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La nostra Repubblica protegge davvero maternità e paternità?

Culle sempre più vuote in Italia. Nel 2015 sono nati appena 488mila bambini, 15mila in meno rispetto all’anno precedente. È il dato peggiore dall’Unità d’Italia. È un dato preoccupante: il ricambio generazionale in un Paese è assicurato solo se ogni donna fertile mette al mondo, in media, 2,1 bambini: in Italia siamo ben al di sotto di quella soglia, perché il tasso di fecondità si ferma a 1,35 figlio a donna.

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Una famiglia con due bambini (Foto Sir)

Sociologi e demografi provano a dare una lettura di questo fenomeno. I giovani fanno famiglia molto più tardi che in passato. Si sposano – in chiesa o in comune – o decidono di convivere solo dopo aver acquisito alcune certezze: un titolo di studio spendibile nel mercato di lavoro, un contratto possibilmente non precario e una casa possibilmente di proprietà.

Il figlio è un investimento ancora successivo. In media oggi la donna italiana mette al mondo il suo primo figlio a 31 anni e sei mesi. E spesso quella donna non darà a suo figlio un fratello o una sorella. Negli anni Sessanta del secolo scorso, a 31 anni, la donna già aspettava il terzo o il quarto figlio…

Al calo delle nascite contribuisce un altro fattore, cui – ormai da anni – stanno ponendo attenzione i medici: gli stili di vita – ad esempio l’alimentazione o il lavoro sedentario – riducono la fertilità, soprattutto nei maschi, come ha ribadito il documento che accompagna il  piano nazionale per la fertilità presentato nella scorsa estate dal ministro della Salute Beatrice Lorenzin.

I padri costituenti erano pienamente consapevoli che solo la nascita di (molti) figli avrebbe dato un futuro al paese. Si spiega così l’articolo 31 della Costituzione: «La Repubblica agevola con misure economiche e altre provvidenze la formazione della famiglia e l’adempimento dei compiti relativi, con particolare riguardo alle famiglie numerose. Protegge la maternità, l’infanzia e la gioventù, favorendo gli istituti necessari a tale scopo».

Ma la Repubblica protegge davvero la maternità – e, aggiungiamo noi – la paternità? Ci può essere utile, in questo caso, fare un parallelo con altri paesi occidentali: la Germania la Francia e la Gran Bretagna.

In Italia, se la gravidanza scorre normalmente, la donna entra in maternità obbligatoria nove settimane prima del parto per uscirne 13 settimane dopo. In caso di gravidanza patologica o comunque messa a rischio da mansioni faticose e pericolose per il pancione, la mamma può chiedere di restare da subito e per l’intera gravidanza a casa. Il papà dovrà stare a casa due giorni dopo il parto. Durante il periodo di maternità la madre riceve l’80% dello stipendio. Il padre durante la paternità obbligatoria riceve invece il 100% dello stipendio.

In Germania la donna può decidere di entrare in maternità opzionale sei settimane prima del parto, mentre la maternità diventa obbligatoria otto settimane dopo il parto. Al padre non spetta alcun giorno. Durante la maternità le donne ricevono il 100% della loro busta paga. I padri, nonostante non abbiano alcun giorno a disposizione per la paternità, possono usufruire di un congedo parentale retribuito al 65%.

In Francia la maternità scatta sei settimane prima del parto e si conclude 10 settimane dopo il parto. Se però la donna ha già almeno due figli, ha diritto a 8 settimane di maternità prima del parto e a 18 dopo. Se aspetta due gemelli, ha diritto a 12 settimane di maternità prima del parto e a 22 dopo. Se, infine, aspetta tre o più bambini, le settimane di maternità salgono a 24 prima del parto e si concludono 22 settimane dopo. Ai papà sono concessi invece 11 giorni consecutivi, sabati, domeniche e festività incluse. I genitori ricevono una indennità giornaliera calcolata sulla base delle ultime tre buste paga (fino a 3.218 euro) decurtate del 21%. Condizioni, queste, che possono variare leggermente da categoria a categoria di lavoratore.

Nel Regno Unito la donna può andare in maternità 26 settimane prima del parto e restarci per identico periodo. Le prime due settimane post-partum sono obbligatorie. Il papà ha a disposizione due settimane dopo il parto, ma può ottenere fino a ulteriori 26 settimane se queste non sono usate dalla madre. Papà e mamma ricevono il 90% della busta paga ordinaria per le prime sei settimane. Ricevono 139, 58 sterline (corrispondenti a circa 195 euro) o il 90% della paga settimanale (destinata a chi, tra i due, percepisce uno stipendio minore) per le successive 33 settimane. Le rimanenti 33 settimane non sono pagate.

Insomma, sul piano del principio, l’Italia non sfigura al confronto degli altri paese europei.E però quando si aprono alla vita, le coppie scelgono di rinunciare – del tutto o parzialmente – alla loro carriera. Avviene soprattutto per le donne. Chiara Federici, avvocato pisano, in diversi anni di attività, ha raccolto molte storie: «Accade purtroppo spesso che una donna che rientra a lavoro dopo un periodo di astensione perché in maternità, sia vittima di discriminazioni. In molti casi, ad esempio, la dipendente viene assegnata a mansioni diverse o inferiori rispetto a quelle che svolgeva prima della maternità: e tutto questo quando una legge dello Stato preveda, al contrario, il mantenimento del posto e degli incarichi affidati alla dipendente prima di entrare in maternità. Nel nostro studio abbiamo raccolto molti casi di donne vittime di comportamenti vessatori o anche di isolamento sul posto di lavoro, comportamenti che hanno costretto la dipendente a dimettersi. Infine, nonostante che la legge vieti il licenziamento della lavoratrice madre fino al compimento del primo anno di vita del figlio, assistiamo spesso a licenziamenti, apparentemente giustificati, ma in realtà esclusivamente riconducibili alla volontà di espellere una dipendente ritenuta non più affidabile a causa del suo status di madre».

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