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Dietro la crisi del matrimonio civile la cultura del provvisorio

«Qual è il fondamento del matrimonio civile? Perché sposarsi oggi? Quali sono le differenze tra un matrimonio civile e una convivenza? Il matrimonio civile ha ancora un rilievo pubblico o si è privatizzato?». Sono le domande alle quali ha cercato di rispondere il convegno «Nuove tensioni nel Matrimonio civile», organizzato dall’Unione giuristi cattolici italiani (Ugci) il 23 gennaio, presso la sala del Gonfalone del Consiglio regionale della Toscana.

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Dietro la crisi del matrimonio civile la cultura del provvisorio

Di fronte a quella che Francesco D’Agostino ha definito come il fenomeno della «dematrimonializzazione» la vera «cifra» del nostro tempo, in cui appare chiaro in base alle recenti ricerche Istat che il matrimonio civile, insieme a quello religioso,  appaiono in forte declino, invece si assiste ad un aumento della convivenze more uxorio e delle cosiddette «coppie di fatto».

Marco Carraresi, nella sua introduzione al convegno, ha ribadito come l’attuale crisi della famiglia coincide con la crisi del matrimonio, laddove anche sul piano delle politiche pubbliche si è smesso di scommettere sulla durata della relazione e di un progetto di vita definito  a lungo termine. La «cultura consumistica del presente» fa consumare il matrimonio in pochi anni per poi scegliere altre forme meno responsabilizzanti.

Da parte sua il card. Giuseppe Betori, nel suo saluto, ha sottolineato come il matrimonio civile costituisca una sfida personale al superamento di quella che Papa Francesco ha definito la «cultura del provvisorio». In effetti il fondamento del matrimonio è costituito dal dono reciproco degli sposi, aperto verso il nuovo dono della nuova vita. Quest’apertura alla vita e alla procreazione costituisce la vera essenza del matrimonio che garantisce le tutele necessarie verso un impegno altruistico.

Il superamento della egolatria, che domina il presente del matrimonio civile è stato l’oggetto della prolusione dell’avv. Mario Cioffi che ha messo in evidenza come la «destrutturazione della famiglia» abbia origine nel processo della modernità, da cui emerge che al di là dell’aspetto soggettivo del libero consenso e del rispetto dei sentimenti privati, al matrimonio deve esserer risconosciuto una tutela giuridica che si fonda sulla garanzia di rispettare l’ordine sociale delle generazioni.

Il prof. Andrea Nicolussi, ha ribadito come l’autodeterminazione non sia mai assoluta e non coincida mai col mero soddisfacimento degli interessi personali e individuali. C’è sempre una dimensione istutizionale e pubblica che giustifica le tutele e le garanzie maggiori verso il matrimonio oltre la convivenza, che rimane sempre su un piano di fattualità, nell’ambito dell’esercizio dell’autonomia privata. Perciò il matrimonio non è mai riducibile ad un mero contratto, perché non serve solo a regolamentare l’eventuale conflitto di interessi, ma ha una diversa «propulsività», che giustifica i doveri ad essi connessi come la fedeltà e la stabilità tra i coniugi.

Anche mons. Markus Graulich, Sottosegretario del Pontificio Consiglio per i Testi legislativi, ha ribadito come siano proprio la filiazione, la fertilità del matrimonio, la sua propensione alla vita insieme, attraverso un progetto futuro comune, gli elementi essenziali che connotano il matrimonio sia naturale che sacramentale. Anzi su questo piano non c’è alcuna differenza tra il matrimonio naturale, che potremmo definire civile, con quello sacramentale. Entrambi chiedono un impegno e una propensione a crescere insieme nell’ascolto e nel miglioramento reciproco. Il fondamento sacramentale del matrimonio religioso richiama l’alleanza tra Dio e il suo popolo, come al contrario l’infedeltà del vincolo rimanda alla rottura e alla loro seprazione. Da qui il richiamo a guardare al matrimonio anche civile con uno sguardo che trascenda la contingenza per volere fare un cammino insieme verso l’eternità.

In apertura della discussione il prof. Fabio Macioce, ha messo in evidenza come ormai possiamo parlare, senza fraintendimenti o ipocrisie, di una vera e propria sconfitta dei valori tradizionali del matrimonio e della famiglia. Ciascuno intende costruirsi la propria relazione al di fuori della forma matrimonio come se si configurasse come un elemento datato che appartiene al passato. In questa cultura privatizzata la realizzazione personale sembra passare da altri luoghi di convivenza, in cui permane un vincolo debole e instabile. Non c’è impegno, né doveri e si vive «il giorno per giorno»: finché dura  si soddisfano gli interessi soggettivi. L’origine di questa decadenza dell’istituto matrimoniale civile e la crisi conseguente della famiglia è da rinvenire secondo Macioce nell’introduzione dell’istituto del divorzio che ha reso «disponibile» un legame che di per sé doveva rimanere escluso dalla potestà individuale, in quanto fondato su una libera scelta di donazione totale e gratuita all’altro.

Come sottolineato anche dal prof.  Claudio Sartea, l’essenza del matrimonio risiede nella promessa dell’auto-trascendimento: accettando il limite selettivo della scelta, la persona può trovare tutto in un'altra come sposo o sposa. Perciò l’indissolubilità del matrimonio richiede impegno e sacrificio, messa in discussione di se stessi e umiltà, ma produce dei vincoli d’amore che costituiscono i veri fondamenti della relazione nuziale.

Francesco Zini, presidente dell'Unione giuristi cattolici di Firenze, ha messo in evidenza come la radice di questa crisi del matrimonio civile  che appare irreversibile, abbia come origine il processo di  secolarizzazione occidentale, che «ha voluto» liberarsi del legame religioso, che costituiva il vero fondamento della relazionalità matrimoniale, credendo di sostituirlo con degli istituti civili che hanno fallito nel tentativo di liberarsi di ogni fondamento teologico. Questo processo ha portato all’attuale situazione, che unita al crollo demografico, (diretta conseguenza dell’instabilità dei matrimoni civili),  sta determinando una grave situazione rispetto soprattutto ad altre culture vicino a noi, che invece non hanno relativizzato il legame familiare e matrimoniale, ma procedono «a grande velocità» verso una straordinaria crescita demografica, che inevitabilmente finirà per imporsi sul piano sociale e familiare.

Da qui l’appello e  il richiamo ad una relazionalità positiva e gioiosa della testimonianza personale di «fare famiglia», proprio in un momento così complesso e difficile come quello attuale, che istituisce la precarietà come modello non solo familiare, ma anche lavorativo e sociale. Esattamente quello che ha ricordato il prof. Markus Krienke, che ha messo in evidenza come l’ottimismo deve permanere nella scelta matrimoniale come creazione positiva di relazioni di solidarietà e sussidiarietà. La sussidiarietà svolta dalla famiglia permette di avere un notevole risparmio di funzioni per lo stato ed ha quindi un interesse pubblico perché preserva l’ordine delle generazioni.

Carlo Casini ha affrontato il tema dell’evoluzione normazione della procreazione medicalmente assistita, che avrebbe dovuto prevedere, come già avviene per l’adozione, il presupposto del matrimonio per una maggiore garanzia nel superiore interesse del figlio-minore. Da questo limite, a garanzia del minore, dovrebbe derivare il divieto per la PMA per coppie omosessuali o single, perché la differenza sessuale dei genitori costituisce un valore per l’educazione e la crescita del figlio.

Inoltre la prof.ssa Gabriella Gambino, esaminando diverse sentenze in merito al riconoscimento della genitorialità, ha messo in evidenza come ogni individuo ha bisogno di una famiglia in cui il rapporto non è solo una «finzione giuridica» che può essere interpretata dal giudice a seconda dei casi,  perché corrisponde al rapporto  tra figlio e genitore naturale e  permane al di là della genitorialità sociale. Sullo sfondo delle derive e delle aporie giurisprudenziali sussiste sempre una «tensione antigiuridista» che vorrebbe che il diritto «rimanesse fuori» dagli affetti, per elaborare una teoria che poggia più sulla psicanalisi (un sapere che si occupa sempre dell’individuo e non è mai generalizzabile) che sul diritto. Il diritto deve invece valorizzare il generale, il principio attraverso la giustificazione dei limiti che riconoscono dei doveri prim’ancora che dei diritti.

Su questo punto il prof. Tommaso Scandroglio ha ribadito che sul piano formale lo scioglimento del matrimonio è sempre da considerare una patologia, perché non accresce il bene comune in assoluto, ma relativizza e favorisce una cultura della «dissolubilità del matrimonio». Anche la convivenza costituisce in questo senso una situazione illegittima, perché non favorisce il realizzarsi del fine dell’indissolubilità tra i partners.  In questo caso la forma «è sostanza»: perché alla libera scelta del matrimonio conseguono degli effetti anche sulla persona che partecipa di quella scelta.

Appare chiaro da tutti gli interventi il richiamo a «volare alto», oltre la contingente crisi del matrimonio che viene ormai percepito dall’opinione pubblica come una scelta fallimentare, che ha perso il suo appeal. Ma da tutti i relatori è scaturita una riflessione molto realistica della crisi del matrimonio civile, in certi casi drammatica se associata ai dati ancor più seri del crollo del matrimonio religioso e della natalità: solo da una nuova «matrimonializzazione», che parta  dall’accettare la scommessa della relazione e la sfida di un rapporto  che si fonda su un amore «per sempre»,  potrà scaturire la via d’uscita per risollevarsi da questa crisi così profonda. Solo con la ripresa della fiducia (che ha la stessa radice etimologica della fede) in se stessi e nell’altro  sarà possibile riproporre il matrimonio come «forma dell’amore»; a partire proprio dalla scelta  del matrimonio religioso da cui trarrà giovamento anche il matrimonio civile. Il Magistero di Papa Francesco sulla famiglia ci sta aiutando ad accettare questa scommessa a cominciare dall’umiltà dalle grandi parole-gesti tra marito e moglie: «scusa, permesso, grazie».

F.Z.

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