e si rallegravano con lei” (Lc 1,58). Il motivo della gioia (synchaìrein) è legato alla grande misericordia che il Signore ha manifestato in Elisabetta. L’evangelista Luca esplicita il senso autentico della “misericordia” nella parabola del Buon Samaritano, facendo ricorso a questo termine per qualificare l’atteggiamento di fondo di colui che si è fatto prossimo: “Chi di questi tre ti sembra sia stato prossimo di colui che è caduto nelle mani dei briganti? Quello rispose: Chi ha avuto compassione (misericordia) di lui. Gesù gli disse: Va’ e anche tu fa’ così” (Lc 10, 36-37).
Giovanni è colui che porta nel mondo la gioia della misericordia, ci aiuta a guardare Gesù, come l’agnello di Dio, il buon Samaritano, a lasciarci guarire da lui, dal suo amore gratuito, per fare poi come lui. La nostra tristezza infinita si cura soltanto con un infinito amore” (cf. EG 265). Solo così possiamo giungere a vivere l’esperienza di una gioia paradossale, simile a quella di Giovanni: “Ora questa mia gioia è piena. Lui deve crescere; io, invece, diminuire” (Gv 3,30).
Il secondo sentimento è quello dello stupore. “Allora domandavano con cenni a suo padre come voleva che si chiamasse. Egli chiese una tavoletta e scrisse: Giovanni è il suo nome. Tutti furono meravigliati” (Lc 1,62-63).
Lo stupore è legato alla rottura del protocollo, al superamento della tradizione che voleva dare al figlio il nome del padre Zaccaria, perché perpetuasse la sua missione di sacerdote nel tempio di Gerusalemme. Fin dall’inizio il Battista viene presentato come colui che mette in discussione lo status quo. Il seguito della sua storia, presentata nel Vangelo, ci mette di fronte l’esempio di una realtà sociale nella quale i ruoli istituzionali e sociali hanno perso il senso profondo della loro funzione. Una realtà in cui chi ha responsabilità sugli altri si è separato dagli altri, è altro rispetto al popolo. I sacerdoti e i leviti, che dovrebbero custodire la Parola e alimentare la fede di Israele, nel loro interrogare Giovanni sono preoccupati piuttosto di capire chi sia una persona che mette in discussione la loro funzione e con quale autorità egli compia gesti che minacciano il loro ruolo sociale di unici detentori del culto.
Tutto questo diviene un monito per tutte quelle circostanze in cui i nostri sistemi politici e istituzionali, i nostri sistemi economici, le nostre relazioni sociali, si dissociano dalla loro natura e della loro verità. Quando le realtà costruite dagli uomini perdono di vista il loro scopo, quando la politica diviene conservazione del potere, quando l’economia diviene semplice ambizione di accumulo di ricchezza, quando i rapporti fra gli esseri umani mirano a massimizzare interessi personali, quando questo avviene siamo di fronte a una società che perde sé stessa.
Del resto, non è un caso che quella “voce che grida nel deserto” e quel “battezzare” praticati dal Battista trovino ascolto in un popolo che sente tutta la distanza che si è creata fra sé stesso e un potere diventato autoreferenziale.
Sono gli ultimi, i poveri, i peccatori, gli scartati ad avere il cuore aperto all’ascolto, a cogliere come sia necessario cambiare la direzione del cammino, “convertirsi” per ritrovare l’unità profonda fra ciò che si è e ciò che si fa e si dice.
I tanti che pur lavorando non riescono a vivere una vita dignitosa qui a Firenze, gli studenti universitari che vedono menomato il loro diritto allo studio perché la nostra città non riesce ad accoglierli, le donne, gli uomini e le famiglie che non vedono tutelato il loro diritto alla casa, i troppi che negli ultimi anni hanno dovuto lasciare la città perché il costo della vita è oltre la loro portata, i carcerati di Sollicciano che vivono quotidianamente in condizioni inaccettabili.
Questi sono il “resto d’Israele”, i tanti che sono al di fuori del sistema, ai suoi margini. Questi sono il “popolo” a cui il Vangelo parla, sono coloro che riconoscono in Giovanni il testimone di Gesù. Costoro sono coloro che formano la Firenze “in mezzo alla quale” viene Colui “a cui non siamo degni di legare i lacci”, l’Agnello venuto a farsi carico del peccato. La vicinanza a loro può ridarci lo stupore necessario per essere cittadini all’altezza della dignità e della bellezza della nostra città.
Il terzo sentimento è quello del timore: “Tutti i loro vicini furono presi da timore, e per tutta la regione montuosa della Giudea si discorreva di tutte queste cose” (Lc 1,65). Anche in questo caso notiamo come il sentimento sia legato a un atteggiamento di fondo che consiste nel custodire gli eventi e le parole nel cuore. Il timor di Dio è quella forma matura della fede che permette di disobbedire alla paura della morte con la quale il demonio ci tiene prigionieri (cf. Eb 2,14-15).
C’era una volta un samurai, un grande e temibile guerriero giapponese. Andò a visitare un uomo di Dio, un piccolo monaco. “Monaco,” gli disse, “insegnami, cos’è l’inferno e cos’è il paradiso?” “. Il monaco alzò gli occhi per osservare il potente guerriero e gli rispose con estremo disprezzo: “Cos’è l’inferno e cos’è il paradiso?” Non ti insegnerò un bel niente! Sei sporco, il tuo corpo puzza, la tua lama di rasoio si è arrugginita. Sei una vergogna, sei la vergogna della casta dei samurai. Togliti dalla mia vista, non ti sopporto più”. Il samurai era furioso. Iniziò a tremare e non riusciva nemmeno a dire una sola parola a causa della rabbia. Estrasse la spada e la sollevò verso l’alto preparandosi a uccidere il monaco. “Ecco, questo è l’inferno”, gli disse il monaco. Il samurai era sopraffatto. Che compassione, che coraggio in questo piccolo uomo che era pronto a offrire la sua vita per dargli questo insegnamento, per mostrargli cos’è l’inferno. Lentamente abbassò la spada, pieno di gratitudine e si ritrovò improvvisamente pieno di pace. “Ecco, questo è il paradiso”, gli disse il monaco con voce sommessa.
Donaci Signore il tuo Spirito Santo perché cresca in noi la gioia per la tua misericordia, lo stupore per il tuo modo di compiere la salvezza e quel sano timore che ci permette di rimettere le nostre spade nel fodero, di disarmare il cuore e le parole, di trasformare le spade in aratri, le lance in falci. Camminiamo nella luce del Signore (cf. Is 2,4-5).

