Cultura & Società

Unità d’Italia: ancora molto da fare e poco da celebrare

DI FRANCO CARDINI

“L’Italia è fatta: ora bisogna fare gli italiani”. Questa frase è stata attribuita a molti personaggi e a differenti circostanze. Non si può escludere che sia la solita leggenda metropolitana: in realtà, non l’ha mai detta nessuno. Però, se qualcuno l’ha davvero pronunziata, va detto che è vero il contrario.

Il senso di quella frase, difatti, è che esiste uno stato unitario italiano, ma non c’è ancora un popolo che ne possegga la coscienza civica. Poteva esser vero nell’Ottocento, e per giunta in quanti – e nemmeno allora erano la maggioranza – auspicavano la costruzione di uno stato nazionale: una realtà che non era (non è) affatto né necessaria, né inevitabile: e forse nemmeno auspicabile. L’idea secondo la quale tutti coloro che si sentivano nazione – vale a dire membri di una comunità unita per lingua, per passato storico, per tradizioni, per comune coscienza unitaria – dovessero per forza riunirsi in un unico organismo di tipo istituzionale, una “nazione” appunto, si sosteneva su un a priori ideologico del tutto contestabile.

Il concetto di nazione, ignoto al mondo greco e a quello romano, si andò sviluppando nel medioevo con un significato relativo alle differenze etnolinguistiche e alle consuetudini giuridiche particolari che esse comportavano; ma fu solo nel Settecento che si affermò nel mondo germanico in reazione al cosmopolitismo di cui erano paladini i philosophes francesi;  a sua volta, di esso si appropriò il giacobinismo per costruirvi attorno un nuovo tipo di aggregazione lealistica, da contrapporre a quella tradizionale che trovava il suo centro nel trono e nell’altare. E fu proprio in Italia che – paradossalmente attraverso la dominazione straniera di Napoleone e di Murat, consacrata dal “Proclama di Rimini” -   di quest’ultimo, l’idea di nazione penetrò in ristretti ambienti intellettuali e rivoluzionari che se ne servirono per scalzare l’ordine europeo rifondato con la restaurazione.  Ma, al di là della propaganda carbonara e mazziniana, un importante ruolo nell’elaborazione di tale idea fu apportato da un oggi semidimenticato giurista avellinese, Pasquale Stanislao Mancini, che rifugiatosi a Torino dove aveva ottenuto una cattedra universitaria pubblicò nel 1851 un saggio dal titolo Della nazionalità come fondamento del diritto delle genti.

Il Mancini, più volte ministro dell’Italia unita, fu tra i promotori della triplice alleanza con Austria e Germania nel 1882 e, dopo aver declinato l’offerta inglese per un intervento comune in Egitto, sostenne tre anni dopo l’occupazione di Massaua avviando la non fortunata politica colonialista italiana. Dall’Europa, l’idea di nazione si diffuse anche nel continente americano, in Asia e in Africa, dove si coniugò con le idee d’indipendenza e con la lotta anticolonialista. Facendo leva sui contenuti identitari, la nazione dipende con ogni evidenza da un’interpretazione del passato; e in ciò l’idea di nazione si differenzia da quella di popolo, che ordinariamente riguarda la medesima comunità umana ma la considera nel suo rapporto dinamico con il presente e con il futuro.  Sono stati semmai i grandi movimenti nazionalisti del Novecento a cercar di collegare le idee di “nazione”, di “popolo” e di “patria” – un antico concetto sacrale, quest’ultimo, con il quale un popolo identifica il territorio nel quale abita come contesto spaziale nel quale si è realizzata la comunanza di tradizioni che lo caratterizza -, favorendo il radicarsi di un concetto “forte” ed espansionistico di nazione collegato con l’aspirazione a farne la base per le stese istituzioni statuali. Risultati di tutto ciò sono stati la prima guerra mondiale, che spazzò via gli imperi multietnici e sovranazionali – Austria, Russia, Turchia – e scatenò la danza macabra delle lotte e dei revanscismi nazionali: a causa della “pace ingiusta” di Versailles, che seminò ingiustizia, squilibri e discordie tra bacino renano, Balcani e Vicino Oriente, abbiamo avuto il nazismo, al seconda guerra mondiale e la crisi israeliano-palestinese. Ancora oggi, stiamo pagando gli errori di allora.

Ma, tornando all’Italia e alla frase da cui siamo partiti, bisogna dire che essa, chiunque l’abbia pronunziata, avrebbe dovuto essere rovesciata già nell’Ottocento, e tanto più deve esserlo oggi. Gli italiani ci sono, e con loro esiste già la naszione italiana: mentre lo stato nazionale italiano è il frutto di costruzioni ideologiche arbitrarie e di scelte politiche per la maggior parte sbagliate.

Gli italiani ci sono, e sono tali da molti secoli: anche se il termine che appunto li designa, “italiani”, ha un’origine ambigua: era di uso ancor esile fra Due-Trecento e veniva utilizzato per designare, con altro termine, il “volgare italico”, o meglio la somma dei differenti idiomi di cui Dante parla nel De vulgari eloquio.  Il punto è stabilire se era (se è) necessario e inevitabile riunire la nazione italiana  in uno stato nazionale: poiché storicamente parlando non è affatto necessario, né è norma universale – per quanto sia accaduto di frequente – che tutti gli appartenenti a una medesima nazione si riconoscano in un unico stato. Del resto, così non è del tutto neppure per gli italiani: tali sono difatti anche i ticinesi e i sammarinesi: lasciamo da parte i casi diversi ed eterogenei dei cittadini del Vaticano e dei discendenti degli emigranti, molti dei quali oggi rivendicano la loro “italianità”.

E allora, se gli italiani ci sono, ha davvero un senso necessitante che esista l’Italia in senso politico e statuale, al di là del suo significato geostorico? 

La risposta mi sembra evidente: no. La non-esistenza dello stato nazionale non pregiudicherebbe in nulla l’esistenza della nazione italiana, così come il fatto che tedeschi, austriaci, svizzero-tedeschi e fiamminghi abitino in quattro differenti stati pregiudica la vita di una nazione germanica in grado di riconoscere se stessa  anche senza abbracciare le soluzioni estreme a suo tempo prospettate da pangermanisti prima, nazionalsocialisti poi. Gli italiani dell’età medievale e moderna non si riconoscevano in alcuna pretesa unità della penisola: quando Dante e Petrarca parlavano dell’Italia “di dolore ostello”, dell’Italia di cui si vedeva più “l’antica gloria”, alludevano o alla provincia Italiae augustea o al regnum Italiae carolingio, che sarebbe arrivato intatto, più o meno modificato, alla pace di Presburgo per essere sostituito dal “regno d’Italia” bonapartista, esso stesso non coincidente per nulla con l’intera penisola e con l’intera nazione italiana: i meridionali sarebbero sempre stati chiamati “regnicoli”, senza che la non-appartenenza a uno stato comune pregiudicasse la loro identità nazionale italiana.

Sia chiaro quindi che personalmente non sono un fautore della riforma statale di tipo “federalistico” (le regioni attuali non hanno alcun legame storico con la concreta realtà degli stati preunitari), ma che non la ritengo meno incoerente con la storia d’Italia di quanto non sia stata la soluzione unitaria e centralistica, di tipo bonapartista, fornita nel biennio 1859-61 dal convergere degli interessi espansionistici dello stato piemontese con il dottrinarismo neogiacobino di mazziniani e di garibaldini e con gli interessi dei ceti patronali e imprenditoriali della penisola che avevano una paura matta dell’avanzata dei “democratici” e ritenevano il re di Piemonte in grado di contenerla, ma d’altra parte paventavano anche il crescere della questione sociale e dei diritti dei lavoratori nonché la prospettiva di una riforma agraria. Il convergere di queste tre forze, favorito dagli interessi francesi fino al 1859, quindi – venuto meno l’appoggio francese alla causa unitaria in quanto era chiaro che essa avrebbe travolto lo stato della Chiesa – di quelli britannici, ebbe come esito la soluzione unitaria, con gli esiti che sappiamo: primi fra tutti il nascere della “questione meridionale”, il semigenocidio della lotta contro il “brigantaggio”, il drenaggio di capitali, di materie prime e di forza-lavoro dal Sud per sostenere l’industrializzazione del Nord, l’esodo forzato dei contadini poveri costretti all’emigrazione. Ma se l’unità sabauda favorì la borghesia imprenditoriale e contenne con la forza l’avanzata socialista, essa fu d’altro canto funzionale agli interessi egemonici dell’Inghilterra che – già padrona di Gibilterra – dopo la fondazione dell’impero indiano aveva assolutamente bisogno d’impadronirsi (come fece) del canale di Suez e di assicurarsi uno sviluppo economico-impreditoriale-finanziario italiano funzionale ai suoi interessi: cosa che banchieri e armatori della penisola accettarono senza batter ciglio, in un primo tempo incoraggiati dalla Prussia, che aveva accettato sul continente il ruolo di esecutrice dei disegni britannici sbarazzando l’Inghilterra dell’impero di Napoleone III che avrebbe potuto farle concorrenza sul Mediterraneo e che, fino al 1870, aveva messo per primo le mani sul canale di Suez. L’Austria, già umiliata dalla sconfitta subìta ad opera della Prussia nel ’66, si rese ben conto che l’egemonia britannica sul Mediterraneo avrebbe molto limitato le sue possibilità di sviluppo mercantili e armatoriali: ma accettò di ridurre sensibilmente le sue prospettive commerciali e navali. Iniziò così una fase di “equilibrio” che solo l’insorgere della rivalità tedesco-britannica nell’Atlantico e delle mire della Russia czarista che trovava nell’Austria e nella Turchia altrettanti ostacoli al suo imperialismo etnoreligioso sui Balcani e alla sua volontà di limitare l’egemonia navale meridionale al Mar Nero avrebbe travolto, fatalmente conducendo a quel primo conflitto mondiale che avrebbe pur potuto esser evitato e alla finis Europae. L’Italia fu partner secondario di questo great game euromediterraneo, nel quale seppe solo fornire il contributo del suo incerto e modesto espansionismo coloniale che non avrebbe mai potuto appieno svilupparsi in quanto il dominio del Mare nostrum era saldamente tenuto in mani altrui (quelle britanniche) e delle sue microrivendicazioni irredentiste. Nella patetica Italietta, solo il pur corrotto Giolitti fu in grado di comprendere perfettamente che il ruolo migliore del nostro paese sarebbe stato restar fuori da un conflitto che non la riguardava e che l’avrebbe travolta: ma gli utopismi nazionalista e socialista- rivoluzionario (quello di un Mussolini, convinto che la guerra sarebbe sfociata in una rivoluzione sociale e del resto guadagnato all’interventismo dalle rimesse di denaro francese alla sua causa) ci travolsero.  Il ruolo secondario che le potenze vincitrici del conflitto assegnarono all’Italia fece comprendere come il sacrificio bellico era stato vano ma aprì la strada al revisionismo e al revanscismo fascisti, che solo una maggior saggezza delle potenze liberali vincitrici, la Francia e l’Inghilterra, avrebbe potuto tenere lontani dall’abbraccio mortale con il revisionismo e il revanscismo tedeschi che avevano trionfato nel 1933 con la vittoria elettorale del aprtito di Adolf Hitler. Ma solo Mussolini, in un primo tempo, comprese la reale portata della minaccia che si andava preparando: e la denunziò, rimanendo sostanzialmente inascoltato, nella conferenza di Stresa del ’35.    

Anche per questo, e senz’ombra di volontà provocatoria, sento la necessità di affermare che, dopo i tentativi giolittiani, fu solo il fascismo a cercar di dare sul serio un senso all’unità centralistica d’Italia individuando e cercando d’impostare avviandoli verso la soluzione i grandi problemi della penisola: lo squilibrio fra il Nord e il Sud, la modernizzazione, la redistribuzione della ricchezza (che in un paese ancora prevalentemente agricola avrebbe dovuto coincidere con una razionale e sistematica riforma agraria, più volte promessa – anche ai poveri contadini che avevano fatto da carne da cannone tra 1915 e 1918 – e mai avviata) e infine la questione morale connessa con l’inimicizia tra stato italiano e Chiesa cattolica che si traduceva in una vera e propria schzofrenia per gran parte degli italiani, lacerati tra lealismo allo stato e fedeltà alla Chiesa.

Cercherò di essere più chiaro. Quello che in sintesi mi pare si possa dire, è che il processo di unità nazionale fu mandato avanti da alcune élites  peraltro non concordi fra loro, ma che la maggioranza delle popolazioni che costituivano la futura Italia unita ne restarono estranee. Si potrebbe obiettare che molti eventi storici sono stati caratterizzati da un processo dinamico analogo, vale a dire che solo ristrette élites  ne sono state protagoniste. Niente di scandaloso. Però vanno sottolineate due cose. Primo: la formula dello stato unitario accentrato che alla fine prevalse era coerente con gli interessi espansionistici dei Savoia e forse di alcuni imprenditori e finanzieri, era gradita all’ideologismo neogiacobino di garibaldini e mazzininani, ma non congrua con la storia e temo nemmeno le strutture e le istituzioni dei vari stati italiani precedenti; la storia d’Italia è eminentemente policentrica e municipalistica, per cui una soluzione di tipo “federale”, analoga mutatis mutandis  a quella che gli Hohenzollern e il principe di Bismarck dettero al problema unitario tedesco, sarebbe stata più adatta e opportuna di quella che, fra l’altro, generò la colonizzazione e lo sfruttamento del sud da parte del nord (con fenomeni collaterali quali il brigantaggio e la sua tanto orribile quanto in parte vana repressione) e la meridionalizzazione di buona parte delle strutture pubbliche del giovane regno. Secondo: il carattere élitario del “movimento risorgimentale” nei suoi esiti ultimi ebbe come effetto obiettivo un notevole ritardo nella “nazionalizzazione delle masse”, nonostante i due strumenti della scuola e della leva obbligatoria; da questo punto di vista mi sembra che vedessero giusto gli interventisti, “democratici” o “rivoluzionari” che fossero, i quali ritenevano che il bagno di sangue avrebbe cementato l’edificio della patria e che gli italiani, che fatta l’Italia non erano stati fatti, si sarebbero forgiati nel ferro e nel fuoco della trincea. Ma ciò – attenzione! – porterebbe a concludere che la visione della prima guerra mondiale come “quarta guerra d’Indipendenza” e compimento del processo di unità nazionale, la visione di Gioacchino Volpe (e di Mussolini), era corretta viste quelle premesse. 

Attenzione: non ho detto che la dittatura fascista fosse a questo punto l’esito necessario del movimento del ’59-61 (e del ’70). Mi limito a dire che anzitutto il fascismo non fu affatto “l’invasione degli Hyksos” come sosteneva Benedetto Croce; e che la sua nascita e la sua presa del potere rappresentarono un esito che, in termini di costruzione del consenso e di edificazione dello stato sociale, dette comunque – piaccia o no – un senso a quel movimento che, partito dalla spedizione dei Mille e dalla commedia delle annessioni plebiscitarie per   approdare alla tassa sul macinato, agli scandali bancari, ai cannoni del Bava Beccaris e alle leggi eccezionali del Pelloux, era fallito, e che si era tentato di salvare solo con un intervento ingiusto (perché nel 1915 si tradì un’alleanza) in una guerra infame (aveva ragione Benedetto XV). Ma quel che mancava a una vera e propria unità nazionale  – “nazionalizzazione delle masse”; disciplina del lavoro e stato sociale; avvìo di un abbozzo almeno di riforme che sconfiggessero l’immigrazione e le malattie come la tubercolosi; lotta alla malavita nel sud; pacificazione con quella che già Antonio Gramsci aveva riconosciuto come l’unica vera forza popolare italiana, la Chiesa – fu il fascismo a cercar di realizzarlo, sia pure a prezzo prima di un cinico e un po’ provinciale movimento di adeguazione al trend repressivo antibolscevico o sedicente tale che si era verificato un po’ in tutta l’Europa almeno centrale e orientale, quindi di una sospensione delle garanzie statutarie che fu forse storicamente illegittima, non però illegale in quanto fu la corona a coprirla con la sua legittimazione. Non v’è possibile paragone tra i regimi conservatori e repressivi nati in tutta Europa per rispondere alla Rivoluzione d’Ottobre (penso all’Austria di Dollfuss, che pure cercò di darsi un dignitoso contenuto cristiano-social-nazionale, o all’Ungheria di Horthy, o alla Polonia di Pildsuski, o alla Finlandia di Mannerheim, o alla Romania di Carol: e metto insieme personaggi molto differenti tra loro) e i caratteri dinamici e innovativi del movimento e dello stesso regime fascisti italiani sia dal punto di vista politico e sociale, sia da quello culturale. L’unico paragone possibile, con tutte le rispettive differenze, è con la dinamica sociale e nazionale degli Stati Uniti del New Deal rooseveltiano e con la soluzione “nazionalsocialista” adottata per l’Unione Sovietica da Stalin con la scelta del “socialismo in un solo paese”. Non a caso l’Italia fu guardata come un modello da statunitensi e sovietici all’indomani della crisi del ’29, mentre per altri versi e in altro modo – molto meno gradito, sulle prime, da Mussolini – lo stato fascista diventava un modello anche per i nazionalsocialisti che si avviavano alla presa del potere in Germania.

Allora, prendiamoci il coraggio di far un po’ di spregiudicata ucronìa: se Benito Mussolini fosse morto di un accidente all’età di una cinquantina d’anni, poniamo non il 28 aprile 1945 ma il 28 aprile 1935, prima di scatenare la guerra d’Etiopia e di lasciarsi avvolgere dall’abbraccio stritolante di Hitler, egli sarebbe restato sì l’uomo degli squadristi e del delitto Matteotti (al di là delle sue personali responsabilità al riguardo), ma anzitutto e soprattutto sarebbe stato quello del risanamento delle istituzioni statali, della lotta alla piaga dell’emigrazione, della Carta del Lavoro e dell’autentica fondazione dello stato sociale (dopo i conati di Giolitti), dello sbancamento della mafia (riportata in Sicilia nel 1943 dai “liberatori” americani, quelli della strage di Gela!…), della modernizzazione del paese – bonifiche, ferrovie, incentivi all’industrializzazione, nascita delle industrie turistica e cinematografica, impulso alle comunicazioni navali e avvìo di quelle aeree -, della “nazionalizzazione culturale delle masse” (OND, “Carri di Tespi”, Cinecittà, 18 BL…), della conciliazione tra stato e Chiesa. Oggi avrebbe una statua in tutte le piazze d’Italia come vero Pater Patriae, più di Cavour e di Garibaldi.

Invece l’accidente non gli è venuto: e le sue scelte tra 1935 e 1943 (tra 25 luglio 1943 e 28 aprile 1945, poi, non scelse più nulla) hanno causato non solo le tragedie che sappiamo, ma anche una di più, della quale nessuno parla mai. Io l’ho vissuta in prima persona e ne sono testimone. Dopo la guerra e molto a lungo, per l’opinione diffusa (che i comunisti strumentalmente ricattavano puntando alla rivoluzione socialista che non c’è mai stata; i cattolici non combattevano perché in fondo lo stato postrisorgimentale, laico e unitario non lo aveva mai amato; e né i puri di “Giustizia e Libertà” né i “moderati” di destra e di sinistra avevano l’energia e la moralità di ostacolare), chiunque facesse appello ai valori patriottici, alla solidarietà nazionale e al senso dello stato veniva tacciato di “fascista”. Ciò ha provocato al paese un danno morale immenso: è stato il bacillo che ha generato l’infezione scoppiata in maniera devastante più tardi e della quale stiamo ancora pagando le conseguenze.

Ne consegue, a mio avviso, che esito migliore avrebbe potuto avere in Italia un movimento di edificazione dell’unità nazionale che scegliesse la via federalistica, indicata da Gioberti ma – soprattutto – da Cattaneo: anche salvando, ebbene sì, un potere temporale pontificio, magari ridotto alla città di Roma e qualche pertinenza. Quella via non avrebbe creato la rovinosa “questione meridionale”, non avrebbe determinato decenni di crisi morale resa inevitabile dal contrasto tra stato e Chiesa con tutto quel che ciò aveva significato per il paese (anche in termini morali e culturali: un piccolo ridicolo Kulturkampf il regno l’ha fatto eccome…), probabilmente avrebbe evitato la rovinosa politica di opposizione preconcetta all’Austria sulla base delle miserabili rivendicazioni territoriali di nord-est (vorrei ricordare che Cattaneo auspicava che il “Commonwealth” austriaco restasse in piedi), non si sarebbe appoggiata alla Prussia nella guerra del ’66 contribuendo in tal modo, forse, a evitare la guerra franco-prussiana del 1870 ch’è stata la lontana ma primaria fonte dei guai di tutto il continente per i tre quarti di secolo a venire. Sarebbe bastato appoggiare seriamente il progetto di Napoleone III (in verità, piuttosto dell’imperatrice Eugenia) di una lega franco-ispano-italo-bavaro-austro-ungherese delle potenze cattoliche euromeridionali, con annesso il progetto di favorire l’indipendenza polacca (l’Austria ci sarebbe stata, alla faccia di Germania e Russia) e di gestire oculatamente la crisi e la decadenza dell’impero ottomano, il che sarebbe stato meglio per tutto il Vicino Oriente (mentre invece lo abbiamo fatto gestire dal ’18 al ’48, rovinosamente, da Francia e Inghilterra). Fra l’altro, l’alleanza sognata da Eugenia sarebbe stato un ottimo contributo alla futura unione europea. E forse sarebbero andate diversamente anche le cose in Messico e quindi in tutto il Mesoamerica, con un buon ridimensionamento delle pretese statunitensi e un rafforzamento delle prospettive europee di paesi come l’Argentina e il Cile, che a guardar all’Europa erano molto portati. E probabilmente, grazie a un differente approccio al problema dello sfruttamento del canale di Suez – come si sarebbe potuto avere se l’Italia avesse contribuito, e avrebbe potuto farlo, a evitare la guerra del ’70 –, anche la nostra avventura africana avrebbe preso una piega diversa, meno tragicomica. E lo stesso sia detto per il nostro mondo imprenditoriale: un’Europa meridionale e un Mediterraneo egemonizzato dalle potenze navali francese, austriaca e italiana avrebbe impresso tutto un altro trend alla nostra economia. Pensiamo solo alle implicazioni di un’integrazione linee ferroviarie-linee marittime, con la possibilità di avviare sul serio una politica di penetrazione orientale dai Balcani e da Istanbul fino all’Iran e all’Asia centrale. Un mondo senza le due guerre del ’66 e del ’70 avrebbe potuto sul serio attuare in tempi rapidi una linea ferroviaria Vienna-Isfahan e collegare l’Europa continentale al great game russo-inglese, magari nel contempo impedendo alla Russia di avvelenare i Balcani con la droga del nazionalismo irredentista, causa della prima guerra mondiale. Altro che Trento e Trieste, che nell’impero austroungarico ci stavano benissimo…

Ma l’Italia si è fatta in un altro modo. Ha perduto l’autobus dell’unione federalista e quello d’una temporanea correzione autoritaria che – assunta appunto in tollerabile dose, e in prospettive di reversibilità passata l’emergenza – le sarebbe stata salutare. Comunque, dopo il fascismo, la guerra, il progressivo sfascismo postbellico, oggi siamo pervenuti a un paese che sta tentando di attuare di nuovo un progetto federale. Non so se è corretto come quello che sarebbe stato opportuno intraprendere un secolo e mezzo fa. So che alla luce delle nostre scelte di oggi non si può non concludere che quella del regno unitario fu una “falsa partenza”. Il problema, a questo punto, è se proporre, dopo la seconda repubblica ormai morta giovane e la terza che forse abortirà sul nascere, una quarta repubblica che torni su basi nuove e moderne a una visione unitaria dello stato italiano nel quadro di un’unità europea anch’essa da ripensare, o se si può e si deve insistere su un federalismo che tuttavia non equivalga alla dissoluzione dell’unità. Il che, fra l’altro, comporterà per forza di cose anche il tornar a parlare di qualcosa che ormai nei mass media italiani è diventato un tabù: la politica estera.

Insomma, c’è molto da discutere, da studiare, da scegliere. Ma c’è poco da celebrare.