Toscana

Se la Toscana non ha più montagne

DI MARCO LAPI

«O si spiega alla Lanzillotta che sull’Amiata nevica, o si chiede al Padreterno che faccia smettere di nevicare perché la montagna non c’è più». Le risate che hanno accolto la battuta di Lorenzo Avanzati, sindaco di Abbadia San Salvatore collegato in videoconferenza con la sede toscana dell’Uncem (Unione nazionale comuni comunità enti montani) dopo la prima nevicata di stagione, non sono certo bastate a cancellare la rabbia del presidente nazionale Enrico Borghi e dal suo omologo toscano Oreste Giurlani, sindaco del comune garfagnino di Fabbriche di Vallico. Rabbia e sconcerto, più che preoccupazione, per l’assurdità dei criteri con cui l’articolo 13 della Finanziaria 2008 finirebbe per cancellare, nella sola Toscana, ben 16 comunità montane su 20, facendone così la regione più colpita dal provvedimento. Che nasce, certo, per necessità di risparmio ma forse ancor più per offrire agli occhi, possibilmente distratti, dell’elettorato una parvenza di ravvedimento dopo le denunce di Rizzo e Stella sulla Comunità montana della Murgia Tarantina nel loro libro «La Casta». Solo che, come spesso capita, assieme all’acqua sporca si finisce per buttar via anche il bambino, soprattutto quando si adottano sistemi cervellotici per decidere cosa è montagna e cosa non lo è, calcolando quote, dislivelli, percentuali e via dicendo. Una trovata ammantata di apparente scientificità, ma sicuramente priva di buon senso se è vero che, Toscana a parte, a fronte di assurde falcidie financo nelle valli alpine, finirebbero per restare «montani» comuni come Sanremo, Sperlonga e Amalfi.

Il bello è che questa grande invenzione dell’Imont (l’Istituto nazionale della montagna, ente pubblico nazionale che, come si legge sul sito, «opera secondo gli indirizzi della Presidenza del Consiglio dei Ministri») è stata presentata proprio a Firenze, presso la sede dell’Istituto Geografico Militare, in un convegno cui è intervenuto appunto il ministro per gli Affari regionali con delega alla montagna, Linda Lanzillotta, ma al quale non sono stati invitate proprio le parti interessate, ovvero le stesse Comunità montane. Che per tutta risposta hanno organizzato, in contemporanea, l’incontro con la stampa di cui sopra, trovando un valido alleato in Marco Betti, assessore regionale alla difesa del suolo, servizio idrico, protezione civile e coordinamento delle politiche per la montagna. Il quale, ribadendo la posizione già espressa dal presidente Claudio Martini, ha lamentato il mancato coinvolgimento delle Regioni ventilando anche un possibile ricorso alla Corte Costituzionale per conflitto di competenza tra Regione e Stato, dato che in materia di Comuni e Comunità Montane sono appunto le Regioni ad avere voce in capitolo. «Ci dovevano dire: “Questa è la cifra che vogliamo recuperare; come recuperarla decidetelo voi”», ha sostenuto Betti, criticando apertamente il metodo seguito dal Governo.

Quale sarà la conclusione della vicenda? Già dal Parlamento qualche segnale di pentimento è venuto, dato che il Senato, un attimo dopo aver approvato l’articolo 13, attraverso un ordine del giorno ha chiesto alla Camera di rivederlo. Procedura assurda, d’accordo, ma meglio che niente. Anche perché, con la soppressione selvaggia delle Comunità montane, i risparmi sono tutti da dimostrare, dato che dovranno essere ricostituiti soggetti gestionali per tutti quei servizi impossibili da sostenere da parte dei singoli Comuni, che, come ha sottolineato Oreste Giurlani, hanno «riconosciuto l’ambito della Comunità montana quale livello ottimale per la gestione associata di funzioni e servizi comunali in modo da razionalizzare le risorse». «Dove andranno a finire – si è non a caso chiesto il presidente dell’Uncem Toscana – le gestioni associate, le varie deleghe regionali tra cui la programmazione comunitaria come per il Piano di sviluppo rurale, la funzione catastale, la bonifica, l’antincendio, la protezione civile?». Ma intanto, evidententemente, allo Stato basta fare cassa con un taglio immediato di 66 milioni di euro annui.

Se poi l’articolo 13 dovesse restare com’è, non resta che adeguarci a quello studente impreparato che, dopo aver definito il Giappone come «prevalentemente pianeggiante», all’occhiataccia del prof aveva prontamente aggiunto: «Beninteso, se si escludono le montagne!…».